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A dieci anni da Lehman le Banche centrali hanno soccorso le Borse

Che cosa succederà ora che all’orizzonte si prospetta la fine del quantitative easing

12 Settembre 2018 alle 10:29

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La sede della Bce a Francoforte (foto LaPresse)

Milano. Dieci anni fa le Banche centrali hanno risposto allo scompiglio dei mercati finanziari provocato dal crac di Lehman Brothers riducendo i tassi di interesse a livelli mai visti prima e acquistando grandi quantità di attivi. Oltre 11 mila miliardi di dollari sono stati spesi complessivamente da Fed, Bank of Japan e Banca centrale europea per immettere liquidità ed evitare così il crollo del sistema. Questo processo, che ha il nome di Quantitative easing, sta per terminare e gli analisti cominciano a tirare le somme sugli effetti che ha avuto sulle Borse che, giocando d'anticipo come da tradizione, si stanno già preparando a una nuova fase.

 

Secondo una ricerca di Columbia Threadneedle – gruppo di investimenti che a livello globale gestisce un patrimonio di 413 miliardi di euro – nell’ultimo decennio, ovvero dal crac Lehman, gli investitori hanno messo a segno ottimi rendimenti, attribuibili “in misura non trascurabile agli interventi delle Banche centrali”. Le quotazioni delle azioni globali, infatti, si attestano attualmente ad un valore triplo rispetto ai rispettivi minimi e sono il 60 per cento circa più elevate dei livelli a cui si trovavano a settembre del 2008, quando la banca d’affari americana è fallita. Nello stesso periodo, i rendimenti cumulativi delle obbligazioni globali si sono attestati al 50 per cento circa, mentre gli investitori nel debito così detto “high yield” hanno più che raddoppiato il capitale allocato. Insomma, il Qe ha fatto bene alla finanza, che pure è stata l’epicentro della crisi globale.

 

Che cosa succederà ora che all’orizzonte si prospetta un’inversione di rotta? Per la verità, il cambio di marcia della politica monetaria appare più scontato per gli Stati Uniti che per l’Europa.

 

I dati sul mercato del lavoro americano usciti venerdì scorso, che confermano il buon andamento dell’economia e la potenziale spinta inflazionistica sul lato salariale, potrebbero spingere la Fed a valutare l’opportunità di procedere con una serie di rialzi consecutivi dei tassi di interesse nel giro dei prossimi mesi (si parla di Qt, Quantitive tightening, una stretta monetaria, ovvero l’opposto del Quantitative easing, l’allentamento monetario).

 

E l’Europa? La “forward guidance” (le indicazioni sulle prossime mosse delle Banche centrali) è per la Bce senza grandi sorprese: inizio del ritiro degli stimoli alla fine di quest’anno, reinvestimento dei proventi ricavati dai rendimenti delle obbligazioni, graduale aumento dei tassi alla fine del 2019.

  

“La Bce è fiduciosa sui mercati e lascerà aperte diverse opzioni”, spiegano da Allianz Global Investors, che dalla riunione del consiglio direttivo in programma domani, si attende, tra l’altro, che vengano posti quesiti su come la Banca centrale intende reinvestire i proventi dei titoli in scadenza. Insomma, in Europa l’ombrello del Qe potrebbe restare aperto ancora per un po’ (almeno fino ad agosto del 2019, si prevede) continuando nell'azione di sostegno dei mercati finanziari.

 

E’ chiaro, però, che siamo arrivati quasi al termine di un ciclo e che i mercati si interrogano in termini prospettici. Alcuni analisti con un approccio più aggressivo tendono a sostenere che i rendimenti di oggi dei mercati finanziari sono quasi interamente dovuti al Quantitative easing e dal momento che la Fed ha avviato il processo inverso, c'è da preoccuparsi per il futuro (in un recente report, per esempio, la casa di investimenti svizzera Swissquote, solitamente tranchant nelle sue previsioni, arriva a ipotizzare l’arrivo di “una grande correzione” per le Borse).

 

L’autore della succitata ricerca di Columbia Threadneedle, Toby Nangle, affronta il tema in modo più articolato. “Nel valutare i probabili effetti della rimozione del Qe sui prezzi degli attivi è opportuno esaminare l'impatto che questa politica ha esercitato – dice – Gli studi condotti negli ultimi dieci hanno rilevato che l’aumento del clima di fiducia è quello che ha avuto maggiore influenza sui prezzi degli attivi”. Ma il punto è: i valori dei titoli tenderanno a sgonfiarsi in futuro? Per rispondere occorre esaminare le diverse componenti che compongono i rendimenti dei titoli. Per quanto riguarda le obbligazioni, “si può ragionevolmente prevedere che con la fine del Qe “i rendimenti precedentemente tenuti sotto pressione riprenderanno lentamente a salire”, visto che l'obiettivo perseguito dalle Banche centrali era proprio quello di contenere la spesa a carico degli stati sovrani per pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico. Per quanto riguarda le azioni, il ragionamento è più complesso e si può sintetizzare dicendo che il 50 per cento dei rendimenti delle azioni globali dall’inizio del Qe è ascrivibile a questo tipo di politica, mentre l'altra metà è dovuta alla maggiore redditività societaria.

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