L'anno di Mario Draghi

Stefano Cingolani

I segreti dell’uomo che ha salvato l’euro, e l’Europa, disinnescando una nuova grande crisi. Il futuro del presidente della Bce passa anche da un libro

Mario Draghi è entrato nel suo ultimo anno di regno e, mentre la corsa per la successione s’accende, arriva il momento dei bilanci, delle celebrazioni, se non della vera e propria eulogia. Scrittori sapienti sono già al lavoro, negli Stati Uniti si parla di una segretissima biografia pronta per le stampe quando il presidente della Banca centrale europea passerà il testimone. E lì, come in ogni altra commemorazione, campeggerà una data, giovedì 26 luglio 2012, e un luogo, la Londra inondata di suoni e luci mentre si inaugurano i giochi olimpici. Ci sono momenti in cui ciascuno è chiamato a definire se stesso, sono le scommesse che si vincono o si perdono per sempre, gli appuntamenti con il destino. Quel momento s’è rivelato nell’estate di sei anni fa e ha segnato per sempre la figura dell’uomo che con una frase ha salvato la moneta europea e l’economia mondiale da una seconda catastrofe, persino peggiore di quella del 2018. Qualsiasi cosa possa aver fatto prima o qualsiasi cosa farà dopo non conteranno mai come quell’attimo fuggente in cui lasciò cadere sull’uditorio la sua formula magica: “Whatever it takes”. Fu una “intuizione geniale” secondo Christian Noyer, l’ex governatore della Banca di Francia (dal 2003 al 2015). Nemmeno lui che faceva parte del cerchio più ristretto al vertice della Bce, ne sapeva nulla, secondo l’accurata ricostruzione di due giornalisti, Jana Randow e Alessandro Speciale, appena uscita su Bloomberg, e che anticipa una biografia autorizzata sulla storia del governatore della Bce in uscita in America nei prossimi mesi.

 

La “intuizione geniale”, come la chiama l’ex governatore della Banca di Francia, del “whatever it takes”, a Londra nel 2012

“Nessuno riesce a leggere dietro a quella faccia da poker”, dice Carsten Brzeski. La successione, una partita che si gioca tra falchi e colombe

Le impressioni riportate da autorevoli testimoni e analisti confermano che più del calcolo poté l’immaginazione. Trattandosi di Draghi, però, quell’innovazione creativa fu ben preparata. Per verificarlo fino in fondo, meglio ascoltare di nuovo le sue parole, fare attenzione al linguaggio del corpo, alle pause, agli sguardi. “All’interno del nostro mandato, la Bce è pronta a fare tutto quel che è necessario per preservare l’euro”, dice Draghi dopo aver rappresentato la moneta unica come un calabrone capace di volare sfidando tutte le leggi della fisica. Poi si ferma, alza gli occhi verso il suo uditorio e aggiunge: “E credetemi, sarà abbastanza”. Getta ancora uno sguardo attorno per vedere l’effetto di quella frase che nel testo scritto occupa da sola un intero paragrafo. E si rende conto di aver colto nel segno. Ha davanti a sé alla Lancaster House, un edificio in stile georgiano, bianco con tetti di ardesia, non lontano da Buckingham Palace, un pubblico di banchieri e uomini di finanza invitato dal primo ministro David Cameron per la Global Investment Conference. Jim O’Neill, presidente di Goldman Sachs, applaude convinto: “E’ un commento incredibilmente importante”. Ma non è un fulmine a ciel sereno. “Le ha soppesate ben bene quelle parole. Anzi, le ha provate davanti allo specchio”, sorride un banchiere che ha lavorato con lui. “Sono sicuro che Mario ci ha pensato a lungo, ma non avrebbe mai immaginato di uscirsene così chiaramente e semplicemente. E’ un colpo da maestro”, commenta Stanley Fischer, professore al Massachusetts Institute of Technology, poi governatore alla Banca centrale europea e numero due alla Federal Reserve, che gli è sempre stato molto vicino fin dagli anni del dottorato al Mit.

 

A Draghi non sfugge certo che cosa vuol dire in concreto “whatever it takes”: implica di saltare il Rubicone e comprare titoli sul mercato, bond emessi da imprese e soprattutto dai governi. Esattamente come la Fed sotto la guida della sua vecchia amica Janet Yellen, moglie del premio Nobel George Akerlof. Ma è davvero “all’interno del mandato”? Può la Bce spingersi a tanto? Alla fine del suo discorso Draghi dice di sì, perché il mercato sta caricando sui debiti sovrani “premi che hanno a che fare con il rischio di fallimento, con la mancanza di liquidità, ma sempre di più con il rischio di convertibilità”. In altre parole, con il collasso della moneta unica. “E questo entra nel nostro mandato”. Che cosa ci sta a fare, in altri termini, una Banca centrale se non difende la moneta che emette? “Nella misura in cui la dimensione di questi premi ostacolano il funzionamento dei meccanismi di trasmissione della politica monetaria, essi entrano all’interno del nostro mandato”, insiste in modo che a nessuno sfugga il significato e l’importanza del passo che sta per compiere. Sono le frasi conclusive di un discorso costruito accuratamente, con un triplice accento sul rispetto di regole che consentono molto più di quel che sostengono i critici, quelli che vogliono rifare tutto per non fare un bel niente; è il culmine di una svolta nel ruolo della Bce come prestatore di ultima istanza che Draghi ha realizzato fin dal suo insediamento nel novembre 2011. I critici tedeschi glielo rimproverano, i critici italiani dopo averne incassato i benefici, adesso non vogliono riconoscerglielo.

