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Quattro idee per battere i populisti

Alcuni spunti da sinistra per trasformare l’europeismo non in un vizio ma in una grande virtù

2 Settembre 2018 alle 06:06

Quattro idee per battere i populisti

Foto Imagoeconomica

Al direttore - Il Pd può vivere e lottare insieme a noi. Purché nei prossimi mesi si dedichi ad un vero congresso costituente. La fase è quella che conosciamo, purtroppo. "La paura crea la propria realtà", scriveva Ulrich Beck. La realtà oggi è un’Europa in crisi, un’onda populista apparentemente inarrestabile e l’Italia epicentro di questa tempesta perfetta. Nella passata legislatura i governi Pd hanno fatto molto per rimettere a posto i conti e fare ripartire il Paese. Le disparità di reddito, però, sono aumentate, così come la povertà assoluta. Abbiamo un milione di posti di lavoro in più, ma quattro quinti delle assunzioni continuano ad essere a termine. La risposta populista al disagio sociale è Fentanyl politico, una narrazione antidolorifica ma tossica. Pensare di fronteggiarla dicendo che noi siamo stati bravi ma gli italiani non ci hanno capito è una pia illusione. Al rancore e alla paura non si ribatte con le statistiche e la pedagogia.

 

La sinistra deve riconoscerne la legittimità e le ragioni del disagio, offrendo agli elettori un suo racconto. Fatto di ideali, di grandi obiettivi, di speranze. Ma anche di una agenda che segni una visibile discontinuità, che faccia i conti con un Paese profondamente cambiato rispetto all’Italia del Lingotto di Veltroni. A partire dai nodi economici e sociali. Se l’aumento delle disuguaglianze è il problema numero uno, come tale va affrontato. Per una terapia d’urto le politiche di redistribuzione sono necessarie, ma non sufficienti. E’ indispensabile aggredire le cause, non solo le conseguenze della disuguaglianza, combinando misure “riparative” e “preventive”. Tra le prime: il reddito di inclusione, la progressività fiscale e la lotta all’evasione. Tra le seconde, le politiche di pre-distribuzione. Istruzione e sanità, innanzitutto, per cui servono risorse pubbliche aggiuntive per almeno 1 punto di PIL. Le politiche per la casa, dedicando finalmente attenzione anche ai 4 milioni di famiglie in affitto. Le politiche attive del lavoro, cruciali in un Paese in cui secondo un recente studio PriceWaterhouse Coopers l’automazione interesserà il 39 per cento dei lavori entro il 2035. Il salario minimo, ma anche incentivi per contenere le disparità retributive. Un tagliando ragionato al Jobs Act, evitando la logica punitiva del decreto dignità. Le pensioni, per chi ha più bisogno: categorie fragili, esodati, lavori gravosi, donne, giovani con carriere discontinue. La disuguaglianza in Italia ha anche forti radici territoriali: Mezzogiorno, aree interne e periferie urbane. I territori “dimenticati” in cui M5S e Lega hanno fatto il pieno. Il Contratto di governo giallo-verde liquida la questione in poche righe. Noi abbiamo il dovere di esplicitare una nostra piattaforma. Il secondo punto su cui insistere sono gli investimenti. Quelli pubblici sono al minimo storico. Per rilanciarli, ci sono 140 miliardi stanziati dai governi Renzi e Gentiloni. Il punto è spenderli bene (ridando alla manutenzione del Paese la centralità che merita) e in tempi certi, lavorando sul codice degli appalti, gli uffici tecnici, le regole di bilancio degli enti locali. La ripresa degli investimenti privati va consolidata, rafforzando il programma Impresa 4.0 e stabilizzando gli incentivi per l’edilizia sostenibile. Infine, l’investimento più importante per il futuro: i figli. Negli ultimi dieci anni le nascite si sono ridotte di quasi un quinto. Denatalità e invecchiamento mettono a rischio il futuro del welfare. Con un quarto di quello che costerebbe la flat tax si potrebbe finanziare un programma di politiche familiari all’altezza di questa sfida epocale, lavorando sul potenziamento dei servizi e su un fisco family friendly.

  

La crisi ha messo a nudo i limiti del nostro capitalismo. Una minoranza di aziende ha retto bene. I grandi gruppi privati si sono estinti, si sono lanciati sulle rendite dei settori protetti o sono passati in mani straniere. Il resto ha tirato a campare o ha chiuso i battenti. La vecchia economia mista non è riproponibile, ma le ricette neoliberiste si sono rivelate clamorosamente fallimentari, nel Paese dei finti “capitani coraggiosi”. La realtà è che il sistema produttivo italiano ha bisogno come il pane di uno Stato presente: non solo regolatore e promotore di politiche “di contesto”, ma anche innovatore e investitore paziente. Uno Stato attento agli interessi strategici del Paese, si chiamino essi Ilva, Alitalia o Autostrade. Dire questo non vuol dire negare l’importanza dell’apertura dei mercati. Non illudiamoci, però, di fare buone leggi sulla concorrenza senza rendere trasparente il “mondo di mezzo” tra politica ed economia. Abbiamo urgente bisogno di regolamentare le lobby, di una total disclosure dei contributi privati alla politica (fondazioni e associazioni comprese) e di rafforzare il finanziamento pubblico volontario dei partiti.

 

L’Europa, infine. L’egemonia dei sovranisti la condanna all’impotenza e rischia di disgregarla. Proprio nel momento, ironia della sorte, in cui ce ne sarebbe più bisogno. La vittoria dell’internazionale populista nel 2019 è possibile ma non è ineluttabile. A patto che gli europeisti riprendano a fare politica attorno ad un nucleo di progetti condivisi e una larga alleanza per il rilancio dell’Unione. Più larga, possibilmente, del vecchio recinto del PSE. La riforma dell’Euro è un nodo cruciale. L’Italia, terzo debito pubblico al mondo, pattina su una lastra di ghiaccio sottile. Nel 2019 dovremo collocare 375 miliardi di titoli di stato. I voli pindarici del governo giallo-verde allarmano non solo i gestori di hedge fund ma anche i risparmiatori italiani a cui dovremmo vendere i Btp. Il ministro Tria ne è consapevole, i suoi compari di governo dovranno presto diventarlo. Per salvare l’Euro, però, non basta che l’Italia tenga i conti in ordine. Bisogna cambiarne le regole del gioco. La questione è politica. Se l’Europa rimarrà ferma o imboccherà strade sbagliate, andremo a sbattere. Se, invece, le leadership europee i troveranno il coraggio di rinunciare ad una parte degli interessi nazionali per fare un passo in avanti condiviso, l’Unione potrà recuperare la sua forza ideale. E insieme potremo superare la tempesta in cui ci troviamo.

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