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Una lunga militanza nell’esercito della Competenza. L’eredità di Saccomanni

Da ministro del governo del “cacciavite” a risolutore di emergenze: un dirigente delle istituzioni pubbliche che non è mai entrato in sintonia con il senso comune

8 Agosto 2019 alle 20:41

Una lunga militanza nell’esercito della Competenza. L’eredità di Saccomanni

L'ex ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni (foto LaPresse)

[Fabrizio Saccomanni, presidente di Unicredit, ministro dell’Economia nel governo Letta, per otto anni direttore generale della Banca d’Italia, è morto in Sardegna dopo un malore. Aveva 76 anni].


 

Fabrizio Saccomanni è stato un alto dirigente delle istituzioni pubbliche. Uno di quelli, e sono tanti, che nel corso della propria lunga carriera ha sempre avuto in mente l’interesse generale. Come altri prima di lui è passato dalla Banca d’Italia al ministero dell’Economia e delle Finanze. Due delle poche scuole di alta direzione ancora presenti nel paese. L’ho conosciuto già ministro: mi assunse alla fine di maggio 2013 come suo portavoce, al termine di una selezione condotta sulla base di curriculum e colloqui. Un piccolo segnale di quella attitudine ad affidarsi alle competenze piuttosto che alla fedeltà, che distingue i tecnici dai politici. Fu ministro del governo del “cacciavite”: quella era la metafora scelta da Enrico Letta per caratterizzare il suo gabinetto. Una metafora efficace, adottata da chi conosce la difficoltà del governare, da chi è consapevole di quanto lunga sia la strada per riformare una comunità di individui organizzati in piccoli gruppi, arroccati a piccoli privilegi e avversi a qualsiasi rischio associato con la trasformazione. Metafora risultata sfortunata in un’epoca di frustrazioni, nella quale molti giudicano il passato migliore del presente e pretendono che il governo risolva tutti i problemi cambiando radicalmente tutto e subito, a condizione che il cambiamento non li riguardi se impone qualche sacrificio. L’epoca della coltivazione del consenso a ciclo continuo, che divorerà un leader politico dietro l’altro nei sei anni successivi. In cui si parla molto ma si fa poco, ché le dirette Facebook sono sempre più facili da farsi mentre scema il numero di quelli capaci di usare un cacciavite.

 

Consapevole che un ministro svolge sempre un ruolo politico, quale che sia la sua estrazione, non ha avuto il tempo di comprendere a fondo la politica e i suoi meccanismi. Come accade a chiunque nell’Italia di questi anni, entrato negli uffici di Via XX settembre ha dovuto occuparsi soprattutto di emergenze: la crisi economica, con la seconda recessione 2012-2013 che non mollava il paese dopo quella più profonda e globale del 2008-2009; la richiesta dell’alleato Berlusconi di cancellare la tassa sulla prima casa, in contrasto con l’esigenza di migliorare i conti pubblici e allontanare dall’Italia il rischio di insolvenza che alla fine del 2011 aveva portato al governo Mario Monti, a danno proprio del Cavaliere; una Comunicazione della Commissione europea che cambiava le regole per la gestione delle crisi bancarie – rendendo all’Italia impossibile l’utilizzo di denaro pubblico per effettuare il salvataggio di intermediari finanziari insolventi (impossibile per norma, dato che l’elevato livello di debito pubblico rendeva già pressoché impossibile il ricorso al deficit per interventi di questo tipo); il difficile negoziato sulla nuova direttiva bancaria dell’Unione europea, con la quale si introdusse il principio del bail-in, nel quale l’Italia era completamente isolata tra i 28, stretta in una morsa, tra la necessità di opporsi all’introduzione pro-ciclica di una regola sgradita e l’inopportunità di mostrare ai mercati le debolezze che emergeranno da lì a poco con l’esplosione delle sofferenze bancarie.

 

Aveva uno spirito arguto ed era capace di battute fulminanti, probabilmente merito della passione per Giuseppe Gioachino Belli. Eppure la lunga militanza nell’esercito della Competenza, tra le fila degli Esperti, gli rendeva difficile entrare in sintonia con il senso comune. E quando in televisione difendeva la “burocrazia”, il telespettatore che dall’altra parte dello schermo si irrigidiva sul divano – al pensiero così evocato di lunghe code in polverosi uffici – certo non immaginava che il ministro si sentisse in dovere di difendere quegli alti funzionari dell’Amministrazione che cercano faticosamente di lavorare a un futuro migliore per il paese, spesso tra gli strali della fast politics.

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