Foto Paul Townsend via Flickr

Perché i dati sulla fiducia dei consumatori sono il primo segnale di fine della luna di miele

Renzo Rosati

Gli indici Istat su famiglie e imprese dimostrano che l'umore cambia anche tra i cittadini e non solo nei "poteri forti" 

Roma. Ad agosto è peggiorato il clima di fiducia sia dei consumatori italiani sia delle imprese, un allineamento abbastanza raro dalla fine della crisi mondiale e che inverte una tendenza di mesi (con una eccezione significativa che vedremo).

  

L’indice di fiducia delle famiglie riguardo ai consumi domestici è sceso da 116,2 di luglio a 115,2; un punto dovuto interamente al deterioramento delle aspettative economiche (da 141,3 a 136,6), mentre la componente personale – risparmi, salute – è aumentata da 107,8 a 108,5. Quanto alle imprese l’indice è sceso ancora più bruscamente, da 105,3 a 103,8. Anche le proiezioni sul futuro vedono un calo sia per consumatori sia per aziende. Tra queste, sono manifattura e servizi a registrare la maggiore discesa –di 1,9 e 1,2 punti – seguiti dalle costruzioni con 0,6. Nel commercio al dettaglio invece l’indice aumenta da 102,7 a 104,2. Ma sono proprio le organizzazioni dei commercianti, Confcommercio e Confesercenti, a commentare più negativamente questi dati: “Un altro indizio preoccupante sullo stato di salute dell’economia – dice una nota di Confcommercio – mentre nella manifattura emergono segnali di rallentamento della produzione e accumulo delle scorte”. “Siamo alla conferma sul campo dei dati negativi sull’economia di tutti gli esperti italiani e stranieri”, osserva la Confesercenti. “Il pessimismo riguarda tutti i settori produttivi tranne il turismo, che risente della stagionalità, e la grande distribuzione, mentre i titolari di negozi tradizionali segnano un calo di oltre sette punti per il cattivo andamento del saldi estivi e dell’umore delle famiglie”. Secondo la Confesercenti “il quadro complessivo è di un timore diffuso che abbraccia il presente e il futuro, anche a causa di un politica economica indefinita. Serve un segnale forte dalla Legge di Bilancio, diversamente sarà difficile ripartire”.

  

I dati Istat confermano le revisioni al ribasso della crescita italiana di tutti i centri internazionali. L’Ocse, l’organizzazione dei paesi più sviluppati, segnala come l’Italia sia l’unico paese del G7 che rallenta nel secondo trimestre dell’anno, mentre tutti gli altri sono in espansione. Il pil italiano è sceso da 0,3 a 0,2 per cento, quello francese è rimasto stabile, la Germania è salita da 0,4 a 0,5, il Regno Unito da 0,2 a 0,4, il Giappone da 0,2 a 0,5, gli Stati Uniti hanno raddoppiato da 0,5 a 1 per cento. Il governo si accinge a rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2018, da 1,5 a 1,2 per cento; con ulteriore discesa all’1 per cento nel 2019. Questo calo complica tra l’altro anche il rientro del deficit e del debito pubblico, entrambi misurati sul pil: ieri il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha nuovamente smentito lo sforamento del tetto del 3 per cento di disavanzo perorato dai leghisti e dal vicepremier Luigi Di Maio.

  

Ora la novità, per quanto riguarda gli indicatori, è data dall’umore dei principali attori dell’economia, imprese e famiglie: dunque non più “eurocrati” “mercati” o “poteri forti”, bersagli e alibi del governo gialloverde, dopo i dati che segnalano un costante aumento dello spread, dei costi di finanziamento delle banche e una fuga degli investitori stranieri dall’Italia (meno 72 miliardi di euro in due mesi).

  

I due indici sulla fiducia di famiglie e imprese erano rimasti stabili a luglio e in rialzo a giugno, con un tradizionale beneficio concesso alla formazione del governo. A maggio e aprile (ecco l’eccezione) la fiducia era invece peggiorata, conseguenza delle trattative e del disvelamento del “contratto cambiamento”.

   

Paradossalmente però, in maniera divergente rispetto agli indicatori economici, i sondaggi continuano però a premiare le forze di maggioranza (la Lega più del M5s) e il governo Conte (con un indice di gradimento che secondo Ipsos è cresciuto da 60 a 68). Ma l’esperienza di tutti i paesi del mondo dice che è sull’economia, cioè sui fatti, che arriva il giudizio definitivo. Finora Matteo Salvini e Di Maio hanno parlato ai rispettivi elettori sugli immigrati, sul decreto dignità, sul disastro di Genova. Però non si campa di soli clandestini, il decreto dignità non ha dato nessuna spinta all’occupazione né ha migliorato la fiducia dei destinatari (anzi) e il caso Autostrade tra poco sarà sovrastato dalla manovra economica. Per i prossimi mesi si attende una resa dei conti per la quale leghisti e cinque stelle hanno finora giocato di anticipo preannunciando “attacchi durissimi” dei mercati e “un autunno da brividi”, a causa degli attacchi di “speculatori internazionali” e “poteri forti”. Sempre colpa di altri, preferibilmente nemici esterni. Vedremo se l’opinione pubblica ci crederà, oppure se i dati sulla fiducia sono un primo segnale di fine della luna di miele.