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L’azzardo finanziario della Silicon Valley

Libra, la moneta virtuale lanciata da Facebook, è il simbolo più vistoso delle ambiguità del capitalismo digitale. Il diritto antitrust deve aggiornarsi. Perché gli innovatori di ieri divenuti i monopolisti di oggi possono bloccare l’innovazione

1 Luglio 2019 alle 13:07

L’azzardo finanziario della Silicon Valley

foto LaPresse

Libra, la moneta virtuale lanciata da Facebook, può diventare il catalizzatore delle preoccupazioni che ruotano attorno al ricco e influente mondo delle piattaforme. Forse per la prima volta, l’annuncio di una rivoluzionaria innovazione da parte di una delle grandi piattaforme di internet non è stata accolta dalla usuale retorica della Silicon Valley sull’accrescimento della libertà e del benessere dei consumatori. Piuttosto ci sono state tante critiche da parte di governatori di banche centrali, think tanks, giornalisti.

 

A tale proposito, vale la pena di evidenziare che non ci sono soltanto i timori che l’introduzione della nuova moneta virtuale sta sprigionando – e che spaziano dalle conseguenze sulla stabilità finanziaria mondiale, ai rischi di riciclaggio e assenza di trasparenza nei movimenti di capitali, dall’attacco alla residua sovranità finanziaria statale ai possibili pregiudizi per i consumatori – ma libra è il simbolo più vistoso delle ambiguità del capitalismo digitale.

 

Internet e le sue piattaforme hanno portato enormi benefici all’umanità, ma i rischi non sono da meno ed è giunto il momento di affrontarli

Le grandi piattaforme che animano la rete sono infatti insostituibili strumenti di accrescimento del benessere dei consumatori – perché ampliano enormemente le possibilità di scelta, riducono i prezzi, consentono lo sviluppo di offerte più personalizzate, rendono facilmente accessibile una massa enorme di informazioni, riducono i costi di transazione, forniscono innumerevoli servizi che semplificano la vita di tutti noi – e si sono altresì dimostrate indispensabili per le imprese, specie le più piccole, che intendono raggiungere nuovi mercati e migliorare il loro business. Ma tutti questi vantaggi non possono portare a sottovalutare i rischi che la rivoluzione digitale porta con sé per l’economia, la democrazia e la società. Del resto tutte le rivoluzioni industriali del passato, con i loro disruptive effects, hanno prodotto insieme ai benefici grandi costi sociali, e il compito precipuo del potere pubblico è stato quello di mantenere i benefici e limitare i costi e i rischi prodotti dal cambiamento.

 

Questa sfida si ripete oggi, solo che oggi il cambiamento si verifica con una velocità estremamente più elevata di quella conosciuta dalle rivoluzioni industriali del passato e, per giunta, in un contesto politico e culturale in cui c’è stata quella che Eric Sadin, in un libro recente, ha chiamato la “siliconisation du monde”, cioè l’affermazione a livello globale dell’ideologia della Silicon Valley secondo cui attraverso le piattaforme l’umanità raggiungerà un livello di libertà, di benessere e di autonomia individuale impensabile per le passate civiltà.

 

