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Il commento

Buon segno se non fa notizia il j'accuse contro il suprematista Michelangelo

Antonio Gurrado

Le parole della studiosa Robin DiAngelo sulla Cappella Sistina hanno lasciato indifferenti i media tradizionali. In Italia sono state accolte con qualche sbadiglio. La sua teoria antirazzista sembra infatti un'infernale macchina per darsi sempre ragione 

Sorpresa: non ha fatto notizia la dichiarazione di Robin DiAngelo, studiosa americana di teoria critica della razza, secondo cui la scena della creazione nella Cappella Sistina è l’epitome della convergenza fra suprematismo bianco e patriarcato. Eppure c’erano tutti gli ingredienti giusti: un’accademica di gran moda, il cui libro White fragility è stato tradotto in tutto il mondo; un’icona artistica globale, presente alla mente di chiunque, con gli indici di Dio e dell’uomo che si toccano; un’interpretazione inedita e spiazzante ma che utilizza due termini in gran voga per rileggere il passato con gli occhi di oggi.

 
Invece, però, la provocazione della studiosa ha avuto una diffusione degna dei tempi analogici. La dichiarazione risale a un mese fa, durante un’intervista video al canale “Not your ordinary parts”: 198 iscritti, 1.036 visualizzazioni. Sembra aver lasciato indifferenti i media tradizionali, salvo lasciarsi sbertucciare su testate destrorse come il New York Post o la National Review. In Italia, dove pure i libri di Robin DiAngelo sono tradotti, l’eco è arrivata più o meno adesso, accolta fra qualche sbadiglio.


Potrebbe essere dovuto anche alla magra figura che l’intellettuale ha rimediato nel commentare l’opera d’arte. Sostenere che Michelangelo abbia rappresentato Dio che tocca Davide, e non Adamo, depone a favore di chi pensa che si sia trattato di una boutade improvvisata e volutamente eccessiva, sparata per fingere di voler scandalizzare le masse ma, in realtà, per rafforzare nelle proprie convinzioni il piccolo gregge ideologicamente schierato che seguiva l’intervista e che avrebbe annuito per qualsiasi enormità. Inoltre, lo scandalo per l’evenienza che Michelangelo abbia osato rappresentare due maschi bianchi è stato agevolmente smontato da altri opinionisti: Rikki Schlott ha fatto notare che nel Cinquecento l’inclusione etnica non era al cuore delle preoccupazioni di un artista, mentre Kayla Bartsch ha argomentato che l’intera Cappella Sistina va considerata allegorica, essendo difficile raffigurare in un affresco dei concetti astratti come la creazione, la dannazione, la salvezza e la divinità.


Il rischio è che, seguendo i ragionamenti di Robin DiAngelo foss’anche per confutarli, si rischia di finire in dialoghi surreali come quello immaginato dai Monty Python: in cui Michelangelo dà del fascista al Papa in quanto vuole imporgli di dipingere un’Ultima cena tradizionale, anziché con ventotto apostoli, tre Gesù, svariati trapezisti e un canguro. Peggio, si rischia di imbarcarsi in disamine sulla fisionomia di Adamo, onde stabilire se abbia tratti semiti o ariani. Senza considerare le possibili diatribe fra i fautori della libertà assoluta dell’artista (per i quali Michelangelo avrebbe potuto dipingere Adamo blu e Dio come un’enorme chiave di violino) e i deterministi, secondo i quali un artista si basa empiricamente su com’è abituato a vedere le persone attorno a sé e Dio raffigurato in Chiesa. O il piccolo dettaglio che Michelangelo si è limitato a rappresentare una scena presente nella Bibbia, della cui stesura non è responsabile. 


L’inopinata scarsa circolazione delle parole della professoressa, tuttavia, è probabilmente segno di una prima inversione di tendenza. Lei stessa spiega infatti che la sua teoria antirazzista si fonda su questi princìpi: la società occidentale è razzista; nessuno è esente dal razzismo; tutti i bianchi sono avvantaggiati dalla gerarchia razziale; l’identificazione del razzismo non ha mai fine; la gerarchia razziale è invisibile e data per scontata. È vero che, sotto questo aspetto, la sua uscita anti michelangiolesca è del tutto coerente a questi princìpi; è vero anche però che tutta la sua teoria antirazzista è fondata sugli stessi princìpi che mira a dimostrare con innumerevoli esempi, più o meno sensati. Si tratta di un’infernale macchina per darsi sempre ragione; ha dunque senso che, con l’usura del tempo, la gente si stufi e lasci perdere: se favorevole, per noia, se contraria, per sconforto.
Antonio Gurrado

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