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La lezione del compianto Mirrlees per una riforma fiscale seria

Altro che Flat tax leghista e reddito di cittadinanza grillino, i tre consigli sul fisco del Nobel per l’Economia

9 Settembre 2018 alle 06:00

La lezione del compianto Mirrlees per una riforma fiscale seria

Foto Imagoeconomica

Jim Mirrlees, premio Nobel per l’Economia nel 1996 e fondatore della teoria moderna della tassazione, ci ha da poco lasciato. Fausto Panunzi ha ricordato sulle colonne di questo giornale il suo contributo scientifico. Ma Mirrlees non ha solo dato contributi teorici. Ha anche presieduto una commissione che ha prodotto un monumentale studio sul sistema fiscale, la Mirrlees Review, fornendo molte raccomandazioni su come riformarlo. Lo studio, disponibile gratuitamente sul sito dell’Institute for Fiscal Studies, è forse uno dei migliori e più felici esempi di come coniugare rigore teorico, altrettanto rigorose analisi empiriche e prescrizioni di politica economica. E’ indirizzato specificamente al Regno Unito, ma contiene importanti lezioni valide più in generale. Per quel che mi è dato capire, da quando è stato pubblicato alla fine del 2011 lo studio è stato largamente ignorato sia nel Regno Unito sia altrove. Il dibattito di politica economica, di nuovo sia nel Regno Unito sia altrove, è diventato invece sempre più surreale e slegato a qualsiasi competenza.

 

Vale comunque la pena di riprendere in forma sintetica le prescrizioni principali della Mirrlees Review, se non altro per avere una misura del livello di ignoranza che viene quotidianamente manifestato nel dibattito politico. Cercherò di farlo fornendo spunti ed esempi legati al dibattito italiano. Le tre prescrizioni principali sono le seguenti. Primo, considera il sistema nel suo complesso. Secondo, ricerca la neutralità, ossia evita distorsioni non necessarie. Terzo, cerca di ottenere il grado di progressività ritenuto desiderabile nel modo più efficiente possibile. Vediamo ora cosa significa in concreto ciascun punto.

 

Il fondatore della teoria moderna della tassazione ci ha lasciato uno studio monumentale con tre prescrizioni. Primo, considera il sistema nel suo complesso. Secondo, ricerca la neutralità, ossia evita distorsioni non necessarie. Terzo, cerca di ottenere il grado di progressività desiderabile nel modo più efficiente possibile

Considerare il sistema nel suo complesso significa che non bisogna richiedere che ogni tassa presa singolarmente raggiunga tutti gli obiettivi. Se, per esempio, si desidera che il sistema sia progressivo non c’è nessun bisogno di dividere le aliquote Iva in diverse categorie, più basse per i “consumi necessari”, più alte per i “consumi di lusso”, con contorno aggiuntivo di aliquote intermedie. La progressività complessiva può essere assicurata dalle imposte dirette sul reddito, senza bisogno di distorsioni aggiuntive.

 

Tenere basse le aliquote Iva sui prodotti “necessari” è un modo terribilmente inefficiente di aiutare i poveri, dato che delle basse aliquote beneficiano in modo indiscriminato tutti i consumatori, indipendentemente dal livello di reddito. Peraltro, la definizione di “necessario” è sempre arbitraria. Ogni tanto riaffiora il dibattito sulla tampon tax, ossia sull’opportunità di considerare come consumo necessario (e quindi tassare al livello Iva più basso) gli assorbenti femminili. E’ abbastanza ovvio che gli assorbenti femminili siano un bene necessario e quindi, accettando la logica del sistema attuale, la richiesta è sensata. Ma questa resta una discussione di retroguardia, perché è la logica del sistema attuale a essere sbagliata. Anziché aprire contenziosi con discussioni infinite su cosa sia necessario e cosa no, sarebbe molto meglio avere un’unica aliquota Iva e fornire direttamente sussidi alle famiglie più povere.

