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"Fuori dall'euro l'Italia starebbe peggio dell'Argentina". Perché Rattazzi difende la moneta unica

L'imprenditore ci spiega perché ha comprato una pagina su Repubblica per chiedere conto a Salvini e Di Maio (e a Paolo Savona) delle conseguenze di politiche economiche sovraniste 

1 Giugno 2018 alle 16:31

"Fuori dall'euro peggio dell'Argentina". Perché Rattazzi difende la moneta unica

Lupo Rattazzi. Foto LaPresse

Roma. Un antenato presidente del Consiglio, una mamma ministro degli Esteri, un cognome che sta su Google Maps. Però in pochi l’avranno riconosciuto ieri sotto all’annuncio a pagamento su Repubblica. “Lupo Rattazzi, imprenditore”, c’era scritto, sotto una pagina che chiedeva conto a Salvini e Di Maio (e a Paolo Savona) delle conseguenze di un’uscita dell’Italia dall’euro. “Voi queste cose le avete raccontate al vostro elettorato, soprattutto quello che vive di salari e pensioni?” era la domanda in grassetto, riferita a svalutazione e conseguenze possibili di un’uscita dall’euro, riferendosi al “piano B” elaborato da Savona (oggi ministro degli Affari Europei).

   

Rattazzi, sessantacinque anni, è figlio di Susanna Agnelli, e discende naturalmente da Urbano (1808-1873), presidente della Camera, più volte ministro e poi presidente del Consiglio della Roma umbertina. Suo papà che si chiamava Urbano anche lui si maritò con Suni (“ha sposato uno che ha il nome di una via”, si disse all’epoca), e generò vasta discendenza. Cinque fratelli tra cui una Samaritana, lui l’ultimo: Lupo, come nella strana onomastica di casa Agnelli, è uno dei più industriosi della famiglia: appassionato di aviazione, ha guidato Air Europe, e oggi è presidente della compagnia Neos, e di Assaereo, la divisione del settore della Confindustria. La Repubblica è in parte di suo cugino anzi suo nipote, forse nipote-cugino, come nelle dinastie complicate (Jaki Elkann è figlio di Margherita, che è sua cugina prima).  Lui, detto “Pagnotta” per la faccia tondeggiante, ha studiato a New York (più a lungo del premier Conte), ha lavorato nelle banche d’affari, Lehman e Salomon Brothers. 

   

Con questo curriculum plutoglobale, cosa la spinge a comprare una pagina contro il governo? “E’ un tema che mi trova sensibile per tanti motivi” dice Rattazzi al Foglio. “Intanto io sono vissuto tra l’Italia e l’Argentina, e ho visto da vicino il default del 2001 e le sue conseguenze drammatiche; le sommosse; i bancomat che non funzionano, i risparmi svalutati del 50 per cento nel giro di una notte, le code agli sportelli. Volevo solamente accertarmi che queste cose fossero state raccontate all’elettorato di Lega e Cinquestelle” ci dice. Noi come l’Argentina? Peggio. “L’uscita dell’Italia dall’euro sarebbe ancora più grave, perché anche se il Paese è più piccolo: noi abbiamo un debito di 2300 miliardi, loro ce l’avevano da 100 miliardi, quindi sarebbe uno scenario venti volte più grave il nostro”. Però alcuni imprenditori sostengono che si avrebbero benefici in una svalutazione. “Non è vero niente” dice Rattazzi, che della famiglia è uno dei pochi ad aver fatto i soldi in proprio; ha fondato Air Europe, azienda che sarà acquistata a fine anni Novanta da Swiss Air per circa trecento miliardi di lire. “Io oggi sono presidente di una compagnia aerea, sarebbe un disastro”. “L’abbiamo visto nel 1992, all’epoca dell’uscita dell’Italia dal sistema monetario europeo” (l’Italia svalutò la lira e uscì dal “serpentone monetario” che legava le valute partecipanti a un sistema di cambi fissi, nda). “Anche allora, noi operavamo in Italia con Air Europe ma gran parte dei costi erano in dollari, dovemmo mettere i dipendenti in solidarietà, come sempre furono soprattutto le fasce deboli a soffrire della situazione”. "Ecco, non credo che l’elettorato sappia cosa succede; altro che la liberazione da lacci e lacciuoli, come qualcuno crede. L’euro è stata una grande conquista, io a 65 anni non ho nessuna nostalgia del passato: i controlli valutari, l’inflazione”. E ancora: “uscire dall’euro vorrebbe dire tornare indietro di 50 anni, e andare in giro per il mondo vergognandoci d’essere italiani”. 

