Il premier Giuseppe Conte, a destra, e il ministro Giovanni Tria (foto LaPresse)

Contro il buonsenso e l'euro

Enrico Morando

La manovra vìola tutte le regole esistenti senza produrre crescita (se non quella dello spread)

Cominciamo dagli aspetti positivi della Nadef del governo gialloverde: c’è l’esplicito impegno a “confermare” le misure dei governi di centro sinistra in materia di super e iperammortamento. Se non è una furbata, è una scelta che traduce in opere le parole della premessa di Tria sul “rilancio degli investimenti”: basterà una norma di una riga (con relativa, ingente copertura finanziaria), che estenda super e iperammortamento agli investimenti messi in atto dalle imprese nei prossimi due anni. Secondo le tendenze in atto, questo consentirebbe alle imprese più produttive e dinamiche di sostenere davvero l’occupazione dei giovani nativi digitali, innalzando contemporaneamente la competitività del sistema-paese.

 

Un secondo elemento positivo si ritrova nelle pagine dedicate al settore bancario: dopo l’apprezzamento per la riduzione dei crediti deteriorati dei primi mesi del 2018, il governo si impegna a “consolidare e rafforzare i miglioramenti sinora conseguiti”. Fino al punto di prevedere la possibilità di “introdurre una nuova normativa relativa alle Gacs”. Non manca, a chiusura del capitolo banche, l’impegno “al completamento della riforma delle cooperative e delle banche popolari”. Chi avesse in mente le invettive di Cinque stelle e Lega contro “i governi dei banchieri” che hanno introdotto le Gacs e le riforme citate, ha diritto di trasecolare. Ma tutto è bene quel che finisce bene. Dunque, viva la conversione sulla via di Francoforte. Purtroppo, le notizie positive – per quanto gravemente compromesse dal contesto dentro cui sono collocate – si fermano qui. Il resto è ostentazione della violazione di tutte le regole esistenti, da quelle del buon senso a quelle della Costituzione, fino a quelle dell’Unione monetaria.

 

Il vero contrasto alla povertà viene solo dalla crescita e dal lavoro, che nascono in imprese capaci di stare sul mercato in un contesto favorevole

Partiamo da quelle del buon senso. Non è necessario avere studiato i saggi di Blanchard o di Alesina sulle dimensioni dei moltiplicatori fiscali per giungere a concludere che una misura di accelerazione della fuoriuscita dal lavoro dei più anziani, accompagnata da un intervento per accrescere le risorse destinate a chi non lavora – secondo le stime più attendibili, questi due interventi assorbono l’80 per cento della maggiore spesa prevista dalla manovra –, è destinata ad avere un effetto espansivo o molto limitato nel breve periodo, che può addirittura diventare negativo nel medio. Nella Nadef i nostri governanti sono stati costretti a scrivere ciò che è ovvio (“sebbene le stime di finanza pubblica non comprendano effetti di retroazione della maggiore crescita sul saldo di bilancio…”), ma nelle presentazioni giornalistiche e televisive della manovra è tutto un esaltare la crescita indotta dalla spesa in deficit, che spingerà il ritmo di aumento del pil “ben sopra” i livelli raggiunti nel recente passato.

  

Al netto degli effetti prevedibili – sul costo del servizio del debito pubblico e sul credito alle imprese e alle famiglie – del drastico ridursi del merito di credito del paese, determinato dalla forte deviazione dal percorso di lenta stabilizzazione della finanza pubblica, è la finalizzazione delle spese in deficit a escludere che esse possano avere un effetto davvero tonificante sul ritmo di crescita: ciò che si sarebbe potuto più credibilmente associare a una manovra che portasse l’indebitamento netto appena sotto il 2 per cento del pil, concentrandosi sugli investimenti pubblici e sull’ulteriore sostegno fiscale di quelli privati. Cioè, su scelte che potrebbero abbracciare un limitato arco di tempo e, per questa ragione, incidere assai poco sul saldo strutturale (quello che conta sia per il rispetto dell’articolo 81 della Costituzione, sia per Bruxelles).

Il saldo strutturale avrebbe potuto essere migliorato non dello 0,6 per cento del pil, come prevede il piano di rientro approvato dal Parlamento l’autunno scorso, ma – previa autorizzazione delle Camere – solo dello 0,1 per cento. La Nadef gialloverde, tutto al contrario, dispone un peggioramento del saldo strutturale di ben 0,8 punti nel 2019, che si ripete sia per il 2020 sia per il 2021. Il tutto, per finanziare spesa corrente e permanente.

