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America drop again

Perché gli investitori valutano la possibile fine di un lungo ciclo positivo

12 Ottobre 2018 alle 06:00

America drop again

contrattazioni alla Borsa di Chicago (foto LaPresse)

Il calo del 4 per cento del principale indice di Wall Street, lo Standard & Poor 500, dice che gli investitori iniziano a considerare l’idea che in futuro, 2019 o oltre, ci sarà un rallentamento dell’economia americana in seguito a una politica monetaria più restrittiva della Federal reserve. I rendimenti dei titoli del Tesoro hanno visto una impennata di 40 punti base e questo ha coinciso con vendite di titoli di settori ciclici, come quello bancario, e acquisti di quelli più conservativi, utilities e petroliferi. Fino a poco tempo fa accadeva il contrario, ovvero quando aumentavano i rendimenti dei Treasuries cresceva di conseguenza anche l’indice S&P sulla scorta di buone prospettive per l’economia americana. Solo nel 2006 e nel 2007 a un rialzo dei titoli del Tesoro è corrisposta una correzione di Borsa, come la vediamo oggi.

 

Per essere chiari: non siamo in quel contesto pre-crisi e l’economia americana è forte, cresce sostenuta e si avvicina alla piena occupazione. Ma gli investitori cominciano a valutare la possibilità, più in là, di una frenata. Per capire come andrà Wall Street è decisivo il settore bancario (pesa il 23 per cento). Le grandi banche hanno remunerato gli azionisti soprattutto con il riacquisto di azioni proprie (buy-back) ma i loro titoli hanno fatto peggio del mercato. Le trimestrali di JP Morgan, Citigroup e Wells Fargo oggi daranno una dritta: se riportano ricavi stabili o in flessione ciò potrà essere letto male dal mercato, spingendo le vendite. Ci sono poi rumori di fondo ulteriori.

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suggerito che la Fed sta tirando troppo il freno ed è pazza. La Fed ha già annunciato che se l’economia dovesse surriscaldarsi, comportando un ulteriore aumento dell’indice dei prezzi, potrebbe accelerare il percorso di aumento dei tassi per contenere la crescita. Trump ha sempre sostenuto di non essere d’accordo col fatto che “ogni volta che andiamo su, loro vogliono alzare i tassi” ma a luglio, per esempio, era incline a lasciare fare al presidente Jerome Powell.

 

Ora invece – a meno di un mese dalle elezioni di medio termine – gli conviene identificare un nemico. I mercati sono abituati alle espressioni colorite di Trump, ma un nuovo attacco all’indipendenza della Fed non aiuta Wall Street. Altro rumore di fondo è l’acutizzarsi della guerra commerciale-tecnologica tra Stati Uniti e Cina: gli investitori valutano il rischio che questa si traduca in una tassa sulle imprese americane che hanno bisogno di prodotti intermedi (cinesi) per esportare quelli finiti.

 

L’80 per cento del commercio mondiale è fatto da multinazionali. Il 25 per cento delle grandi imprese americane è quotato sul S&P. Sull’indice Russell 2000 ci sono le piccole-medie aziende, e anch’esse stanno subendo il colpo. Se il commercio è tassato in modo aggressivo – in un contesto di contrazione degli scambi e della crescita mondiale – le azioni sono a rischio. Non è la fine di un ciclo positivo, ma si inizia a valutare se l’America cadrà ancora.

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