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Pensioni e Costituzione: lo spirito della Carta tutela l’equità tra generazioni

Non esistono solo i “diritti acquisiti” dei più anziani, Governo e Consulta si ricordino anche dei diritti dei giovani

25 Ottobre 2017 alle 06:05

Pensioni e Costituzione: lo spirito della Carta tutela l’equità tra generazioni

Foto di Enric Fradera via Flickr

In materia economico-sociale, la linea di demarcazione tra diritti (degli uni) e oneri (degli altri) è sempre sfumata. Lo è particolarmente quando diritti e oneri non sono coevi, ma riguardano generazioni diverse, per esempio quando i diritti sono attribuiti alle generazioni oggi in vita ma gli oneri che ne derivano sono addossati alle generazioni giovani o non ancora nate. Non partecipando al sottostante “contratto sociale”, queste generazioni dovrebbero essere tutelate dalla lungimiranza della politica, se non dalla Costituzione. La nostra Carta non ha articoli riferiti espressamente alla salvaguardia delle generazioni future. Quanto alla lungimiranza della politica è forse meglio stendere un velo pietoso, essendo l’Italia uno dei paesi più indebitati al mondo. La Norvegia, per esempio, ha istituito nel 1998 un fondo sovrano, gestito dalla Banca centrale, per garantire al paese un futuro economico e un welfare sostenibili ed evitare che i proventi delle risorse petrolifere, destinate a ridursi nel tempo, siano tutti spesi a favore delle generazioni correnti.

 

Il contratto sociale di maggiore impatto sulla distribuzione delle risorse tra generazioni è rappresentato dal sistema pensionistico a ripartizione, nel quale i contributi versati dai lavoratori in attività vengono immediatamente e totalmente – ossia senza l’accantonamento di alcuna “riserva” – utilizzati per il pagamento delle pensioni attuali. Ogni generazione è tenuta a partecipare al contratto con l’aspettativa che quando sarà anziana potrà contare sui contributi pagati dai giovani del futuro. In una società che invecchia, però, gli anziani hanno un peso politico maggiore e questo porta inevitabilmente la politica a considerarli con occhio di riguardo. Le promesse pensionistiche si allargano e i contributi dovrebbero parallelamente crescere, ma oltre un certo livello, in Italia ampiamente superato, è difficile andare senza ripercussioni sulla competitività del sistema economico. Il debito pensionistico diventa così molto più difficilmente sostenibile.

 

L’indicizzazione delle pensioni al costo della vita è buona cosa per i pensionati, che possono così mantenere invariato il loro potere d’acquisto. Quando per il calcolo delle pensioni si usa la formula contributiva, l’indicizzazione può considerarsi coperta dai contributi versati durante la vita lavorativa; quando invece si usa la formula retributiva, con la quale sono state calcolate tutte (o quasi) le pensioni in essere, manca la corrispondenza tra contributi e prestazioni e anche l’indicizzazione finisce per essere messa a carico delle generazioni più giovani (se finanziata a debito) o della collettività (se finanziata con tassazione).

  

Nel 2011, in piena emergenza finanziaria, il governo Monti, all’interno del quale chi scrive ricopriva la carica di ministro del Lavoro e del Welfare, abolì per due anni l’indicizzazione sulle pensioni a partire da quelle superiori a tre volte il minimo (1.500 euro lordi). Non starò a ricordare che fu proprio il ministro del Lavoro a salvare da questo temporaneo blocco le pensioni più basse.

 

Com’è noto, la Corte costituzionale ha decretato illegittimo quel provvedimento, con una sentenza rispetto alla quale è lecito porsi due domande: in primo luogo, se la Corte abbia pienamente compreso la rischiosità della situazione finanziaria di quel periodo e le sue potenziali ricadute negative sulla popolazione (e particolarmente sulla sua parte più debole); in secondo luogo in che modo e da chi vengano tutelati gli interessi dei giovani se i diritti pensionistici vengono considerati “incomprimibili” al punto da prevalere su considerazioni di bilancio. Il non tener conto delle considerazioni di bilancio infatti viene a danneggiare gli interessi legittimi, se non i veri e propri diritti, di coloro sui quali ricadrà il debito.

 

Il governo Renzi, in carica peraltro in un periodo di minore turbolenza finanziaria, ha modificato retroattivamente il meccanismo di perequazione per gli anni 2012-13, in modo da limitare la spesa a “soli” 2,8 miliardi di euro, e ha introdotto per gli anni successivi una nuova rimodulazione, riducendo l’adeguamento al costo della vita delle pensioni più alte. Ciò ha determinato nuovi ricorsi che hanno portato il giudice ordinario a riformulare alla Corte il giudizio sulla costituzionalità dei provvedimenti.

 

Senza entrare nel merito delle decisioni della Corte, il primo interrogativo che qui mi preme sottolineare è se i promotori dei ricorsi – in particolare quelli che godono di trattamenti elevati, ben superiori a quanto spetterebbe loro sulla base dei contributi versati – abbiano consapevolezza del fatto che l’affermazione del loro diritto equivale alla sottrazione del diritto dei loro figli e nipoti. Si tratta dei medesimi figli e nipoti che gli anziani dicono di dover aiutare con le loro pensioni, perché senza lavoro o con redditi di lavoro inadeguati e precari, in un circolo vizioso (o contratto sbilanciato) che sarebbe bene riequilibrare una volta per tutte. Il secondo interrogativo riguarda i diritti dei lavoratori. Proprio ieri l’Istat ha indicato in cinque mesi l’incremento – verificatosi tra il 2013 e il 2016, dell’aspettativa di vita a 65 anni – a cui è agganciata l’età pensionabile, il che porterà, in base alle leggi vigenti, a 67 anni l’età di uscita per “vecchiaia” nel 2019. Dai sindacati e da diverse parti politiche viene la richiesta almeno di rinviarne l’applicazione. Anche in questo caso i costi del rinvio generalizzato sono ingenti, e rinviati al futuro. Mentre sarebbe auspicabile un intervento mirato a favore delle categorie di lavoratori meno fortunati, è non solo lecito ma anche doveroso domandarsi come possa essere ritenuto intoccabile il diritto all’adeguamento al costo della vita anche per le pensioni elevate e non anche il diritto di un lavoratore, per esempio precoce, a mantenere invariata l’età di pensionamento.

 

Il sistema pensionistico, in definitiva, sconta molte ingiustizie del passato, che non è possibile eliminare con un colpo di spugna. Chiedere che anche i pensionati in condizioni di relativa agiatezza e che hanno ricevuto di più partecipino alla distribuzione dei sacrifici richiesti dall’aggiustamento della bilancia intergenerazionale dei redditi non dovrebbe essere operazione estranea allo spirito della nostra Costituzione.

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Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    25 Ottobre 2017 - 08:08

    Non dovrei parlare perchè sono stato tra gli ultimi a beneficiare del retributivo. In compenso mia moglie è andata in pensione a 61 anni e mezzo con il contributivo (con 41,5 anni di lavoro ma solo 39 di contributi: Sono andati persi 1,5 anni di contributi quando lavorava per il Comune: da non crrdere). D'altra parte solo un idiota può pensare che una maestra delle primarie con famiglia possa continuare ad insegnare dopo i sessanta anni. Naturalmente è in pensipne con il taglio di un terzo dell'assegno. Lo sapevo che prima o poi sarei stato chiamato a dare il mio contributo. Spero una parte vada a mia moglie (che, per inciso,dopo due anni non ha ancora ricevuto la liquidazione) e ai miei figli.

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