 

Il bello è che il Governo si mostra consapevole di ciò che minaccia la crescita economica italiana: riconosce che il rallentamento in atto è dovuto al calo delle esportazioni, a fronte di una tenuta della domanda interna. Lo sforzo del paese dovrebbe concentrarsi sull’incremento della produttività, cioè su formazione del capitale umano, ricerca, investimenti infrastrutturali, spinta alla contrattazione di secondo livello… Ma la Nadef è tutta pensioni e reddito di cittadinanza.

 

Il fatto è che il vero contrasto alla povertà può venire solo dalla crescita e dal lavoro: entrambi nascono in imprese capaci di stare sul mercato perché operanti in un contesto favorevole. A partire dalla pressione fiscale sui fattori produttivi. Come documenta la Nadef, la pressione fiscale al netto degli “80 euro” ha raggiunto nel 2017 il 41,6 per cento del pil. Nel 2013 era al 43,6 per cento del pil. In quattro anni, è dunque diminuita di ben due punti, attraverso un coerente percorso di riduzione, che non ha eguali nell’esperienza dei governi succedutisi dal 1995 a oggi. Problema risolto? Purtroppo no. Nei confronti internazionali la pressione fiscale sui produttori in Italia resta elevata e penalizza le capacità competitive del nostro sistema produttivo. Di qui la decisione, presa alla fine del 2016 per l’inizio del 2018, di introdurre l’Iri, cioè… la flat tax per le imprese minori. L’Iri, la cui prima applicazione venne rinviata (sbagliando) dal governo Gentiloni al 1 gennaio 2019, era una riforma molto onerosa per il bilancio pubblico: nel primo anno, costava più di 2 miliardi di euro. La Nadef dei sostenitori della flat tax per tutti annuncia la “abrogazione dell’Iri…”, cioè dell’unico concreto passo verso la flat tax già presente nel nostro ordinamento fiscale. Col risultato che il sistema delle imprese minori si vede sottrarre, nel solo 2019, oltre 2 miliardi che la legge in vigore gli assegna.

 

Il pezzo forte della Nadef è però costituito dalle pensioni con la soluzione “quota 100”: 62 anni di età e 38 di contributi. E con l’impegno esplicito a “Integrare le pensioni esistenti al valore della soglia di povertà relativa (780 euro mensili)”. Sulle risorse necessarie per finanziare l'intervento, la Nadef è piuttosto avara di indicazioni. Ma tutti sanno che si tratta di più di 10 miliardi di euro, crescenti nel tempo. Uno sfondamento del bilancio di cui la Nadef si mostra consapevole. Una “ostentazione” della violazione delle regole: sembra che il governo – dopo aver promesso a tutti di voler rispettare impegni presi verso i suoi cittadini e i partners dell’area euro – ricerchi ora esplicitamente un esito di rottura, attraverso provocazioni che fanno più danni degli insulti a tutti gli interlocutori.

 

Dare risorse a chi non lavora (l’80 per cento della maggiore spesa della manovra), è una scelta destinata ad avere un effetto espansivo modesto

Nella Nadef il governo scrive che “si hanno deviazioni significative dal percorso di avvicinamento allo Omt (il pareggio strutturale) nel caso in cui… si rilevi uno scostamento di 0,5 punti in un anno o, in media, di 0,25 punti sui precedenti due anni, rispetto agli aggiustamenti richiesti dai criteri…”. Siamo alla violazione delle regole conclamata ed esibita, senza spiegazioni e senza scusanti. Di quella relativa all’articolo 81 ho già scritto per LibertàEguale, ma non potevo immaginare che la Relazione al Parlamento presentata da Conte e Tria per ottenere l’autorizzazione ad allontanarsi dall’obiettivo del pareggio, si concludesse con queste parole: “In questo scenario, il sostanziale raggiungimento dell’Obiettivo di medio termine ... sarà raggiunto gradualmente negli anni a seguire”. Dando così esplicitamente (e tranquillamente) per irraggiungibile, per tutto il periodo di previsione, il pareggio strutturale.

Resta da porci un’ultima domanda: perché questa ostentata ricerca dello scontro e della radicalizzazione, con tutti e su tutto? La risposta, temo, si ricava dalla lettura dei programmi elettorali dei due partiti che ci governano: rinazionalizzare tutte le politiche, mettendo nel conto la possibilità di uscire dall’euro. L’unica responsabilità che non si può imputare loro, quindi, è quella di non aver detto e scritto – chiaramente e per tempo – cosa avevano intenzione di fare.