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Donate euro alla patria!

Salvini, “gli italiani che ci daranno una mano” e il rischio patrimoniale

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

11 Ottobre 2018 alle 06:21

Donate euro alla patria!

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Si può dire, usando slogan del Ventennio tornati di moda, che Di Maio traccia il solco e Salvini lo difende. Dopo aver protestato contro le “inique sanzioni” dell’Europa, dei mercati e delle agenzie di rating, i due vicepremier hanno detto: “Noi tireremo dritto”. Il problema è che in tanti, ormai troppi, hanno avvisato il governo che “tirare dritto” è molto pericoloso perché di fronte c’è una curva. Per il consensus economico le previsioni di crescita sono molto più basse di quelle del governo e in questo modo il debito pubblico rischia di esplodere e diventare insostenibile. In attesa del giudizio delle agenzie di rating, lo hanno detto la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale, la Banca d’Italia e l’Ufficio parlamentare di bilancio.

 

Queste previsioni di crescita dovranno essere aggiornate in base ai provvedimenti della manovra, dicono dalle parti del governo, ma visto quello che sta accadendo sui mercati è probabile che verranno riviste al ribasso. I mercati si fidano di più del Fmi e di Bankitalia che dei gialloverdi. Di fronte alla prospettiva dell’aumento dello spread, per non arrivare a “quota 400”, il governo è intenzionato a chiedere agli italiani di donare “euro alla patria”. 

 

“Se lo spread continuerà a salire non staremo fermi, abbiamo più di un’idea – ha detto Salvini a margine della riunione del G6 di Lione – La forza dell’Italia, che nessun altro degli amici seduti al tavolo oggi ha, né i francesi, né gli spagnoli è un risparmio privato che non ha eguali al mondo. Per il momento è silenzioso e viene investito in titoli stranieri. Sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano”. Tradotto nel linguaggio poco patriottico della scienza triste: repressione finanziaria. Ovvero una serie di iniziative del governo per incanalare verso se stesso risorse dei risparmiatori, che quindi vanno a finanziare il debito a tassi artificialmente negativi o inferiori a quelli di mercato. Il soccorso sovrano, per molto tempo, è arrivato regolarmente da parte delle banche e delle compagnie assicurative che però, proprio in questo momento, stanno pagando questa scelta con il crollo del valore dei titoli di stato in loro possesso. E, come segnala il Fmi nel “Global financial stability report” pubblicato ieri, lo stretto legame tra rischio bancario e rischio sovrano è un pericoloso canale di trasmissione di instabilità. Ora che neppure le banche ce la fanno a sostenere il debito pubblico, si chiede l’aiuto dei risparmiatori per sorreggere stato e banche.

 

L’idea dell’esecutivo si sostanzierà probabilmente nei Cir (Conti individuali di risparmio), che hanno lo scopo di incanalare i risparmi verso i titoli governativi. Ma anche questo progetto ha alcuni problemi: il primo è che, prevedendo una forte agevolazione fiscale, comporta anche una perdita di gettito e il secondo è che questo drenaggio di risorse spiazza gli investimenti privati e comporta quindi un aumento dei costi della raccolta per i settori più dinamici dell’economia. Questo secondo aspetto non sembra minimamente interessare l’esecutivo che, vista la convocazione delle aziende di stato da parte del premier Conte per chiedere un aumento degli investimenti a supporto della manovra, sembra voler chiedere a tutti gli agenti economici di seguire la linea del governo e unirsi nello sforzo comune. Non siamo all’economia di guerra, ma quasi.

 

Questa idea di cacciare gli investitori stranieri e nazionalizzare tutto, debiti e rischi, comporta una serie di problemi. Il primo è che porre a garanzia del debito pubblico i risparmi privati è la premessa di una patrimoniale: quando in guerra non basta l’esercito di volontari, poi si arriva alla leva obbligatoria. Il secondo è che questa prospettiva non dispiace affatto agli stranieri e ai “nemici di Bruxelles”. Gli investitore stranieri pian piano si allontanano, il debito pubblico viene nazionalizzato e “Se le cose andranno male – ha detto a Reuters nei giorni scorsi un funzionario del fondo salva stati Esm – ci sarà una ristrutturazione del debito, che spazzerà via i risparmi di gran parte degli italiani”. La patrimoniale avverrà sottoforma di tassa o di default e gli stranieri potranno tornare a comprare quel che resta per quattro soldi.

 

Italiani, a chi il costo di una politica economica irresponsabile e dissennata? A noi!

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    11 Ottobre 2018 - 20:08

    Ed io sono per la manovrona di Amato che nottetempo -e quando sennò- ci sfilò il malloppo dai c/c ,poi restituito a mezzo. E' un modo sicuro per fare cassa con un modestissimo prelievo attuando una spensierata tassa sociale che si inchiappetta todo el mundo.

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  • Lomdom

    11 Ottobre 2018 - 18:06

    Detassare le obbligazioni emesse da fondi o società che inc restano in infrastrutture strategiche (tav tap ecc), secondo me sarebbe un volano per l'economia. Il resto è solo una forma di pericolosa autarchia.

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  • La-Fenice

    La-Fenice

    11 Ottobre 2018 - 14:02

    Cosa c'è di così strano? Il Giappone ha 6-7 volte il nostro debito pubblico (in rapporto alla popolazione), cresce molto più di noi e, in pratica non conosce disoccupazione. Ne traggo due semplici pensieri: il debito pubblico poco o nulla ha a che vedere con la crescita di un paese anche se tutti, proprio tutti, vogliono farci pensare il contrario; i giapponesi si comprano grande parte del loro debito (dal quale traggono un saggio di interesse) e lo lasciano ai figli, di generazione in generazione credono nel loro paese, nella loro Patria. Ma questa Europa, si è proposta ed imposta, di essere proprio il contrario: unione della finanza senza popoli, senza patria. Una moneta unica senza una banca centrale che operi come la FED degli Stati Uniti. Questa Europa, e sottolineo questa, è un grande fallimento e bisogna cambiare paradigma, senza chiudersi in sciocchi nazionalismi.

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  • Etranger

    11 Ottobre 2018 - 12:12

    Ma noi che abbiamo la sovranità non capiamo mica molto bene il linguaggio di Commissione europea, Fondo monetario internazionale, Banca d’Italia e Ufficio parlamentare di bilancio. Loro sono studiati e noi no. Non capiamo e non ci fidiamo. Se non vediamo non crediamo: come San Tommaso: "“Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Poi San Tommaso vide e credette e fu perdonato. Chissà noi.

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