  

Lei ha lavorato anche con Paolo Savona. “Sì, fu nel 1977, ero assistente di Guido Carli al Centro Studi di Confindustria, e ad assumermi fu proprio Savona”, all’epoca pupillo di Carli, ex governatore della Banca d’Italia e super europeista (e fidanzato di sua madre Suni). Che ne pensa oggi del neo ministro degli affari comunitari? “Confesso che sono abbastanza addolorato per queste posizioni, che definirei ambigue. Ho seguito le sue argomentazioni, ma credo che quando si occupano certi ruoli bisogna essere precisi e chiari, negando ogni possibilità di uscire. L’Italia è come una diga malandata con parecchie fessure, e se tu cominci a parlarne in queste fessure si infila la speculazione, come un fiume in piena, e dopo un po’ la diga crolla”. 

  

Rattazzi era molto legato all’Avvocato. Nel recente documentario Hbo dice che suo zio aveva uno “james-bondish style”, azzeccando quella coloritura di macchine-aerei-barche. E’ stato uno dei nipoti affezionati davvero (e ancor più raramente ricambiati, forse perché non ha mai avuto particolare deferenza e semmai una certa indipendenza di giudizio); parla inglese con accento americano, ha una compagna californiana, Dana, con cui fanno uso moderatissimo di socialità a Roma. Ma l’Avvocato che direbbe di questa situazione? “Sarebbe orripilato”, dice Rattazzi. “Era un atlantista e un europeista convinto. Avventure di questo genere e l’uscita dall’euro l’avrebbero veramente orripilato”. Soprattutto, viene da chiedersi, chissà che soprannomi affibbierebbe a certi personaggi, per esempio al concentrato Toninelli. “Preferirei non parlarne, di questo. Li vedremo alla prova”. Però Rattazzi dice che “il ministro delle Finanze, che è quello più importante, mi sembra che dia abbastanza garanzie. Mi aspetto però una pronuncia precisa, basta con la campagna elettorale e con le ambiguità”. 

   

Ma lei cosa ha votato? No comment. E dopo questa presa di posizione non sarà tentato da un impegno in prima persona? “Sono sempre tentato. Soprattutto in questo momento in cui vedo il Paese in pericolo”. Ah, è una notizia. “Beh, noi abbiamo una tradizione, sa, di famiglia”. Come understatement non c’è male. Un antenato premier, una mamma ministro degli Esteri. “Eh, ma poi tra il 1990 e il 1995 sono stato consigliere comunale all’Argentario. Presi più voti di quelli che mai aveva preso mia madre. Ma ero troppo occupato con Air Europe per poter fare il sindaco”. Sua mamma Susanna fu a lungo sindaco del comune toscano, fu un capitolo curioso della politica italiana, la sorella del massimo industriale del Paese a guida di un comune rossissimo; lei si portò come assessore al bilancio Guido Carli, che qui veniva contestato dai fieri maremmani del Pci (le avventure di Suni e Carli in Consiglio comunale stanno in “Vestivamo alla marinara”). Suni poi se ne andò esasperata, ne scrisse un altro libro, “Addio, addio, mio ultimo amore” (l’amore in questione era l’Argentario, non Carli). Rattazzi adesso si è riaffacciato all’Argentario, appoggiando una lista civica con a capo Franco Borghini, storico vicesindaco ai tempi di Suni. Vedremo come andrà. Rattazzi, ma le hanno almeno fatto uno sconto-famiglia sulla pagina pubblicitaria di Repubblica? “Assolutamente no, anzi la persona con cui ho parlato non aveva la minima idea di chi fossi”.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    01 Giugno 2018 - 17:05

    Una buona notizia e cominci a prepararsi perché di tempo, visti i personaggi, non ve ne è molto da aspettare.

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