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Elogio della ricchezza globale

La povertà nasce dalla miseria collettiva e trasformare i ricconi nei testimoni della diseguaglianza mondiale è una fesseria

23 Gennaio 2019 alle 06:08

Elogio della ricchezza globale

Particolare de "Il banchiere e sua moglie" (1514 circa), di Quentin Metsys, Olio su tavola, 71 x 67 cm Parigi, Musée du Louvre

Sono 25 e posseggono la metà della ricchezza del mondo o giù di lì. Che c’è di strano? In che cosa sarebbero testimoni di diseguaglianza? Pare invece che sia accaduto il contrario, precisamente l’opposto. Molta molta gente è uscita da una condizione di estrema povertà, le diseguaglianze globalmente si sono ridotte negli ultimi decenni, gli stessi in cui quelle ricchezze sono state accumulate, hanno preso a circolare, prima di essere in parte tesaurizzate, non senza restare per lo più ricchezze contendibili, con altri ricchi potenziali che incalzano da est a ovest, da nord a sud. Ah, ecco, globalmente. E’ appena ovvio che queste grandissime ricchezze sono il prodotto della tecnologia globale, dei mercati unificati e del posto eminente della finanza nel teatro degli scambi, dell’evoluzione del capitalismo internazionale e multinazionale, di inventiva, di investimenti, di rischio o azzardo ben calcolato e fortunato, di sfruttamento anche brutale di risorse anche umane. Per Marx lo sfruttamento non è una moralità confortante e battagliera da agitare a vanvera, è un rapporto di produzione e di scambio che configura la sua anatomia della società civile. Le economie autoritarie, pianificate, non conoscevano questo rapporto di produzione e di scambio, infatti non c’erano i ricchi smisurati, non c’era accumulazione privata, iniziativa privata, c’erano ricchezze incamerate dallo stato e dal partito, sempre decrescenti, e i popoli se la passavano parecchio male, l’eguaglianza livellatrice era un segnacolo in vessillo ma veniva pagata con la miseria collettiva, comune, comunista. Sono cose che è grottesco e imbarazzante dover ripetere. 

 

Poi uno sui ricchi può pensarla come vuole. Ci sono quelli che amano i lussi, così sconfortanti e inutili e pacchiani, ci sono quelli filantropi, che pagano per il benessere degli altri una tassa che nessun impiegato comunale sarebbe disposto a pagare, in proporzione, sul suo reddito o patrimonio, ci sono quelli esibizionisti e cinici e quelli liberal e riformatori e serissimi e responsabili che amano e promuovono democrazia e cultura e guerra alle malattie. Comunque i ricchi se sono ricchi, se non sono rapinatori o gente per male da moralizzare, lo sono perché un sistema di traffico e produzione glielo consente, di essere ricchi, anzi straricchi. Non sono il cartello di Medellín, non sono la mafia, una associazione per delinquere su scala mondiale. Sono quelli dei droni che ti portano la posta a casa, con i libri, la pizza, i mobili, le scarpe, quelli che hanno illuminato miliardi di schermi per i più vari usi, quelli che hanno saputo giocare in Borsa e investire e arricchire e impoverire altri tra cui disgraziatamente molti fool separati dal loro money, sono quelli delle auto più o meno elettriche, delle medicine che a qualcosa servono, della ricerca, dei ritrovati di stile e di connessione tra uomini e cose, gli avventurosi che fanno circolare le economie e prendono il pedaggio del loro lavoro e delle loro idee e delle conglomerate in cui il loro lavoro si diffonde, si estende, crea ricchezze sociali da cui la vita di miliardi di persone dipende, in molti casi anche sfruttando le differenze di forza nella capacità contrattuale di quelli che lavorano per loro, insomma comportandosi da farabutti secondo la legge (del mercato). 

 

Non devono essere specialmente ammirati né denigrati né invidiati, sono bolse tutte le retoriche paraclassiste, di un genere o dell’altro, che riguardano gli straricchi e li stabiliscono come termine di paragone. Non sono la causa della povertà, per non arrivare a dire come Reagan, cinico performer ma estremamente compassionevole e molto amato dai suoi compatrioti, che loro e i loro emuli sono tra quelli che i poveri li riducono uscendo dal loro novero. O per non aggiungere con la fantastica Billie Holiday: I’ve been poor and I’ve been rich: rich is better.  Oltre tutto i Creso ci sono sempre stati. Il mondo ha sempre ricoperto d’oro alcuni, e quell’oro è insieme la risorsa e il fango di cui il mondo è fatto, ricchi straricchi e poveri e borghesi e miserabili si sono sempre alternati sul palcoscenico della nostra immaginazione, una recita a volte anche grandiosa, ma le grandi letterature, specie nell’Ottocento, specie in Russia e in Francia, hanno fatto del povero l’alfa e l’omega della cristianità esistenziale, mentre per i narratori e investigatori letterari americani, da Hawthorne a Melville, i poveri non esistono, sono la verità delle cose, semplicemente, pragmaticamente. E così sono quelli che per avventura diventano ricchi. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • verypeoplista