 

La prima mossa riguarda il costo del denaro con due tagli successivi dei tassi d’interessi che verranno portati addirittura in territorio negativo, più giù di quanto si sia spinta la Fed. Poi c’è il programma chiamato Ltro che pompa nelle casse esauste delle banche mille miliardi di euro a costo minimo. E ancora il fiscal compact annunciato il 1° dicembre e lanciato come sfida ai governi per sostenere con una politica di bilancio rigorosa una politica monetaria iper-espansiva. Non è una concessione all’ordoliberalismo tedesco, è quel che Fischer gli ha insegnato a Boston e ha scritto insieme a Rudiger Dornbusch in quel manuale diventato una sorta di bibbia per la politica economica post keynesiana. Il fiscal compact è propedeutico a un nuovo strumento di intervento, il fondo salva-stati che diventerà poi Meccanismo europeo di stabilità deciso dal Consiglio europeo del 9 dicembre 2011 e attivo proprio dal luglio 2012: la frase magica, dunque, non è improvvisata e non è nemmeno un salto nel buio. Il passo successivo, il Quantitative easing, dà il colpo finale alla speculazione contro i debiti sovrani.

 

Uscito da Lancaster House, Draghi telefona alla sua nemesi, Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, il quale non è affatto convinto che sia legittimo spingersi in questi territori inesplorati. Tassi negativi, moneta stampata a volontà, ma soprattutto riempirsi di titoli di governi in odor di default. L’epidemia greca aveva già contagiato la Spagna e soprattutto l’Italia. Nel novembre 2011 era caduto Silvio Berlusconi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva insediato Mario Monti che aveva bruscamente alzato le tasse imponendo una patrimoniale sugli immobili e allungato l’età pensionabile a 67 anni, un record europeo, ma nonostante ciò non aveva convinto fino in fondo, tanto che lo spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi era ancora pari al 5 per cento. Un premio eccezionalmente alto al rischio convertibilità, cioè all’eventualità che l’Italia uscisse dall’euro trascinando con sé altri paesi e facendo saltare la moneta unica europea. Weidmann, banchiere centrale competente, dotato di sensibilità politica (era stato il consigliere economico di Angela Merkel) è consapevole di questi rischi, ma non è disposto ad accettare che il costo venga scaricato su tutti: chi ha sgarrato deve pagare. E’ la sua conditio sine qua non e Draghi non può che accettarlo. Un cedimento colpevole, secondo gli ideologi populisti. Ed è proprio questo il punto chiave che lo divide dal governo gialloverde: Roma non vuol pagare perché il costo va ripartito fra tutti. Così, alla fine del suo mandato, quando si celebrano i suoi meriti senza dubbio superiori alle sue colpe, Draghi si trova a fronteggiare il rischio Italia, il rischio del suo paese. E tutti lo aspettano al varco.

 

Il governo gialloverde gli chiede una ulteriore forzatura: continuare a comprare titoli oltre il termine stabilito. Per Draghi è un vero trappolone, non può e non vuole farsi accusare di favorire l’Italia, quindi non smette di ammonire che “i paesi ad alto debito debbono fare di tutto per ridurlo”. Lo ha detto a Paolo Savona quando è andato a trovarlo a Francoforte a fine luglio, lo ha ribadito anche nei suoi contatti istituzionali, a cominciare dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il presidente della Bce si è sentito ferito, anche se non meravigliato, dal fuoco di fila partito contro di lui non solo da parte di Alberto Bagnai, l’economista lanciato e sostenuto da Savona, ma da Luigi Di Maio che è giunto ad accusarlo di “avvelenare i pozzi”, mentre dai salvinisti duri e puri arriva l’accusa di scarso patriottismo se non, persino di tradimento. “Ciascuno si assuma le proprie responsabilità”, ha sentenziato Savona. La riconoscenza non fa parte del carattere nazionale. Certo Draghi che ha salvato l’Italia, l’euro e l’Europa, l’uomo dell’anno 2012 sulla copertina di Time, tutto poteva immaginarsi tranne che questo tipo di coltellate alle spalle.

