I successi macroniani danno a Elkann la chance per sposare Peugeot

Stefano Cingolani

L’economia francese prima d’Europa, Rothschild in spolvero e rapporti migliorati con Roma dietro alla prova di alleanza

Champagne: a Milano, a Parigi, a Wall Street le Borse hanno stappato bottiglie millesimate per salutare le nozze tra Fca (Fiat Chrysler Automobiles) e Psa (Peugeot-Citroën che controlla anche la tedesca Opel e l’inglese Vauxhall). In serata il Wall Street Journal riferiva un accordo fatto tra le due società, secondo fonti a conoscenza della situazione. Tuttavia in passato è accaduto che intese che sembravano già fatte sono saltate o per dissensi su chi comanda oppure per fattori esterni, a cominciare da quelli politici. Proprio la Fca ne è stata vittima più volte: Marchionne si è visto soffiare la Opel che la General Motors aveva messo in vendita, da un veto di Angela Merkel, mentre per bloccare l’intesa con Renault è sceso in campo il governo principale azionista della prima casa automobilistica francese. Questa volta, però, le condizioni di partenza sono più favorevoli alle nozze. La Psa è un’impresa privata, la famiglia Peugeot possiede il 12,2 per cento, la stessa quota dello stato francese e dei cinesi di Dongfeng intervenuti per sostenere il gruppo. Si parla ora di una fusione alla pari e c’è già un organigramma chiaro: John Elkann presidente e Carlos Tavares, top manager di Psa, amministratore delegato, al vertice di un colosso quarto al mondo per capitalizzazione: con 50 miliardi di dollari Fca-Psa si piazzerebbe subito dopo la Daimler e prima della General Motors lontano da Toyota (196 miliardi) e Volkswagen (80 miliardi).

 

 

Basta a spiegare l’ottimismo delle Borse? Gli operatori guardano alle sinergie, alle opportunità produttive, agli sbocchi di mercato (Fca forte in America, Psa di più in Europa, entrambe desiderose di sfondare in Cina). Tuttavia considerano anche l’ambiente esterno. La Francia oggi è in condizioni migliori rispetto a un anno fa. La frenata tedesca l’ha colpita meno rispetto all’Italia anche perché non è così dipendente dalle esportazioni. Le riforme macroniane hanno cominciato a dare i loro frutti, soprattutto quella del mercato del lavoro che aveva scatenato una opposizione tanto forsennata quanto insensata. Il tasso disoccupazione è ancora all’8 per cento, il doppio rispetto alla Germania, ma sta scendendo. Con meno lacci e lacciuoli, con un costo del lavoro ridotto grazie agli incentivi fiscali, le imprese sono diventate più leggere e flessibili. L’inverno scorso i gilet jaunes bloccavano strade e città, oggi il clima sociale appare migliorato Ribellismo e jacquerie fanno parte dello spirito francese, tuttavia il presidente Macron ha ripreso in mano le redini. Un importante effetto positivo sull’opinione pubblica è venuto dal grand débat national (anche questo molto amato in Francia) che ha coinvolto dal mondo intellettuale a quello sindacale. Non va poi sottovalutato un certo riallineamento nei poteri forti, soprattutto nell’alta finanza dove la rete dei Rothschild (dove era entrato lo stesso Macron prima della sua avventura politica) prevale rispetto ad altre filiere che dalle banche d’affari arrivano direttamente all’industria o alla stampa. Va ricordato che i rapporti di John Elkann con i Rothschild sono eccellenti. Le dimissioni dalla Lazard (finita fuori dalle primissime posizioni in classifica) di Matthieu Pigasse, cresciuto all’ombra di Dominique Strauss Kahn, e che non ha mai nascosto di voler diventare presidente della Repubblica, è stato interpretato come un altro segnale degli equilibri nella haute finance e ai vertici dello stato. Tutto questo spinge gli investitori a scommettere su un atteggiamento di Macron molto più aperto alla fusione tra Psa e Fca.

 

La situazione è cambiata anche in Italia. Un anno fa, Luigi Di Maio incontrava i gilet gialli e Matteo Salvini tesseva le sue trame moscovite, mentre entrambi mettevano in discussione l’euro e l’Unione europea. Gli equilibri politici restano instabili e l’economia ristagna, tuttavia il paese non è più considerato a rischio né dai mercati (lo si vede dallo spread) né dall’Unione europea. Non si può escludere che la solita litania sulla colonizzazione francese ricominci sia tra i nazional-populisti (Lega e M5s) sia nella sinistra protezionista. I sindacati lanceranno l’allarme sulla chiusura degli stabilimenti doppione, anche se oggi siamo di fronte a piattaforme aperte e fabbriche flessibili, non più a impianti rigidi e mono-produttivi. C’è poi un aspetto da non trascurare: collocata l’Auto in una nuova grande casa, che cosa farà John Elkann? In Borsa guardano a Leonardo Del Vecchio il quale, maritata Luxottica con Essilor, si è messo in mente di rimescolare la galassia del nord (da Mediobanca a Generali), e si leccano i baffi.

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