    verypeoplista

    23 Gennaio 2019 - 18:06

    E.E. (Egregio Emerito e non Escursionisti Esteri), mi sorge spontanea una domanda:se "la povertà nasce dalla miseria collettiva"((quindi dalle persone e dagli "utensili" culturali e collettivi (della società)) ,da cosa nasce la redistribuzione della ricchezza generata dai pochi emeriti?,ovvero dalle persone e dagli "utensili" propri e collettivi(della società)con i quali essi hanno creato-utilizzato la ricchezza.Credo sia questo,la redistribuzione,il tema sul quale dovrebbero i politici del mondo globale affrontare. In Africa, la miseria collettiva è endemica e ciò ha comportato la non creazione di "utensili"( leggi, attività economiche organizzate secondo regole,diritti e doveri non codificati e collettivamente riconosciuti etc etc..)quindi altrettanto difficile sarà la creazione di ricchezza e quindi (figuriamoci)la sua distribuzione.Più complessa diventa la sua realizzazione in società più avanzate come la nostra che,se sbilanciata,comporta scompensi trasversali e collettivi.

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  • ar1ar50

    23 Gennaio 2019 - 16:04

    Sono nato nel 1950. C'erano 2,5 miliardi di esseri umani. Nel 2018 si è arrivati a 7,6 miliardi. Siamo triplicati e ci sono 5,1 miliardi di uomini in più. Dal 1990 al 2015 il numero dei poveri è dimezzato. Ai miei tempi si diceva che c'erano 800 milioni di persone che soffrivano la fame. Attualmente si stima che siano 850 milioni. Male, malissimo. Vergognoso. Ma ci sono 4250 milioni di persone IN PIU' che mangiano. da dove viene tutto questo? Senza parlare di livelli sanitari, dell'istruzione, dell'accesso alle tecnologie più svariate. Diffondere i video di Hans Rosling (dopo averli tradotti, sigh!) attraverso le reti TV, portarli nelle aule scolastiche, fare dei talk show finalmente di senso e spessore. Ma con conduttori con la schiena diritta. Per capirci: non quelli che permettono a un Dibba, a un Di Maio o gente simile di sparare cazzate senza contraddittorio. I fatti. I fatti. E poi magari, per chi ci riesce, farsi delle domande.

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  • Beresina

    Beresina

    23 Gennaio 2019 - 16:04

    Caro Ferrara, il problema non è dare addosso al ricco in quanto tale ma un problema di organizzazione dei meccanismi di produzione e distribuzione della ricchezza. Non posso fare un discorso lungo ed elaborato come pure sarebbe necessario. Ma cìè un esempio preciso e illuminante che viene dalla crisi francese. I gilet gialli si lamentano dell'eccessivo carico fiscale e reclamano la reintroduzione dell'imposta sulla fortuna abolita da Macron. Quest'ultimo non a torto replica che l'abolizione serve a far sì che questi capitali invece di fuggire all'estero vengano reinvestiti in Francia. Solo che siccome lo Stato deve comunque finanziare i suoi servizi il peso fiscale ricade allora magari sui pensionati (non d'oro!), come ha fatto sempre Macron. Non è questo il segno di un meccanismo economico che ha qualcosa di malato e distorto e che dovrebbe essere rivisto? In ogni caso i ricchi continueranno ad essere tali, su questo non c'è dubbio!

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    • stearm

      23 Gennaio 2019 - 17:05

      E' vero che se entriamo nello specifico ci sono delle misure redistributive che possono non solo rendere la distribuzione della ricchezza più equa, ma possono contribuire a crescita e innovazione. Ricordiamoci però che già viviamo in sistema economico che utilizza la politica fiscale per influenzare la distribuzione del reddito. Una tassazione progressiva (poi si deve discutere anche qui sulle modalità senza paraocchi ideologici) può essere considerata a ragione uno strumento redistributivo che non pregiudica, anzi agevola la crescita economica nel lungo periodo. E in tutti i paesi europei infatti le tasse sul reddito sono progressive. Purtroppo bisognerebbe aggiungere che la progressività della tassazione sui redditi da lavoro negli ultimi trent'anni ha perso 'peso redistributivo' per motivi strutturali (legati in gran parte alla liberalizzazione dei mercati di capitale). Su questo si può certo cambiare qualcosa, ma partendo dal reale, non dalle favolette che si raccontano al 'popolo'

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  • franco.malandra

    23 Gennaio 2019 - 12:12

    Caro Giuliano condivido al 100% tuo pensiero peccato che pochi hanno il tuo stesso pensiero. Oggi anche grazie alla globalizzazione il mondo sta meglio rispetto a quando siamo nati noi (anni 50) nonostante siamo raddoppiati di numero (+3,5 MLD). A supporto ricordo che siamo al minimo storico guerre nel mondo, morti per fame, povertà e al Massimo storico paesi democratici, libertà di circolazione e per Europa abbiamo pure Massimo di welfare. Anche nel Vangelo viene premiato chi usa i propi talenti per creare ricchezza e punisce chi li sotterra, semmai il problema è trovare il corretto livello di tassazione per reperire risorse per chi rimane indietro senza scoraggiare voglia di intraprendere (vedi api di Mandeville). Cordiali saluti Franco

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