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Deflazione sindacale

Tutte le critiche dei Banchieri centrali alle parti sociali che non si curano di aumentare i salari

8 Ottobre 2017 alle 06:05

Deflazione sindacale

Roma. Ci sono cose piuttosto esplosive che passano, chissà perché, sotto silenzio. Per esempio, le sempre più fitte accuse ai salari troppo bassi come causa del mancato aumento (desiderato) dell’inflazione, problema che tiene svegli i Banchieri centrali. Il paradosso è che queste accuse arrivano da pulpiti che non ti aspetteresti: non “dai” sindacati, ma “ai” sindacati. A lanciarle sono infatti le istituzioni economiche, come la Banca d’Italia, la Banca centrale europea, la Banca dei regolamenti internazionali, che è il foro di discussione delle principali banche centrali mondiali. Il problema non riguarda soltanto l’Italia, è infatti diffuso quasi equamente in tutti i paesi. Ma nessun paese ha una tradizione secolare di sindacati forti e determinati come l’Italia. Sindacati che tuttavia, sul fronte retribuzioni, tendono a un inspiegabile understatement.

 

Eppure il problema c’è. Lo segnalava tra i primi il presidente della Bce Mario Draghi già nel 2014, invitando i sindacati a “lavorare” sulle buste paga: non spetta infatti alla Bce determinare i salari, aveva detto in una conferenza stampa, “spetta alle parti sociali”. Nel 2016 l’allarme era stato rilanciato da Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia: “Rinnovi contrattuali che prevedano la riduzione degli aumenti salariali rischiano di avere conseguenze negative sui prezzi al consumo”. Ancora Draghi, la scorsa primavera: “Un’importante fonte della debolezza dell’inflazione è stata la debole pressione inflazionistica interna, dovuta in parte alla crescita modesta dei salari, ben al di sotto delle medie storiche”, e soprattutto ben al di sotto “di quanto ci sarebbe attesi con la forte ripresa in atto’’. In parte è fisiologico che le retribuzioni non crescano: dopo una lunga crisi si tende a riassorbire, per prima cosa, la disoccupazione. E, come lo stesso Draghi ha affermato, i sindacati “potrebbero preferire dare priorità alla sicurezza del posto di lavoro al costo di qualche perdita in termini di salari reali”. E ancora, più di recente, Draghi ha rincarato la dose all’Europarlamento la settimana scorsa: “La pressione dei contratti di lavoro temporanei è tale che i sindacati, nei paesi in cui hanno un ruolo importante, cercano non tanto di aumentare i salari, quanto di garantire la stabilità dei posti di lavoro”. Però adesso la ripresa c’è, e se le buste paga restano ferme si finisce per aumentare la spinta alla deflazione: siamo sempre lì. Anche il Rapporto 2017 della Bri chiama in causa il mondo del lavoro: “La moderata crescita dei salari è un segnale del calo del potere contrattuale dei lavoratori’’, si legge. Sottotesto: forse i sindacati non stanno facendo il loro mestiere.

 

Il welfare aziendale non crea inflazione

In realtà, considerando la recente stagione contrattuale appena conclusa da Cgil, Cisl e Uil (una ventina di rinnovi, con soddisfazione delle imprese e dei lavoratori) non si scorgono grossi problemi, anzi. Guardando più nel dettaglio, però, emerge che un contratto importante come quello dei metalmeccanici si è concluso con un aumento in busta paga che, per l’anno 2017, ammonta a 1 euro e 70 centesimi. Il resto (100 euro) in ‘’natura’’: polizze sanitarie, bonus, formazione. E’ il risultato del welfare contrattuale, amatissimo da lavoratori e imprese (anche perché detassato), che sostituisce gli incrementi retributivi con beni vari: polizze sanitarie ma anche abbonamenti fitness, buoni benzina, shopping. Purtroppo i buoni benzina, le palestre, eccetera, non incidono sull’inflazione. E, peraltro, nemmeno sulle future pensioni, non traducendosi in contributi previdenziali. Col rischio di scoprire, tra qualche anno, che oltre alle buste paga sono rimaste al chiodo anche le pensioni. I sindacati, in verità, stanno iniziando a interrogarsi su come gestire tutto questo, se sia possibile tornare a rivendicazioni salariali più tradizionali. Di cui c’è sicuramente bisogno: quando l’Istat ci dice che negli ultimi anni si è impoverito anche chi ha un lavoro, ci dice che c’è (anche) un problema di retribuzioni troppo basse; se la soglia di povertà (altro dato Istat) si aggira sugli 800 euro di capacità di spesa mensile, non può sfuggire che questa cifra è pericolosamente sovrapponibile alla retribuzione di una gran parte di persone, in particolare di quei giovani che, sempre l’Istat, indica come soggetti a basso reddito, e per di più decrescente rispetto a quello dei loro genitori. Dunque, pur restando l’utilità di istituire incentivi pubblici all’occupazione e forme di sostegno alla povertà (molto richiesti sia dai sindacati sia da Confindustria) forse servirebbe una politica salariale più incisiva. Magari recuperando una frase che Luciano Lama, molti anni fa, scandì durante un convegno bolognese, rivolto a una platea di imprenditori: “Voi dovete pagare di più e parlare di meno’’. Chissà oggi chi avrebbe il coraggio di pronunciarla.

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