Imprese, non criminali. Arcelor sta subendo il trattamento Riva

Alberto Brambilla

Per l'ex Ilva la multinazionale dell’acciaio sta subendo lo stesso trattamento politico, mediatico e giudiziario di chi l'ha preceduta 

Roma. Quello che Arcelor ha sottovalutato quando ha deciso di investire in Italia è di osservare quanto accaduto ai predecessori e, un tempo, suoi forti concorrenti, i Riva. La multinazionale dell’acciaio sta subendo lo stesso trattamento politico, mediatico e giudiziario, una criminalizzazione degli intenti e dell’operato. Purtroppo ha ragione il ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia, quando dice che “se un’azienda italiana avesse fatto quello che sta facendo ArcelorMittal i vertici sarebbero già stati arrestati”.

 

Così è accaduto ai Riva, processati ed espropriati prima del processo e senza ricevere indennizzo. Si prendano le parole usate nel ricorso dei commissari straordinari dell’llva contro la decisione di ArcelorMittal di chiedere il recesso dal contratto dopo che il Parlamento ha eliminato le tutele legali necessarie a gestire gli impianti. La decisione di recedere, dice il ricorso, “nulla c’entra con le giustificazioni avanzate che non pervengono neppure a un livello di dignitosa sostenibilità: essa è invece semplicemente strumentale alla dolosa intenzione di forzare con violenza e minacce un riassetto”. Per cui, secondo i commissari, Arcelor avrebbe “l’illegittimo intento” di sciogliere il contratto per “recare il maggior possibile livello di devastante offensività”. In buona sostanza esercitare un proprio diritto di recesso all’interno di una dimensione contrattualistica rappresenta una minaccia.

 

Intanto la procura di Milano, dopo averne dato annuncio in un comunicato stampa, starebbe procedendo a indagini per reati fiscali. Mentre quella di Taranto ipotizza il reato di sabotaggio per distruzione di strutture produttive indispensabili, quando invero Arcelor esegue gli ordini dell’autorità giudiziaria nell’impossibilità di fare altrimenti. Non si sta più parlando di Arcelor come di una società multinazionale quotata in Borsa con ramificazioni mondiali, a sentire le accuse che le vengono mosse, nelle intenzioni e nei comportamenti, viene paragonata a un’organizzazione criminale.

 

Era già accaduto, si diceva, è il trattamento Riva. Al momento dell’acquisizione dello stabilimento, nel 1995, l’impegno preso da Emilio Riva con il governo era quello di una progressiva riorganizzazione del siderurgico, preservando i livelli occupazionali e riducendo l’impatto ambientale della fabbrica. Quegli impegni sono stati mantenuti. Il Gruppo Riva ha investito a Taranto quattro miliardi e mezzo di euro, come risulta dai documenti acquisiti agli atti del processo “ambiente svenduto” in corso presso la Corte d’Assise di Taranto. Proprio attraverso investimenti costanti e tramite l’adozione e la sperimentazione di tecnologie innovative, durante la gestione Riva, Ilva ha sempre rispettato i limiti emissivi imposti dalle leggi vigenti e dalle autorizzazioni rilasciate nel tempo, benché sia poi stata accusata di “disastro ambientale”.

 

I Riva non sono dei santi, ma sono degli imprenditori che hanno fatto marciare a massima potenza l’acciaieria, producendo anche 10 milioni di tonnellate annue. E per questo l’Ilva faceva profitti. Nel 2014, quando è stata commissariata, aveva un patrimonio netto di almeno 2,5 miliardi di euro, un ottimo rating e rappresentava lo stabilimento siderurgico più importante di Europa. Dopo un anno e mezzo di commissariamento, il patrimonio è stato azzerato e Ilva è stata dichiarata insolvente dal tribunale fallimentare di Milano. A seguito della dichiarazione di insolvenza i Riva sono stati accusati di bancarotta e a luglio il tribunale di Milano li ha assolti perché il fatto non sussiste. I Riva sono stati demonizzati per anni. Sta accadendo lo stesso ad Arcelor, la cui colpa è probabilmente quella di non avere osservato il passato o di avere agito senza tenerne conto.

  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.