Cipria e parrucca sul fortino di Bankitalia

Il patriottismo politico farebbe dire che la storia dell'autonomia della Banca centrale è una trovatina paramassonica di vecchio conio. Quando si è esaurito, si può dire che Renzi ha ragione ma i suoi avversari non hanno torto

Cipria e parrucca sul fortino di Bankitalia

Foto LaPresse

Dieci anni fa, quando ero ancora un patriota politico italiano, avrei scritto della faccenda di Bankitalia con un certo temperamento che in vernacolo chiameremo caratteraccio. Avrei sostenuto l’ovvio, senza i guantoni. Dunque, la storia dell’autonomia della Banca centrale è una trovatina paramassonica di vecchio e impolverato conio. L’autonomia sta a Francoforte, dove non la tocca nessuno, e non a Palazzo Koch. Noi qui abbiamo una Banca che non è precisamente una banca, nel senso di centrale, perché non muove più la leva della creazione di moneta, non agisce sul tasso di interesse, non decide del controllo di inflazione e prezzi, non incide con strumenti monetari sulla crescita dell’economia. Quindi l’idea di difendere un vecchio fortino tecnico e burocratico dalla voracità della classe dirigente eletta sa di parrucconismo. E un po’ di parrucca e cipria ci sono sempre state anche allora, anche quando Bankitalia voleva dire La Malfa, voleva dire Guido Carli e Emilio Colombo in tandem, anche quando esistevano poteri forti coordinati da Enrico Cuccia e in genere si passava di lì per andare alla guida dell’esecutivo o al Quirinale.

 

La Bankitalia che non esiste più

Palazzo Koch è ancora un luogo centrale, ma il marasma provocato dal caso Visco sta tutto in un errore di prospettiva: l’istituto non è quello di una volta, non batte moneta, non svaluta, non fa politica industriale. Parlano Geronzi e La Malfa

 

Di che stiamo parlando? Dove sarebbe l’analfabetismo costituzionale del giovane Renzi, emulo del vecchio Bettino, dell’archeologico Giulio Andreotti, dove stanno le trame oscure destabilizzatrici che ledono i pesi e contrappesi con l’invadenza della politica? Trattasi di spettri, fantasmi, chiacchiere abilmente riproposte per sanzionare la politica di espulsione dal sistema delle forze riformiste che hanno cercato di cambiarlo, con alterni risultati, clamorosi errori, e molta buona volontà. Dieci anni fa avrei preso l’articolo di Federico Rampini su Repubblica di sabato, quel testo in cui si spiega che nel mondo le banche centrali non sono a disposizione di chi le governa pro tempore ma del dibattito pubblico e politico, degli orientamenti di governi e assemblee elettive, e dell’influenza dei partiti che determinano il corso della politica nazionale secondo la magna carta costituzionale, e ne avrei fatto un volantino da distribuire a Roma in via Nazionale. E’ così per la Fed, e perfino per la Bundesbank, avrei detto, non potete pretendere di fare di Ignazio Visco, che secondo me è una bravissima persona ma non è il simbolo eterno della buona gestione della vigilanza, un totem. E avrei aggiunto: avete cacciato Antonio Fazio in combutta con le spifferazioni e gli origliamenti della magistratura, esattamente quanto era accaduto per la vergognosa storiaccia di Paolo Baffi, e nel 2005 avete fatto una legge che toglie al Governatore la perennità, quel fine pena mai dell’incarico a tempo indeterminato, che era il sigillo dell’eccezionalità (manco il presidente della Repubblica, manco i giudici costituzionali sono a tempo indeterminato). E adesso vorreste dirci che il Parlamento non ha titolo per dire la sua opinione, voi che avete consentito la sua grillizzazione permanente, che lo avete svuotato come una scatola di tonno, e date giù contro il conato di nuova politica che ha cercato di fare onore al mestiere, e a una mozione criminalizzata che nemmanco fosse un atto protocollare di Carminati e Buzzi. Ma a chi la volete raccontare. Prima dite che quei giovanotti stropicciati e illusi che mangiano la pizza tra di loro sono una congrega di massoni, tutti al seguito di FdB, poi sostenete che sono affari della famiglia Boschi, tutti al seguito di FdB e di Travaglio, e ora questa campagna unanimistica di alte autorità politiche e morali, civili e in polpa, ha tutta l’aria di un ritorno di fiamma, questo sì, di stampo combriccolare, nel quadro di un’apertura di campagna elettorale.

 

Ma sono passati dieci anni da questo primo articoletto che ho scritto e non ho scritto. Ora invecchiato e maturato, incapace anche solo di un residuo patriottismo politico, dirò che Sabino Cassese e Nicola Rossi sono amici, che le loro obiezioni sono sostenute da una conoscenza approfondita della materia istituzionale e del profilo economico e finanziario della scelta, che in fondo non muore nessuno se a Bankitalia resta Visco, che le cose vanno prese con cautela, che una campagna elettorale contro Gentiloni sarebbe grottesca, e che dunque Renzi ha ragione ma i suoi avversari non hanno torto. Vedete come ci si rincoglionisce in appena dieci anni?

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Commenti all'articolo

  • Churchill

    23 Ottobre 2017 - 13:01

    Direi che l'analisi è puntuale, ma se parliamo di Ignazio Visco, e non di Vincenzo, che seppur parente, in questo Paese, di danni ne ha fatti di ben peggiori.

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    23 Ottobre 2017 - 12:12

    Parafrasando albertox: chi tocca i figli muore; questa la "scossa" al Visco da parte del sognato veltro dantesco (ghibellin fuggiasco ieri) e oggi, Matteo democristian fuggiasco: come Campaldino ieri anche oggi la scena(ta) tra Firenze e Arezzo. "Cribio(*) mi consenta" direbbe qualcuno, "questa Italia, se non torno, non cambiera mai". (*) rigorosamente una b, come B.

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  • Lou Canova

    23 Ottobre 2017 - 11:11

    Se c'è qualcuno che ha mosso un dito contro l'atavica, rigorosamente bipartisan, ingerenza dei partiti (locali) nelle banche, questo è stato (magari, al solito, confusamente) Renzi col suo governo e la riforma delle banche popolari. Peraltro spacciare Boschi padre per super banchiere protetto dalla politica sembra francamente parecchio esagerato...

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  • albertoxmura

    23 Ottobre 2017 - 11:11

    Anche l'attività di vigilanza richiede autonomia: dai partiti, dalle banche vigilate (piccole e quasi sempre ben ammanigliate con i politicanti locali). Non è in discussione il diritto del Parlamento di esprimere opinioni. Ma la vicenda specifica mostra come la regia di quella mozione, intrisa di veleno, fosse in capo a Maria Elena Boschi, figlia di quel Pier Luigi Boschi che, in seguito alle ispezioni della Banca d'Italia, fu multato due volte pesantemente, anche se, essendosi reso nullatenente, non pagherà nulla. L'impressione è che Visco sia attaccato non per una presunta carenza di vigilanza, ma per aver vigilato sin troppo, soprattutto negli affari della famiglia Boschi. Chi tocca i fili muore. La mozione non ha solo il sapore di un condizionamento degli organi preposti alla nomina, ma soprattutto quello di un'intimidazione, rivolta al futuro Governatore, sia egli ancora Visco o no. Stia alla larga dalle malversazioni dei politici nelle banche locali o mal gliene incorrerà.

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