 

Il salto del Rubicone: comprare titoli sul mercato, bond emessi da imprese e soprattutto dai governi, è “all’interno del mandato” della Bce

Il Quantitative easing dà il colpo finale alla speculazione contro i debiti sovrani. Si è sentito ferito dal fuoco di fila del governo gialloverde

Delegittimato Draghi, chi può davvero evitare il default del debito sovrano? La convinzione di Savona è che l’Italia sia troppo grande per fallire. Anche tra i banchieri centrali dell’Eurozona qualcuno comincia a chiedersi se non convenga allungare la scadenza, visto che l’inflazione non ha ancora raggiunto l’obiettivo del 2 per cento (e questo è un punto debole per una politica monetaria tanto espansiva) e ci sono chiari segni di rallentamento della congiuntura in tutta l’Eurozona. Per l’Italia sarebbe comunque un sollievo, Draghi non sarebbe contrario, ma non può essere lui a fare la prima mossa. L’ultimo consiglio direttivo dell’anno, giovedì prossimo, 13 dicembre, ne discuterà e prenderà una decisone. Ma certo non depone a favore dell’Italia il fatto che la manovra di bilancio contenga un rifiuto esplicito del Fiscal compact, perché il deficit strutturale, cioè la differenza tra entrate e spese dello stato al netto degli effetti congiunturali, non si riduce, resta per tre anni all’1,7 per cento, quindi allontana il pareggio di bilancio che è stato scritto nella Costituzione in quel fatidico 2012 con il voto di chi ora lo rinnega. Non solo: la scelta sul futuro del Quantitative easing ormai si è fatta politica più che mai perché s’intreccia con la successione a Draghi, una partita che si gioca, ancora una volta, tra falchi e colombe: i primi sostengono l’ultra ortodosso finlandese Erkki Likkanen, gli altri François Villeroy del Galhau, la cui discesa in campo spiazza l’altro francese Benoit Coeuré, membro dell’esecutivo della Bce che però non ha mai fatto il banchiere centrale. L’irlandese Philip Lane, un altro potenziale candidato, andrebbe al posto dell’olandese Peter Praet come capo economista: una funzione chiave. E Weidmann? Tutto dipende dalle prossime elezioni europee. La Merkel punta alla poltrona di Juncker e ha messo in campo Manfred Weber, Peter Altmaier o Ursula von der Leyen.

 

Che farà tra un anno Super Mario, come lo hanno battezzato gli americani? Tornerà nel privato, prenderà la presidenza di una banca o magari avrà un ruolo pubblico, non partitico, ma istituzionale? Draghi si è ritagliato una figura di tecnico, tuttavia ha un grande senso politico e lo ha confermato nel modo in cui ha affrontato i tedeschi, non solo con Angela Merkel che lo ha sostenuto, ma i suoi critici più accesi, gli economisti ortodossi, la Bundesbank, il mondo degli affari. Lo aveva dimostrato, del resto, anche in Italia negli anni Novanta, quando ha gestito le privatizzazioni delle banche e delle imprese, ha praticamente scritto la riforma dei mercati finanziari, il testo unico conosciuto come “legge Draghi”, e ha fatto da copilota per il ritorno della lira nel sistema monetario europeo e l’ingresso nell’euro. “Nessuno riesce a leggere dietro a quella faccia da poker”, dice Carsten Brzeski, economista della banca olandese Ing. Quando sorride, Draghi è enigmatico come il gatto del Cheshire in “Alice nel paese delle meraviglie”. Selettivo fino alla ossessione, sceglie con cura i compagni di tennis o di golf (passione d’età matura). Entrato al Tesoro nel 1982, come consigliere del ministro Giovanni Goria, con la raccomandazione di Beniamino Andreatta, è diventato direttore generale nel 1991, nominato da Giulio Andreotti su proposta del ministro del Tesoro Guido Carli. Simpatico, ma riservato, anzi circospetto, si racconta che volesse sapere chi erano i commensali anche per andare a mangiare una pizza. Le poche immagini private sono state rubate quasi per caso. A villa Borghese con una macchinetta fotografica in mano, accanto alla moglie Serena, padovana di famiglia nobile discendente da Bianca Cappello che sposò Francesco de’ Medici, granduca di Toscana. Alla guida di una Smart con il telefonino all’orecchio. A Milano mentre insieme alla figlia Federica, biologa, aspetta la nipotina che esce da scuola. Il secondo figlio Giacomo lavora nella finanza e si è laureato con Francesco Giavazzi, amico di lungo corso.

 

Di lui si è parlato come potenziale presidente della Repubblica quando Sergio Mattarella scadrà nel 2022 o di guida per un governo pacificatore quando finirà l’onda di furia e furore. Draghi lascia dire, ma fa discretamente sapere che tutto è prematuro, in ogni caso chi entra papa esce sempre cardinale. Non è solo un detto popolare. Draghi ha studiato al liceo dei gesuiti, l’Istituto Massimiliano Massimo di Roma, dove ha avuto come insegnante Franco Rozzi, considerato un secondo padre (i genitori sono morti entrambi quando aveva 15 anni). Il giorno in cui, nel 2005, fu nominato alla guida della Banca d’Italia, i giornalisti appostati sotto casa di Berlusconi videro il nuovo governatore in via del Plebiscito proveniente da piazza del Gesù. Lo fermarono, convinti che stesse andando a parlare con il premier: “Veramente sono stato da padre Rozzi”, rispose Draghi. Il maestro gli ripeteva sempre un detto di sant’Ignazio da Loyola: “Non prendere decisioni in base ad alcuna propensione che sia disordinata”. E l’italiano con l’elmetto a punta, come lo ha raffigurato anni fa la Bild, quel precetto non l’ha mai dimenticato.

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