facce dispari

Lo spirito di Borges e l'anima di Napoli. Intervista a Marco Chiappetta

Francesco Palmieri

"Purtroppo in Italia si fa molto poco per dare voce ai trentenni. Se a quaranta si definiscono ancora ragazzi, quelli dell’età mia vengono considerati bambini. Nel cinema è anche peggio". Parla il regista di "Santa Lucia"

Giovedì scorso al Sacher di Moretti, nella torrida Roma dove se luglio è caldo sembra colpa nostra, si proiettava "Santa Lucia", opera prima del regista Marco Chiappetta, racconto di una Napoli onirica e borgesiana, di un protagonista cieco e del suo nostalgico ritorno, narrazione in salsa dispari di una città che mai stanca quando e se si congeda dai luoghi comuni. Classe 1991, nato sulla collina borghese del Vomero come Paolo Sorrentino, Chiappetta il cinema lo ha studiato a Parigi dove sul lungosenna chiudeva gli occhi immaginando di passeggiare sul lungomare domestico, già premonendo il film che avrebbe voluto realizzare.

Ce l’ha fatta oltre le proprie attese e tuttavia condivide il curioso destino dei nativi degli anni Novanta, che si chiedono quando gli attuali quarantenni (e più) smetteranno di considerarsi titolari di interminata giovinezza per lasciarne un pochino anche a loro, ventenni e trentenni, che giovani lo sono veramente.

 

Riuscirà, la sua generazione, a esprimere se stessa? O resterete in coda ai Törless dai capelli bianchi?

Purtroppo in Italia si fa molto poco per dare voce ai trentenni. Se a quaranta si definiscono ancora ragazzi, quelli dell’età mia vengono considerati bambini. Nel cinema è anche peggio: più ci penso, più ritengo miracoloso avere esordito così presto. Si rischia di perdere la voce di una generazione, mentre sarebbe bello sapere cosa pensiamo noi del mondo. E lasciarcelo raccontare.

 

Qual è il racconto possibile?

Almeno su Napoli è necessario cercare nuove angolazioni, fuori dagli stereotipi positivi o negativi che perdurano nella letteratura commerciale e nelle serie tv. Puoi rifare la commedia, ma non sarà all’altezza di Troisi. Puoi rifare De Filippo, ma ti verrà male. Puoi raccontare la camorra, ma dopo ‘Gomorra’ è difficile creare un immaginario originale sul mondo del crimine. Eppure, ci sono tanti aspetti della città che sono rimasti nascosti e inesplorati. Chi si emancipa dagli stereotipi ne troverà moltissimi.

 

Però, quando è andata in fiamme la Venere degli stracci di Pistoletto c’è stata l’immediata indignazione autoflagellatrice, il grido sociologico spentosi con imbarazzo appena si è scoperto che il colpevole era uno sbandato, universale come ogni pazzia.

È stato un classico esempio di adagiamento sul racconto facile: gli scugnizzi, la malavita, la connivenza della cittadinanza con il male, che cosa non ci meritiamo e così via. La realtà è invece più complessa, e per raccontare Napoli come New York o Parigi bisogna vincere la pigrizia, abbandonando formule stantie. Certe volte ho l’impressione che gli ultimi a saper narrare la città siano quasi tutti morti. Mi sento un orfano, consapevole di essere cresciuto in un contesto culturale più povero rispetto a quello dei nostri genitori.

 

C’è uno scrittore napoletano sul suo scaffale maggiore?

C’è ‘L’oro di Napoli’ di Giuseppe Marotta. La sua prosa trasmette tuttora un’idea molto poetica e il film che ne fu tratto ne conserva solo alcune reminiscenze. Mi suggestiona molto più Marotta che ‘Ferito a morte’ di La Capria. E però sul mio film ha inciso più di tutti l’ispirazione di Borges. La sua Buenos Aires. Il rapporto con la cecità. La nostalgia dell’infanzia nella città.

 

Nostalgia è un tema che da un romanzo postumo di Ermanno Rea si è trasfuso nell’ultimo film di Martone, uscito dopo il suo ma arrivato prima nelle sale. Perché è così frequente il racconto del ritorno?

La distanza e il ritorno sono temi centrali della canzone napoletana, della letteratura e del cinema. Anche ‘È stata la mano di dio’ di Sorrentino è un film nostalgico, di memorie. Sono cresciuto nel suo stesso quartiere, non potevo non subire da regista la sua influenza e ho lavorato con la squadra e con attori con cui ha lavorato lui, come Andrea Renzi e Renato Carpentieri. Però mi sento più ispirato dai francesi: Cocteau, Truffaut, Alain Resnais. Ma soprattutto, e prima di tutto, cerco di esprimere una poetica personale.

 

Il Vomero è poco raccontato rispetto alla città. C’è l’impressione che un annoso interdetto culturale reputi meno degno di narrazione un contesto borghese rispetto a quelli popolari.

Difatti mi riprometto di girare lì il prossimo film, tra piazza Vanvitelli e via Palizzi. Luoghi che dietro le vetrine celano le ombre del vecchio liberty, angoli bucolici di perduta campagna e alcune atmosfere oniriche. È una città nella città, che affiora se si abbandona la solita dicotomia tra paradiso e inferno, tremende periferie criminali e sole-mare-pizza. La prospettiva vomerese ha un ulteriore vantaggio visivo per un regista: da qui si abbraccia la panoramica di Napoli, da quella antica al centro direzionale coi grattacieli, che ne fanno un luogo da metropoli asiatica o americana. Il mio obiettivo è renderla uno stato d’animo, farne sfondo per sentimenti trasfigurati e universali. Non m’interessa mostrare il già detto. Né Vesuvio né vicoli chiassosi, piuttosto un viaggio dentro i posti che sul grande schermo non sono stati visti. Uno sguardo metafisico tra i fantasmi.

 

Crede ai fantasmi?

Come sottili presenze che si manifestano nel dormiveglia. Voci che finché esistono nella nostra testa possiamo credere esistano anche nella realtà.

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