Italia a rischio con la decrescita mondiale. Parla De Felice (Intesa)

Mariarosaria Marchesano

Il Fondo monetario internazionale taglia le stime di crescita per il nostro paese e suggerisce al nuovo governo giallorosso di impegnarsi “in maniera credibile in un percorso di riduzione del debito nel medio periodo”

Milano. La flessione dei consumi privati e gli scarsi stimoli fiscali, uniti a un contesto esterno più debole, hanno spinto il Fondo monetario internazionale a prevedere per l’Italia una crescita pari a zero nel 2019 e dello 0,5 per cento nel 2020, quindi inferiore rispetto all’ultimo aggiornamento di luglio, e a suggerire al nuovo governo giallorosso presieduto da Giuseppe Conte di impegnarsi “in maniera credibile in un percorso di riduzione del debito nel medio periodo”.

 

Il giudizio è contenuto nel World economic outlook presentato ieri a Washington, che ha tagliato le stime di crescita globale al 3 per cento, il livello più basso dall’inizio della crisi del 2008. L’istituzione, al cui vertice si è appena insediata l’economista bulgara Kristalina Georgieva, esprime preoccupazioni per il surriscaldarsi degli attriti commerciali e geopolitici, inclusa la Brexit, “che potrebbero far deragliare la già fragile ripresa”. Di qui l’appello alle autorità politiche ad agire per “ridurre l'incertezza” e a “cooperare per un raffreddamento delle tensioni”. La politica monetaria messa in campo dalle banche centrali, sottolinea ancora il rapporto dell’Fmi, “non può rimanere l’unica opzione in gioco”, ma “deve essere affiancata dal sostegno delle politiche di bilancio dove esiste spazio fiscale disponibile”.

 

Il Fondo si rivolge direttamente alla Germania che “dovrebbe trarre vantaggio dai bassi tassi d’interesse per investire in infrastrutture e capitale sociale”. Eppure, proprio il governo tedesco di Angela Merkel ha approvato un piano di investimenti da 54 miliardi (il cosiddetto ‘pacchetto salvaclima’) e l’Italia ha fatto registrare un cambio di passo nei rapporti con l’Unione europea uscendo dal radar che segnalava il paese tra i maggiori rischi geopolitici della zona euro. Un cambiamento apprezzato dai mercati finanziari con una drastica riduzione dello spread sovrano, che proprio in questi ultimi giorni ha toccato un nuovo minimo a 135 punti base.

 

“Evidentemente, quello che si sta facendo non è abbastanza – commenta in un colloquio con il Foglio Gregorio De Felice, economista e responsabile della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo – Per la Germania 54 miliardi di investimenti in cinque anni rappresentano meno dello 0,4 per cento del pil. Il paese potrebbe fare molto di più per superare la fase di incertezza che pesa sull’intera economia dell’Eurozona”. In Italia, secondo l’economista, “per avere un’ulteriore riduzione dello spread e avvicinarci a quello della Spagna (a 70 punti base) occorre una svolta a livello di politica economica e fiscale a favore del sostegno della crescita economica”.

 

I toni del Fondo monetario non sono, dunque, troppo allarmanti per De Felice, che aveva stimato una crescita dell’economia mondiale ancora più bassa per il 2019 (2,7 per cento) considerando l’intreccio di cause che concorrono al rallentamento in atto. Secondo De Felice, infatti, le politiche protezionistiche del presidente americano Donald Trump non sono l’unica causa della frenata del pil mondiale. Esiste una ragione di tipo più strutturale rappresentata dal forte calo degli investimenti all’estero da parte di aziende che negli ultimi 10-15 anni hanno delocalizzato impianti produttivi. Ebbene, questo processo di espansione internazionale è ormai agli sgoccioli e si riflette in modo negativo sulla crescita globale. In ogni modo, sia i dazi di Trump sia il declino delle delocalizzazioni produttive stanno riportando le lancette dell’economia mondiale indietro di più di dieci anni ed è chiaro che l’approccio accomodante delle banche centrali non è sufficiente a invertire il ciclo. “Proprio per questo motivo occorre che i paesi adottino politiche fiscali più espansive”, prosegue De Felice.

 

Ma in che modo? L’Italia, come ricorda anche il Fondo monetario, ha un livello di indebitamento molto elevato, e margini di manovra limitati per la spesa pubblica. “Occorrerebbe rivedere l’orientamento delle voci bilancio dello stato per destinare più risorse agli investimenti in infrastrutture e capitale umano anche a sostegno del sistema imprenditoriale che continua a produrre ricchezza a dispetto del rallentamento economico”, dice De Felice, il quale ricorda che l’enorme gap di crescita che l’Italia ha accumulato nei confronti della Germania nel decennio 2008- 2018 – un differenziale di circa 20 punti percentuali – non ha impedito alle imprese italiane di ottenere un risultato eccezionale portando il nostro avanzo commerciale a sfiorare 93 miliardi. “Ebbene il 50 per cento di questo surplus è generato dalle piccole aziende esportatrici, mentre l’avanzo tedesco è prodotto solo per il 16 per cento da realtà di dimensioni minori. Tra l’altro, il nostro avanzo commerciale è un fattore di stabilità e un elemento di attrazione degli investimenti esteri in Italia”, conclude l’economista.

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