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Draghi consegna a Lagarde l’agenda del Qe2

Il presidente della Bce lascia invariati i tassi ma annuncia un nuovo round di stimoli. La resistenza tedesca sarà proporzionale al rallentamento dell'economia della Germania

25 Luglio 2019 alle 17:52

Draghi consegna a Lagarde l’agenda del Qe2

Mario Draghi (foto LaPresse)

Roma. La Banca centrale europea ha lasciato invariati i tassi principali, tra i quali quello sui depositi di meno 0,4 per cento. Le scommesse delle ultime di un taglio a meno 0,5 sono state smentite, ma solo per ora. Mario Draghi ha infatti ha parlato di decisioni “supportate da tutto il board esecutivo” che prefigurano un nuovo Quantitative easing sia in termini di tassi sia di strumenti ancora da esplorare, tra i quali “acquisti di attività finanziarie”, per alcuni investimenti diretti in azioni, oltre che in obbligazioni. Un territorio sul quale la Bce si è mai spinta, forse un bazooka più potente del Qe di marzo 2015. Nel frattempo i tassi non saliranno, anzi potranno ridursi, “fino al primo semestre 2020, o anche oltre se sarà necessario”.

 

Questo “ampio grado di accomodamento monetario”, così lo chiama Draghi, “prevede il reinvestimento di tutte le cedole maturate” dell’Eurotower, che le ha girate alle Banche centrali nazionali, “per un periodo prolungato di tempo, poiché le prospettive a medio termine non lasciano ancora intravvedere l’obiettivo di riportare l’inflazione in tutti i paesi dell’euro prossima al 2 per cento”. Draghi ha così eliminato la formula del livello sotto al due, sostituendola con la “simmetria tra poco sopra e sotto, quel che è certo è che non ci piace ciò che vediamo”. Annunciando che “i comitati dell’Eurosystem (il sistema delle banche centrali), sono incaricati di studiare opzioni per “rinforzare le linee d’intervento”, ha citato “le modalità per l’acquisto netto di attività finanziarie”.

 

Rispetto allo scenario di fine 2018 le novità sono molte. I tassi, dei quali era stata annunciato il rialzo entro questa estate, restano a zero o sottozero almeno per un anno ancora. Poi c’è il possibile irrompere della Bce nell’economia reale. Infine il traguardo impegna tutta la prima parte del mandato di Christine Lagarde, che da novembre succederà a Draghi. Poiché è impensabile che la futura presidente francese non sia stata consultata, e nel board della Bce c’è Benoît Cœuré espresso dalla Banque de France e dall’Eliseo (come pure la tedesca Sabine Lautenschläger nominata dalla Bundesbank e dalla Cancelleria di Berlino), si può dire che questa nuova fase di politica accomodante rappresenta una continuità a Draghi-Lagarde ma anche, politicamente, una volontà dell’asse Francoforte-Parigi-Berlino al quale, con meno disattenzioni verso l’Europa, avrebbe potuto concorrere anche l’Italia.

 

Il presidente dell’Eurotower lo ha giustificato continuando a citare l’inflazione, le cui prospettive di fine 2019 sono al ribasso; le tensioni geopolitiche (la prossima settimana la Federal Reserve pressata da Donald Trump risponderà con un taglio di tassi tra 0,25 e mezzo punto, nel frattempo il rapporto euro-dollaro tocca livelli minimi); e infine la crisi manifatturiera soprattutto in Germania: dove l’indice Pmi è sceso a luglio a 43,1 punti mentre l’indice Ifo di fiducia delle imprese è stato misurato, giusto oggi, a 95,7 punti, i minimi da sette anni “il rallentamento in Germania renderà i responsabili politici più aperti a un maggiore sostegno monetario e fiscale. Dopotutto, quando in passato il presidente della Bundesbank Jens Weidmann si è opposto all’allentamento quantitativo l’economia tedesca ha registrato buoni risultati” dice Jack Allen-Reynold Senior Europe economist di Capital Economics. Draghi ha aggiunto che “i nostri sondaggi rivelano una ulteriore debolezza del pil europeo negli ultimi due trimestri 2019”. Qualcuno ipotizza che le aziende tedesche possano essere direttamente beneficiarie del nuovo Qe, vista anche la quasi impossibilità a comprare Bund a rendimento sottozero. Nei giorni scorsi anche le azioni della case automobilistiche si erano prodotte in un mini-rally. Draghi ha detto che “la lista degli strumenti è esaustiva, anche se non su tutti c’è ovviamente unanimità”.

Renzo Rosati

Livornese, del 1950, ha lavorato tra Milano e Roma, dove vive, al Mondo, l'Europeo, Panorama e in molti quotidiani occupandosi di cronaca, costume, politica, economia. Ama il jazz, il cinema,  i cani, la montagna, la sua famiglia, il bianco e nero. Adora il Foglio.

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