L'abitudine alle cattive notizie è una sicurezza da abbandonare

Perché le emozioni negative ci rimangono più impresse di quelle positive (e perché il mix mediatico è predisposto al pessimismo) 

L'abitudine alle cattive notizie è una sicurezza da abbandonare

Roma. In un saggio pubblicato nel 2001 sulla rivista Review of General Psychology lo psicologo sociale Roy F. Baumeister dice che nelle reazioni umane “il male è più forte del bene”. L’indagine porta diverse prove, anche sperimentali, in svariati settori della vita per dimostrare che “le cattive emozioni, i genitori cattivi e le cattive risposte hanno un impatto maggiore di quelle buone e le informazioni negative penetrano più a fondo di quelle positive”. Il meccanismo sotteso può essere spiegato con un esperimento di economia comportamentale del novello premio Nobel, Richard Thaler, molto in voga perché lunedì ha ricevuto il riconoscimento dell’Accademia svedese per i suoi studi sulla teoria del “pungolo”, la spinta gentile. Il meccanismo è che quando perdiamo qualcosa l’emozione (negativa) è molto più forte e persistente di quando guadagniamo qualcosa. Thaler ha dato ai soggetti una tazza per caffè valutata a 6 dollari e chiese loro a quanto l’avrebbero venduta. Il prezzo medio è stato di 5,25 dollari. A un altro gruppo di soggetti è stato chiesto quanto avrebbero pagato per la stessa tazza. Il prezzo medio è stato inferiore a 2,75 dollari.

  

Secondo Micheal Shermer, editorialista di Scientific American e autore di saggi che aiutano a comprendere i meccanismi mentali che ci ingannano (come “The Believing Brain”), questo comportamento deriva dall’avversione alla perdita che rafforza la tendenza ad optare per qualunque cosa a cui siamo abituati. Per esempio preferiamo l’ordine personale, sociale, economico e politico esistente alle alternative proposte o ai mutamenti che si presentano. Quando si parla di notizie mediatiche il mix di fascinazione per il peggio e la capacità di resistenza ad affrontare un mutamento incentiva la predisposizione al pessimismo. In Italia la predisposizione dei media è particolarmente accentuata se si considera che il peso garantito ai rapporti sulla corruzione percepita di Transparency International è una costante tale da rendere un paese mediamente corrotto convinto di essere il più corrotto del mondo, o d’Europa, perché ogni anno si percepisce come tale in un ciclo che si autoalimenta. Oppure da evitare di sottolineare che il peso dell’economia sommersa in Italia non è distante da quello dei paesi nordici, considerati integerrimi per stereotipo. O ancora insistere sul fatto che nell’indice di competitività economica del World economic forum l’Italia guadagna solo una posizione quest’anno (43esima su 137 nazioni) senza dubitare di una classifica che nel dettaglio posiziona il paese dietro la piccola Armenia come efficienza dei mercati finanziari o dietro il Ruanda per struttura delle istituzioni politiche. Le classifiche e gli indici compositi possono essere inaffidabili. Eppure quando segnalano una condizione dignitosa vengono riportati con cautela. Per esempio è passato sotto traccia il Quality of nationality index, una graduatoria elaborata dalla società di consulenza Henley & Partners, con base nel Jersey, su fattori di libertà personale, opportunità, benessere e qualità della vita. Ha avuto maggiore eco il primato che la Germania conserva da anni che la settima posizione raggiunta dall’Italia, davanti a Olanda, Svizzera e Spagna. E’ più probabile che i media riportino le cattive notizie che quelle buone semplicemente perché è questo che sono incaricati di fare. Ma, come ha spiegato Marco Fortis con i suoi interventi sul Foglio, la tendenza è quella di sottovalutare i progressi ed esaltare i regressi. Arrivare da un’esperienza di doppia recessione e di crescita piatta da oltre un ventennio di sicuro non aiuta. Ma un continuo confronto con un passato peggiore, e rassicurante solo perché è l’abitudine, ha il risultato di rafforzare la percezione negativa, diversa dalla condizione reale. 

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