Jerome Powell (foto LaPresse)

Dopo le scazzottate Trump e Powell diventano “sparring partner”

Alberto Brambilla

Alla fine sarà il sentimento di Wall Street a fare da arbitro tra i due

Roma. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha suggerito che la Fed è la più grande minaccia per l’economia americana e che è pazza per avere minacciato un aumento dei tassi che frenerebbe la crescita dell’economia provocando una recessione. Un economista come Paul Donovan, ascoltato stratega di Ubs, suggerirebbe che le recessioni semmai derivano dal surriscaldamento dell’economia – causato forse da tagli alle imposte finanziati dal deficit? – o da errori politici – tipo un innalzamento delle barriere alle importazioni? Zero tassi reali con piena occupazione non sono probabilmente il massimo per evitare un surriscaldamento dell’economia e la Federal Reserve di Jerome Powell non sarebbe così folle come dice Trump da suggerire un proseguimento serrato del rialzo dei tassi. Tuttavia la schermaglia tra la Powell e Trump comincia a sembrare più una scazzottata rituale che una vera rissa.

 

Dopo che Wall Street ha accusato tre settimane di vendite consecutive, la Fed potrebbe dimostrarsi più cauta. Un calo di oltre il 7 percento questo mese dell’indice S&P 500, crollato ai livelli di luglio, non dovrebbe fare cambiare drasticamente i piani per una maggiore stretta monetaria a dicembre, secondo Reuters che tasta il polso della Banca centrale. Eppure tra le vendite in Borsa, soprattutto il crollo del gigante delle macchine per movimento terra Caterpillar – fu uno dei titoli che per primo festeggiò l’arrivo di Trump per le promesse di rilancio degli investimenti in infrastrutture –, la guerra commerciale con la Cina, e relativi contraccolpi per le società americane hi-tech che si riforniscono in Asia, Powell potrebbe convincersi a rivedere i piani di aumento dei tassi per l’anno prossimo e per quello seguente. Se non altro perché potrebbero iniziare a vedersi delle crepe nel consenso interno al Comitato di politica monetaria della Fed. Ultimamente il consenso è granitico, ma i banchieri sono pur sempre attenti alle preoccupazioni degli investitori. Rallentamento dell’economia globale, perdite in Borsa, contraccolpi al commercio, e aumento dei costi di finanziamento non sono infatti un buon mix per il morale della Corporate America. Sarebbe dunque naturale se Wall Street si unisse a Trump nel dare del “matto” a Powell quando mai le cose dovessero peggiorare.

  

 

“E’ chiaro che il mercato sta dicendo che la Federal Reserve è troppo aggressiva”, ha detto Oliver Pursche, capo stratega di mercato a Bruderman Asset Management. Avanza infatti l’idea che gli stimoli fiscali di Trump abbiano quasi finito di dare fiducia nell’economia e di sostenerla realmente. L’economia americana è cresciuta al 4,2 per cento nel secondo trimestre quando lo stimolo fiscale trumpiano da 1.800 miliardi di dollari ha dispiegato i suoi effetti. La Fed ritiene che l’economia crescerà del 2,5 per cento il prossimo anno, quindi in modo ancora robusto, tale da dovere essere tenuto sotto controllo. Oltre a questa prospettiva, c’è un rialzo dell’inflazione sopra al target del 2 per cento e un mercato del lavoro in salute: fattori che suggeriscono a Powell di cominciare a usare la leva dei tassi per moderare l’aumento dei prezzi. La Banca centrale americana è però di fronte a un dilemma provocato da Trump in modo duplice: capire, da un lato, quando lo stimolo fiscale finirà di aiutare l’economia ed eventualmente se aumenterà la produttività e, dall’altro, se questi effetti positivi possono essere frenati – e in che termini – dalle politiche commerciali in senso protezionistico, una criticità per la crescita segnalata anche ieri dal Beige Book della Fed.

 

Tra i fattori che hanno maggiormente contribuito a provocare una recessione nei paesi del G7 dal 1960 c’è il restringimento della politica monetaria: è stato il fattore chiave in 29 casi su 45, dice uno studio di Capital Economics, una società di analisi. Ci sono di certo numerose altre concause – tra cui lo scoppio di bolle di credito, choc petroliferi, la proprietà crolla e così via –, ma non si può negare la responsabilità della politica monetaria nei tracolli. Negli Stati Uniti non sarebbe diverso se la Fed dovesse seguire lo stesso percorso. I tassi di interesse reali sono già aumentati del 2 per cento dal 2015, con ulteriori aumenti probabilmente ci sarebbe lo stesso rischio. Gli analisti si aspettano tre aumenti di 25 punti base – l’ultimo è stato a dicembre, in una forchetta tra i 2-2,25 per cento – per arrivare al 3 per cento nel 2019. Quello che potrebbe cambiare non è tanto il livello da raggiungere ma il progresso degli aumenti, ovvero non più con un ritmo rialzo-pausa-rialzo-pausa ma con più pause tra un rialzo e l’altro. Il sentimento di Wall Street farà da arbitro della partita tra Trump e Powell. La Borsa vorrebbe che gli stimoli non finissero mai, come Trump, e la Fed non vorrebbe mettersi contro gli investitori. E così la commedia può continuare.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.