Il pressing americano in Tim esalta l'ambiguità italiana su Huawei

Alberto Brambilla

Il governo gialloverde, in imbarazzo, resta diviso tra la Lega trumpiana e il M5s filo-cinese

Roma. Gli Stati Uniti stanno aumentando la pressione sull’Italia in merito al divieto d’uso di apparecchiature delle compagnie telefoniche cinesi Huawei e Zte nelle infrastrutture di rete esistenti e in quelle di quinta generazione mettendo in imbarazzo il governo che non ha una posizione netta in merito agli investimenti cinesi, diviso tra la Lega trumpiana e il M5s filo-cinese, a un mese dalla visita del presidente Xi Jinping a Roma in marzo.

 

Ieri l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Lewis Eisenberg, ha visitato la sede romana gruppo Tim e ha incontrato l’amministratore delegato Luigi Gubitosi per un “colloquio di cortesia”, dicono fonti dell’azienda, che è durato mezz’ora, secondo testimoni oculari dell’agenzia Reuters. La compagnia e l’ambasciata non commentano speculazioni in merito alla richiesta americana a Tim di ridurre l’uso di apparecchiature Huawei presenti nella sua infrastruttura. Il Wall Street Journal aveva scritto che un amministratore delegato di un grande operatore mobile italiano era stato convocato nell’autunno scorso all’ambasciata americana a Roma, dove diplomatici e funzionari dell’intelligence gli hanno chiesto di smettere di usare le apparecchiature di rete a marchio Huawei. Gubitosi è diventato ad di Tim a novembre in sostituzione di Amos Genish, espressione dell’azionista Vivendi, primo socio di Telecom. In Telecom è presente come socio forte anche il fondo americano Elliott Management del finanziere Paul Singer, finanziatore della campagna per la rielezione di Donald Trump e del Partito repubblicano.

 

La Cassa depositi e prestiti ha aumentato la sua quota superando di poco il 5 per cento nella prospettiva di creare una società della rete con il piccolo operatore della fibra OpenFiber, di cui è azionista. Gli Stati Uniti e il Regno Unito segnalano il rischio di cyberspionaggio da parte della Cina attraverso i due operatori; di questo ancora non ci sono prove concrete. Dal punto di vista americano il problema non è solo di sicurezza ma è anche commerciale dal momento che le compagnie cinesi sono ormai in snodi essenziali delle infrastrutture e la loro concorrenza sta mettendo sotto pressione l’americana Cisco.

 

L’Europa intende alzare barriere all’ingresso di investimenti cinesi e monitorarli con meccanismo di screening comunitario. La svedese Ericsson potrebbe approfittare della cacciata dei rivali cinesi, ma il suo ceo, Börje Ekholm, ha detto che non si può avere timore della competizione perché fermerebbe l’innovazione tecnologica. Nel governo italiano ci sono visioni opposte su come trattare con le compagnie cinesi. La Stampa del 7 febbraio nell’articolo “il governo mette al bando Huawei e Zte per il 5G” riferiva di una posizione ferma e condivisa di fonti qualificate della Difesa e della Farnesina per bandire le compagnie dal paese con l’esercizio del potere di “golden power” – blocco di investimenti di paesi extra-europei – da parte della presidenza del Consiglio il cui titolare Giuseppe Conte cui è affidata la direzione del Dipartimento per la sicurezza della Repubblica dove le preoccupazioni americane erano condivise “pienamente”. Questa posizione, all’apparenza netta e condivisa in modo trasversale dagli apparati di intelligence, è però stata smentita lo stesso giorno con una nota del ministero dello Sviluppo economico che si occupa dello sviluppo delle reti 5G in cui sono coinvolte in fase di test Huawei (Bari-Matera) e Zte (L’Aquila-Prato). Al ministero è attiva una task force per attirare investimenti cinesi. E il 19 febbraio è stato istituito, ma ancora senza dettagli operativi, un Centro di valutazione e certificazione nazionale per la vulnerabilità delle reti tecnologiche. Sembra emulare in modo fiacco il National Cyber Security Center inglese che, come ha scritto l’ex ad di Vodafone Vittorio Colao sul Corriere della Sera, da anni difende la pubblica amministrazione inglese. L’annuncio di un organismo di valutazione italiano è positivo, ma al momento sembra solamente coprire l’ambiguità del governo con i capitali cinesi e le relative pressioni americane.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.