Ora, però, questo clima sta cambiando e nel mondo si sviluppano varie iniziative che vanno in una direzione ben precisa: internet e le sue piattaforme hanno portato enormi benefici all’umanità, ma i rischi non sono da meno ed è giunto finalmente il momento di affrontarli. Questa tendenza ha preso corpo, in tutto l’Occidente, nel contesto, sempre più globale, del diritto antitrust e non per caso: l’antitrust, infatti, si colloca, fin dal suo esordio con lo Sherman Act, al crocevia tra il mercato, la democrazia e la coesione sociale. Proprio negli Stati Uniti, dove l’intervento antitrust sulle piattaforme digitali è stato assai timido se non inesistente in nome della capacità dei mercati di autocorreggersi (secondo i dettami della scuola di Chicago) e dell’esigenza di evitare che l’intervento pubblico bloccasse l’innovazione che continuamente si produce su internet, abbiamo avuto, negli ultimissimi tempi, un florilegio di iniziative che mirano a introdurre una robusta azione antitrust in considerazione della peculiarità dell’economia delle piattaforme che spinge verso la creazione di nuovi monopoli. Essi difficilmente possono essere scalzati da altri innovatori perché le barriere all’entrata in questi mercati sono praticamente insormontabili (le piattaforme hanno spesso un “bottleneck power”). Non solo, i giganti della rete possono anche fare leva sul potere di mercato che hanno in un settore per espandersi in un altro settore a spese dei concorrenti (il caso Goggle shopping deciso dalla Commissione europea) e inoltre operando, in molti casi, simultaneamente come gestori di un “marketplace” e attori che vendono merci e servizi sullo stesso “marketplace” (vedi Amazon) possono dettare le regole e conformare gli algoritmi della piazza virtuale in modo tale da risultare favoriti rispetto ai concorrenti che vendono merci e servizi analoghi o da discriminare quelle imprese che non utilizzano i servizi accessori forniti dalla piattaforma. Per non parlare del fatto che chi è dominante in mercato entra in possesso di una tale quantità di dati che, nell’”economia dei dati”, costituiscono una fonte di potere economico che mette in una condizione di insuperabile svantaggio chi, magari con servizi innovativi, vorrebbe entrare nello stesso mercato.

 

L’economia delle piattaforme ha delle proprie peculiarità che spingono al monopolio e alla chiusura dei mercati

In fin dei conti, gli innovatori di ieri divenuti i monopolisti di oggi possono bloccare l’innovazione. Ed è proprio in nome della tutela dell’innovazione e degli effetti positivi che essa ha sul benessere dei consumatori, oltre che sulla base delle peculiarità dell’economia delle piattaforme, che il cosiddetto “Stigler Report” (cioè il Rapporto sullo studio delle piattaforme digitali redatto dal “George J. Stigler Center for the study of the Economy and the State”, dell’Università di Chicago Booth Schoool of Business), appena pubblicato, prospetta di rivedere le interpretazioni e le categorie del diritto antitrust americano per consentire un più robusto intervento nei mercati digitali. Al di là delle tecnicalità, la vera rivoluzione copernicana consiste nel passaggio da una fase in cui la cultura economica e giuridica metteva in guardia dai rischio di “over enforcement”, sul presupposto che in mercati dinamici l’intervento antitrust può rilevarsi dannoso perché incapace di cogliere i vantaggi in termini di efficienza e di innovazione di pratiche apparentemente anticoncorrenziali, alla nuova opposta affermazione secondo cui in questi mercati c’è un forte “under-enforcement”. Il diritto antitrust deve aggiornarsi nelle interpretazione per aprire mercati che altrimenti tendono irrimediabilmente a chiudersi.

 

La medesima filosofia sta prendendo piede in Europa, dove la Commissione europea e le Autorità nazionali hanno condannato in più occasioni i giganti della rete e dove tutt’ora sono pendenti davanti a esse casi importanti, anche se predominano le incertezze sul quadro concettuale di riferimento. In Europa, tra i vari documenti, due in particolare stanno avendo un impatto importante: “Competition policy for the digital era” da poco elaborato per la Commissione europea da tre autorevoli economisti e “Unlocking digital competition” pubblicato nel marzo 2019 dall’Autorità della Concorrenza del Regno Unito. Anche in questi documenti troviamo la stessa premessa: l’economia delle piattaforme ha delle proprie peculiarità che spingono al monopolio e alla chiusura dei mercati e non bisogna invocare lo spauracchio dell’“over-enforcement” ma piuttosto renderci conto che quello che va contrastato è l’“under-enforcement” grazie a una rinnovata politica della concorrenza. In un quadro così vivace e in movimento, l’Autorità antitrust italiana – che è stata tra i “pionieri” nell’affrontare i nodi dei mercati digitali – farà sicuramente sentire la sua voce e perciò dobbiamo ascoltare con grande attenzione quello che il nuovo autorevole presidente dell’Antitrust, Roberto Rustichelli, dirà domani in occasione della sua prima relazione annuale al Parlamento.

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