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Perché l’economia del governo assomiglia a un disastro latinoamericano

L’esecutivo giallo-verde sta adottando politiche economiche “esotiche” molto pericolose, ci dice Moisés Naím

13 Novembre 2018 alle 08:43

Perché l’economia del governo assomiglia a un disastro latinoamericano

Foto Imagoeconomica

Roma. “Ho paura che in Italia stia incubando quella che potrebbe essere la prossima crisi finanziaria internazionale”. “Addirittura?”. “Sì”. Caporedattore della rivista Foreign Policy dal 1996 al 2010 dopo essere stato ministro in Venezuela e in seguito regista e presentatore di un programma tv che si chiama “Efecto Naím” e che è visto in tutta l’America latina, premio Ortega y Gasset, considerato tra i 100 pensatori più influenti al mondo, Moisés Naím è un personaggio perfettamente a cavallo tra mondo anglofono e mondo ispanofono, anche se per radici familiari è un ebreo libico italianizzato, e parla un eccellente italiano. E’ dunque nella nostra lingua che dà al Foglio questa previsione: con tono pacato, ma deciso.

 


Moisés Naím (foto Imagoeconomica)


 

Quindici mesi sono passati da quando il governo Conte si è insediato, e il suo responso è senza appelli. “Il bilancio italiano è un problema che può far saltare l’economia mondiale, e che sta venendo trattato secondo modalità tipiche del populismo latinoamericano. In America latina abbiamo una lunga storia di governi che ci dicono di aver inventato nuove politiche economiche non ortodosse, differenti, creative, esotiche. Ecco: quella che sta proponendo il vostro governo è una politica economica esotica. In America latina quando i governi cominciano ad avere problemi economici e a non avere più idee chiare su come uscirne, si mettono a inventare. Promettono. Dicono che hanno trovato una formula magica, differente, non conosciuta da nessuno prima di loro, esclusiva, la soluzione che non richiede nessun sacrificio. Immancabilmente, il tutto termina con un grave disastro economico. L’Italia in questo momento presenta una allarmante combinazione tra problemi strutturali annosi, problemi internazionali del modo in cui si relaziona con l’economia mondiale, e un governo che si è convertito alla politica economica esotica”.

 

E tuttavia anche il governo giallo-verde in Italia si introduce in una temperie politica precisa. Da poco Jair Bolsonaro è stato eletto presidente del Brasile: un “Trump brasiliano”, e un militare in odore di golpismo come Chávez. “Bolsonaro è un militare di estrema destra, Chávez era chiaramente di sinistra. E poi Venezuela e Brasile sono due paesi veramente molto differenti. Però è simile il modo in cui sono arrivati al potere a colpi di antipolitica. Tutti e due hanno fatto una campagna elettorale che li ha portati alla presidenza cavalcando il tema della lotta contro la corruzione. Purtroppo l’evidenza storica dimostra che questi leader finiscono per creare paesi più corrotti ancora”.

 

Il precedente di Mani Pulite

L’elezione di Bolsonaro in Brasile è sintomo del bisogno di uomini forti. “Anche l’Europa appare in cerca di caudillos”, dice Naím, ex caporedattore di Foreign Policy. “Stiamo scoprendo che l’America latina non ha il monopolio del desiderio di farsi governare da uomini forti”

Il ruolo della magistratura brasiliana con Lava Jata ci riporta all’Italia di Tangentopoli, a cui il giudice Sérgio Moro, ex capo procuratore dell’inchiesta e da poco nominato ministro della Giustizia con il nuovo governo, si è dichiaratamente ispirato. Moro non si sta ora screditando con la decisione di accettare un posto da ministro da Bolsonaro? “Un po’ sì”, è l'impressione di Naím. “Lui sostiene che come ministro potrà fare di più che come magistrato, ma la verità è che corre il rischio di fare la triste fine di Antonio Di Pietro”. E intanto Salvini saluta in Bolsonaro il “Trump brasiliano”. “Bolsonaro fa l’antipolitico, ma in realtà è un politico professionista. Lui e i suoi figli. Ha passato 27 anni nel Congresso del Brasile. Trump invece no: è arrivato alla politica da poco. Poi Bolsonaro pensa da militare. Trump continua a pensare come un real estate developer, alla testa di un’organizzazione specializzata in casinò”.

 

E questa origine militare avvicina Bolsonaro al chavismo, e alla tradizione del caudillismo latinoamericano. “Sì, ma anche l’Europa oggi appare in cerca di caudillos. Stiamo scoprendo che l’America latina non ha il monopolio del desiderio di farsi governare da uomini forti”.

 

Pochi anni fa Naím ha pubblicato un libro di grande successo sulla “fine del potere”: in risposta a una politica che non riesce più a decidere, la gente cerca leader forti che promettono di prendere le decisioni. “Trump, Bolsonaro, il governo giallo-verde confermano in pieno la conclusione di quel libro”, osserva Naím. “Nel secolo XXI secolo il potere è diventato più facile da ottenere, più difficile da usare e più facile da perdere. Trump è arrivato al potere facilmente: quello che nel mio libro definisco un micropotere capace di sconfiggere i megapoteri stabiliti da sempre. Ma una volta arrivato al potere, ha scoperto che è molto difficile usarlo. Ha fatto una riforma fiscale, ha fatto molto teatro sulla questione migratoria, ma non è riuscito a fare cambiamenti strutturali. E poi il potere è più facile da perdere. Lo abbiamo visto con la sconfitta nel voto delle midterm”.

 

Le midterm di Trump

Ma è stata una sconfitta? “Non c’è dubbio. Ha potuto mantenere il controllo del Senato però ha perso la Camera, ha perso dei governatori, e soprattutto ha perso centinaia di eletti nelle camere degli stati. Come voto popolare almeno tre milioni di voti si sono spostati contro di lui”. Secondo Naím, una riprova che Trump ha perso è nel nervosismo con cui ha reagito. “Lo abbiamo visto sfogarsi virulentemente contro i mezzi di comunicazione accusando i giornalisti di essere i nemici del popolo. Abbiamo visto una scena incredibile nella sua conferenza stampa dopo le elezioni”. Se è per questo, le stiamo vedendo anche in Italia, con le invettive di Di Maio e Di Battista. “Si tratta di leader che diventano pazzi quando vedono gente che scrive per presentare prove che vanno contro a quello che loro dicono”, osserva Naím.

 

Eppure l’economia con Trump sembra andare bene. O anche quella è una mistificazione? “No, l’economia va bene”, dice Naím “Ma è questo uno dei grandi paradossi. C’è il tasso di disoccupazione più basso da decenni, la crescita è significativa, gli investimenti stanno andando forte, il reddito pro capite sta aumentando. Perché allora Trump non ha usato l’economia come tema centrale di queste elezioni? Perché si è centrato su una carovana di migranti del Centroamerica che è ancora a 900 km dalla frontiera degli Stati Uniti, invocando addirittura il rischio di un’invasione? Evidentemente, per lui è irrinunciabile agitare la minaccia dei migranti come strumento per polarizzare i suoi elettori e mobilitarli”. E forse anche questo assomiglia molto a qualcosa che stiamo vedendo in Italia.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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