Matteo Salvini - foto LaPresse

I guardiani del debito accerchiano Salvini

Renzo Rosati

Corte dei Conti, Bce e Commissione europea censurano passate e future manovre in deficit

Abbandonando la linea zen promessa dopo i risultati delle europee, Matteo Salvini ha rapidamente impostato una manovra di sfondamento (dei conti pubblici e della maggioranza di governo) promettendo di dimezzare l’Irpef alla maggior parte dei contribuenti. La flat tax, già accantonata quest’anno per palese mancanza di coperture, è per il leader leghista un’arma di fine mondo elettorale più che, al momento, un progetto fattibile: i soldi che mancavano pochi mesi fa in maggior misura adesso, ai 30-50 miliardi che costerebbe si devono aggiungere i 23 per evitare l’aumento Iva e circa 5 miliardi per i contratti pubblici e l’ordinaria amministrazione. Per questo Salvini si è rivolto via Facebook agli italiani con una sorta di referendum: preferite pagare il 15 per cento di Irpef o rispettare il tre per cento di deficit imposto da Bruxelles, dagli eurocrati, dallo spread, dagli speculatori, da “chi ci priva della libertà”? La risposta nelle intenzioni parrebbe scontata anche se appunto finalizzata a una nuova chiamata alle urne, per le politiche. Ma a incrinare lo slogan elettorale “meno Europa = meno tasse” arrivano richiami alla realtà da dentro l’Italia.

  

 

La Corte dei conti nel Rapporto 2019 sulla finanza pubblica boccia i due provvedimenti-bandiera gialloverdi, reddito di cittadinanza e quota 100. Nessuno dei due produce crescita né lavoro, dice la Corte confermando quanto già ammesso dal governo, mentre il reddito grillino “preoccupa per il finanziamento in deficit e il minore esborso andrebbe destinato per ridurre il disavanzo”. Quanto a quota 100 “mette a repentaglio la sostenibilità della previdenza a danno dei giovani”. Eppure la fiducia di famiglie e imprese rilevata dall’Istat a maggio prima dei risultati delle europee, ancora in clima di relativa stabilità del governo, tornano a salire dopo mesi, quello dei consumatori da 110,6 a 111,8 e quello delle imprese da 98,8 a 100,2, quest’ultimo interrompendo una lunga parabola discendente. 

  

A questo punto, e sempre mercoledì, i riflettori si spostano di nuovo oltre frontiera. La Banca centrale europea, nel rapporto sulla stabilità finanziaria sull’eurozona già a tinte opache per il “rallentamento generalizzato della crescita”, avverte di nuovo l’Italia a proposito “dell’impatto delle incertezze politiche”. Il vicepresidente Luis de Guidos, spagnolo, nello spiegare il dossier è andato oltre: “Ogni volta che le tensioni tra Roma e Bruxelles aumentano gli spread salgono. Penso che il messaggio sia molto, molto chiaro e la lezione evidente: è importante rispettare le regole. Anche perché lo spread si traduce immediatamente in un maggior costo per l’Italia che erode qualsiasi beneficio di una spesa pubblica più alta”. 

  

    
E poi c’è naturalmente la lettera della Commissione europea con richiesta di chiarimenti sui conti pubblici, chiarimenti da inviare in 48 ore. Salvini la definisce “una letterina”, minus quam, esortando più o meno ad ignorarla. Una procedura di infrazione però avrebbe effetti non tanto per i 3,4 miliardi da bloccare su un conto infruttifero quanto in prospettiva in un’Europa molto meno vicina all’Italia rispetto a quella attuale, e sui rating nuovamente in arrivo dall’estate sul debito pubblico, quindi sulla tenuta dei Btp. Valori che vengono determinati dal mercato, non dagli eurocrati. Con un certo coraggio le banche italiane ad aprile hanno aumentato di oltre sei miliardi l’esposizione sui titoli pubblici, tornando a superare quota 400 e parzialmente compensando le vendite di stranieri. Ora però alcuni istituti tra i quali Unicredit, Ubi e Iccrea hanno annunciato che non rinnoveranno i titoli in scadenza e la sensazione, confermata anche dalla Banca d’Italia, è che il nazionalismo bancario già visto tra il 2013 e il 2016 non potrà più fare a lungo da scudo al debito pubblico, soprattutto se questo sfonda limiti e parametri. Come sempre il paese privato è ancora disposto a scommettere sull’Italia. Sta a quello pubblico non rifilargli un’altra fregatura. In fondo l’accerchiamento di poteri forti evocato dal “capitano” leghista è solo questo. 

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