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Perché i banchieri flirtano e demonizzano Bitcoin & Co.

Le criptovalute arrivano al G20. I banchieri combattuti tra innovazione e rischio per la stabilità

19 Marzo 2018 alle 17:45

Perché i banchieri flirtano e demonizzano Bitcoin & Co.

Roma. Il mondo di oggi è di fronte a innovazioni che incidono sui modelli di vita e svelano utilità e limiti di organismi privati e pubblici. Il Bitcoin, capostipite delle criptovalute, lanciato sul mercato nel 2009, e oggetto di crescente attenzione da più svariate parti, ne è un significativo emblema. Il “nomen”, riferito di solito all’intero mondo delle criptocurrencies, identifica, invece, solo una delle tante sul mercato. L’”entità” è “virtuale”, “simbolica”, espressione di un algoritmo, pubblico ed immodificabile, che fissa e limita il numero massimo, appunto, dei “simboli” suscettibili di emissione. Uno degli errori più frequenti è considerarlo una moneta. Non godendo di corso legale,non lo è, perché non v’è l'obbligo di accettarlo nelle transazioni tra le parti, in nessun paese. Il suo valore è determinato dalla sola fiducia che il mercato pone in esso, bypassando qualunque forma di “intermediazione” delle autorità istituzionali. Non a caso la questione occuperà spazio al G20 a Buenos Aires dal 19 al 20 marzo. 

 

Le transazioni in Bitcoin rispettano un protocollo di registrazione e comunicazione pubblica, imperniato su un database decentralizzato, denominato Blockchain. I dati del protocollo non sono memorizzati su un solo computer, ma su più macchine, contemporaneamente collegate tra loro e gestite da soggetti indipendenti, che danno vita ad una vera e propria piattaforma. Così interagendo,ne risulta una sorta di quaderno contabile digitale che, per il suo funzionamento a blocchi (da cui il nome blockchain), se non in scenari apocalittici (improbabili per costi e complessità tecniche), è assai difficilmente attaccabile da operatori informatici, rispetto ad un qualsiasi altro congegno che conserva e trasferisce dati e notizie. Questa “rivoluzionaria”, ed innovativa, “formula” è replicata da molte “alt-coin” (criptovalute alternative alla capostipite) e, in alcuni casi, addirittura, rivisitata e migliorata. Nuove piattaforme, quasi tutte collegate ad una criptovaluta di riferimento, del tipo (ad esempio) Ethereum, hanno sperimentato la creazione di smart contracts, eliminando l’intervento notarile (e correlativo costo) per tutta una serie di transazioni. Il sistema a blocchi, garantendo pubblicità, irreplicabilità e l'immodificabilità dei contenuti, rende del tutto superfluo l’intervento del pubblico ufficiale per dare certezza e pubblicità ai negozi tra le parti, senza rischi di frode. 

 

Dato incontrovertibile, e non da sottovalutare, è che la “formula” è in espansione. Grossi gruppi,entità istituzionali e privati iniziano a confrontarsi, in maniera concreta, con essa: nello stato dell’Arizona è in discussione una legge che abilita a pagare le tasse in Bitcoin; Western Union effettua verifiche sul progetto Ripple; il Banco di Santander è tra i principali finanziatori del crowd funding sottostante al lancio proprio di quest’ultimo progetto; diffuse le ordinazioni online per KFC Canada; già create “cripto valleys” (da noi a Rovereto) dove si accettano Bitcoin per scambi commerciali di ogni genere. 

 

Il protocollo a blocchi, e le valute che tramite esso circolano, riescono a “catturare” disparati e rilevanti interessi: analisti di Goldman Sachs e Jp.Morgan, il Fondo monetario internazionale, banche centrali, pur se, per il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, le criptovalute non sono una priorità a cui dedicarsi. Un recente sondaggio del Cambridge Center For Alternative Finance indica, invece, che una Banca centrale su cinque presta attenzione ai suindicati nuovi protocolli. 

 

La scelta è necessaria per non farsi superare dagli eventi. Le funzioni proprie di una Banca centrale si esauriscono nel governo della moneta, nel target two securities (contabilità dei titoli del debito sovrano collocati), oltre alla gestione della centrale rischi, nel contesto dell’attività di vigilanza sul sistema del credito. Facile intendere che le attività appena indicate potrebbero installarsi sul Blockchain, dando vita a una fonte inesauribile, e continuamente aggiornata, di informazioni e di dati sicuri e, per questo, assolutamente affidabili. Le funzioni stesse di politica monetaria, linea Maginot invocata a “difesa” della sopravvivenza delle banche centrali, sembrano suscettibili di alternative forme di gestione. Il “Serpente Monetario Europeo”, l’accordo siglato nel 1972 tra (all’epoca) Cee e Usa per determinare l’oscillazione del valore delle monete continentali e di quella d’oltreoceano, rappresenta un significativo esempio di governance “automatizzata” del rapporto di cambio di monete e valute. Le misure per il governo dei tassi d’interesse potrebbero seguire un processo similare.  In un mondo basato sulla fiducia degli investitori, e non su strategie politico-finanziarie decise da terzi, il “protocollo” di cui sopra, se non convenientemente regolamentato quanto ad applicazione, proprio per il potenziale rivoluzionario che esprime, è idoneo a prendere il sopravvento sul mercato, rendendo, nei fatti, superflua la prefigurazione, per restare all’ultimo argomento, delle Banche centrali, facendone mettere in discussione utilità, funzione e ruolo. 

 

La forza dell’innovazione sopra descritta sembra possedere una “capacità” ed una carica ancor più dirompente. L’estensione dell’impiego del “protocollo a blocchi”, come strumento di certezza e pubblicità, può andare ben oltre il superamento (per restare agli esempi fatti) della funzione e del ruolo di notai e/o di banche centrali. Si pensi al catasto ed al suo funzionamento e, per riferirci a questi giorni, all’imminente consultazione elettorale, e così via. Gli ultimi esempi per segnalare chela diffusa applicazione di detto protocollo ai servizi di cui si occupa lo stato, nelle sue varie articolazioni, rischia di mettere a nudo, su molti versanti, costi ed inefficienze dell’apparato burocratico, oltre a far percepire sino a qual punto ci si può spingere nei processi di contenimento della spesa pubblica, da tempo, non sempre e non tutta necessaria e produttiva e non costantemente sotto controllo.

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