Giulio Einaudi con Antonio Segni (Wikipedia)

Un ritratto intellettuale

Vezzi, affettuosità e imprese di Giulio Einaudi, principe degli editori

Giacomo Giossi

Roberto Cazzola ricostruisce la figura istrionica del piemontese, in un intenso e colto memoir pubblicato dalle Edizioni Seb27. Un racconto a tratti nostalgico che restituisce il talento di un uomo complesso, contraddittorio e geniale

Già nelle primissime righe della prefazione al suo intenso e colto memoir, Un quarto di pera di Giulio Einaudi (Edizioni Seb27), Roberto Cazzola mette ben in chiaro i termini in questione: “Ho amato Giulio Einaudi di un amore ilare e filiale”. A più di vent’anni dalla sua scomparsa, Giulio Einaudi resta infatti una figura inesauribile e fondativa per chiunque abbia avuto a che fare con il grande editore piemontese. Un padre, appunto, ma al tempo stesso un figlio, un uomo dal carattere complesso, timido e sfacciato, taciturno e mondano, razionale e istintivo allo stesso tempo. Un uomo per nulla avvezzo al conformismo e che nonostante le critiche – anche aspre, ricevute negli anni Ottanta, quando la crisi economica della casa editrice si palesò – resta un riferimento ineguagliabile del fare editoria. Un uomo pienamente novecentesco che il libro di Cazzola, germanista e redattore Einaudi per vent’anni, racconta con amabile nostalgia. Un racconto affettuoso dove non mancano i famosi vezzi, anche odiosi, ma pure le improvvise affettuosità, di un uomo che pur circondandosi di un collettivo formidabile pareva sempre stagliarsi in un luogo a parte.

 

Giulio Einaudi esprimeva l’ultimo giudizio, quello dell’editore. La magia di un intuito che sapeva cogliere la realtà del tempo, cogliendo il libro o gli autori giusti al momento giusto. Attorno a Giulio Einaudi, non a caso soprannominato “il principe” è cresciuta negli anni una ricchissima memorialistica tra cui spicca I migliori anni della nostra vita di Ernesto Ferrero, volumi scritti da collaboratori, redattori, intellettuali e anche dal suo autista, Mimmo Fiorino (Alla guida dell’Einaudi). Una mitologia che seppur affiancata anche da testi di analisi storica (su tutti Pensare i libri di Luisa Mangoni), mette in evidenza la figura istrionica di Giulio Einaudi, vero uomo mito dell’editoria contemporanea italiana. La capacità di Einaudi di coagulare durante le riunioni del mercoledì, attorno al famoso tavolo di Carlo Mollino, alcuni dei più grandi intellettuali italiani del Novecento ha infatti del miracoloso, tanto più in un paese rissoso come il nostro. Certo, la forza attrattiva dell’ideologia allora poteva favorire il gioco di squadra in nome di una rivalità con la squadra opposta, ma resta il fatto che il mito di Einaudi si è alimentato sia negli anni della crisi più nera, sia dopo la sua morte in un tempo comunque post ideologico.

 

E l’aspetto forse più curioso di Un quarto di pera di Giulio Einaudi è che l’autore è stato dopo i vent’anni in Einaudi e per altrettanto tempo, anche in Adelphi. Editore diversissimo e per certi versi opposto a Einaudi. E qui dopo La bella confusione su Fellini e Visconti ci vorrebbe un Francesco Piccolo anche per Einaudi e Calasso. Roberto Calasso infatti, pur alimentando un immaginario su di sé certamente non razionalistico e pur avendo offerto un’idea di Adelphi aderente alla sua visione intellettuale sembra risultare invece come una figura capace di una visione oltre che programmatica, anche inclusiva, come è possibile leggere anche dalle splendide pagine di Adelphi (Carocci) della storica Anna Ferrando. Non stupisce che ciò che è irrazionale divenga sensato e ciò che è visionario assuma le sembianze di una realtà prima impossibile, ma resta il fascino per un balletto, un alternarsi di ruoli di due uomini che pur diversissimi hanno saputo lasciare il segno nella società italiana come in maniera straordinariamente intima nelle figure che sono state loro complici nella pratica e nella visione. Resta la risposta di Giulio Einaudi alla domanda su cosa avrebbe fatto nella vita se non l’editore: “Il contadino, ma in grande”.