 

Evitare distorsioni non necessarie, ossia ricercare la neutralità, significa che attività simili dovrebbero essere tassate in modo simile, evitando discriminazioni ed evitando di interferire nelle scelte delle persone. Qui gli esempi italiani si sprecano. E’ una pessima idea, per esempio, detassare straordinari e premi di produzione, un’idea che in Italia è purtroppo estremamente popolare. Se si vuole tassare meno il lavoro (cosa di cui in Italia c’è estremamente bisogno) allora bisognerebbe ridurre le aliquote fiscali e contributive per tutti. Non ha alcun senso che un euro ricevuto come premio di produzione o straordinario venga tassato in modo diverso da un euro pagato come salario contrattuale. Prima di tutto è un quasi esplicito invito alla frode, ossia alla ridenominazione dei compensi pagati ai lavoratori facendo passare per premio di produzione o straordinario ciò che è un normale compenso. In secondo luogo non ha senso dal punto di vista economico. Un premio di produzione aumenta l’incertezza nel compenso del lavoratore in cambio di un maggiore incentivo alla produttività. L’equilibrio tra maggiori incentivi e maggiori rischi deve essere determinato dalla contrattazione tra lavoratori e aziende, non c’è ragione per spingere il trade-off da una parte o dall’altra mediante il sistema fiscale.

 

Altra pessima idea, pure questa incredibilmente popolare tra i politici, è quella di fornire incentivi temporanei. Un esempio recente è stata la decontribuzione delle nuove assunzioni per un periodo di tre anni. Sono sciocchezze dannose, come si è poi visto quando la misura è terminata. E’ verissimo che i contributi sono troppo alti ma vanno abbassati per tutti e in modo uguale. Se ci sono pochi soldi li si abbassa di poco e ci si pone come obiettivo di trovare le risorse per ridurli di più, senza introdurre misure temporanee e assurde distorsioni.

 

Ottenere la progressività desiderata nel modo più efficiente possibile significa che bisogna porre la massima attenzione nell’evitare di scoraggiare l’attività economica. In particolare, si dovrebbe porre la massima cura nell’evitare di scoraggiare la partecipazione alla forza lavoro. Un esempio è dato dalla detrazione per coniuge a carico esistente nell’imposta sul reddito. La detrazione è goduta unicamente quando il coniuge non lavora (o lavora pochissimo) e viene persa appena il coniuge trova un lavoro; basta un lavoretto part-time che paghi 400 euro al mese per perdere la detrazione. L’obiettivo della detrazione è ovviamente quello di aiutare le famiglie più povere. In realtà contribuisce a creare una piccola “trappola della povertà”, di fatto penalizzando i tentativi del coniuge inoccupato di contribuire al reddito familiare. Per raggiungere in modo più efficiente l’obiettivo di aiutare le famiglie povere bisognerebbe fare l’esatto contrario, sussidiando la partecipazione alla forza lavoro degli individui che appartengono ai settori più marginali.

 

Questo è quanto. Ora possiamo tornare a parlare di flat tax ad aliquote multiple, di reddito di cittadinanza che va solo ad alcuni e della disastrosa asinata degli “80 euro”.

 

Sandro Brusco, economista, Stony Brook University

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    11 Settembre 2018 - 10:10

    A dispetto del sottotitolo, si legge "Se si vuole tassare meno il lavoro (...) allora bisognerebbe ridurre le aliquote fiscali e contributive per tutti": cioè tendere alla flat tax. Inoltre "Altra pessima idea ... è quella di fornire incentivi temporanei": cosa che da ultimi hanno fatto i governo di Renzino e Gentiloni. Ancora 'disastrosa asinata degli “80 euro”': qui è troppo facile capire chi è l'asino, ossia il politico tenuto in punta di forchetta per tutti i disastrosi 1000 giorni. Quindi il titolo dice una cosa, il contenuto praticamente l'esatto contrario. Complimenti. Noto che leggendo le pubblicazioni che riguardano la flat tax di Armando Siri, economista della Lega, e Nicola Rossi, già appartenente sl PD e membro dell'istituto Leoni, si parla della possibilità, in fase iniziale, di avere una seconda aliquota provvisoria da eliminare a regime, oltre naturalmente alla no tax area, che volendo può essere considerata un'aliquota allo 0%. Ma Tria queste cose le conosce bene.

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