Foto di Nick Fewings, via Unsplash 

I precedenti letterari

Tradizione, traduzione. Che cosa preoccupa nella riscrittura delle opere di Dahl

Edoardo Rialti

I tanti modi diversi con cui nella storia si sono alterati i testi si possono considerare tradimenti. Che sia in nome del conservatorismo o di un presunto progressismo. Questo concetto sta anche al cuore della vicenda che ha coinvolto l'autore de "La fabbrica di cioccolato" 

Ogni tradizione, e traduzione, è un tradimento. La parola viene dalla stessa radice del verbo con cui Giuda “consegna” Cristo ai Farisei. Il passato, e la forza scandalosa, mai addomesticabile del suo significato va processato, flagellato, ucciso e così, solo così, resuscitato come significato. Ci sono due modi per aggirare questa dinamica e le sue sfide. La prima è semplicemente evitare il processo stesso, imbavagliare Cristo e sbatterlo in cella, l’altra è dissanguare le parole del processato, e fargli dichiarare quello che vogliamo già sentirci dire.

 

Sono queste violenze alla tradizione che emergono, oggi e non solo oggi, in tante voci e politiche del pensiero reazionario-conservatore e in quelle di certa mentalità progressista. Il dibattito sulla riscrittura delle opere di Roald Dahl, cambiando parole e aggettivi su categorie di persone o caratteristiche fisiche, alterando i libri letti dai protagonisti, è solo l’ultimo epifenomeno di due diverse e convergenti trazioni. Il monito più limpido sulla questione specifica è stato forse espresso da Nicola Lagioia: “Se possono ristampare un testo, a tua firma, cambiandoti le parole, significa che ti sto facendo dire quello che non hai detto”. 

 

Come al solito, un minimo di prospettiva storica mostra come tutto ciò risalga addietro nel tempo. L’ideologia conservatrice, con la sua presunta reverenza verso la cultura tradizionale, ha sempre avuto la tendenza a ottenere che quanto la contraddiceva o sfidava venisse censurato, rimosso. Nella Oxford del Maurice di Forster si legge ovviamente Platone, aggirando tutti i passaggi sulla pederastia: “Seguivano ambedue il corso di traduzioni tenuto dal preside, e mentre uno studente procedeva tranquillamente nella lettura di un testo, il signor Cornwallis ordinò con voce recisa ma incolore: ‘Si ometta: è un riferimento al vizio innominabile dei greci’”.

 

Nella dittatura distopica di Orwell le parole vengono ridotte, alterate, allo scopo di ottenere il più radicale e intimo degli auto da fé, quello in cui il prigioniero riscrive il proprio passato e abbraccia le categorie imposte dal potere e dalla sua neolingua: “Non possiamo tollerare che un pensiero sbagliato esista in una parte qualsiasi del mondo, per quanto innocuo e recondito possa essere. Il comandamento dei dispotismi di una volta era: ‘Tu non devi!’. Il comandamento dei totalitari era: ‘Tu devi!’. Il nostro è: ‘Tu sei!’” Si nasconde il passato, o lo si altera. Si propone una tradizione stereotipata, filtrata, inventata (tanti cultori dell’occidente raramente conoscono il greco e la risposta filologicamente più corretta ai manifestati di destra che davanti a un liceo di Roma si presentarono con lo striscione “Noi maschi selvatici, Voi checche isteriche” lo fornirono i liceali stessi: “Provate a dire checca isterica ad Achille Pelide”) oppure, in nome d’una presunta difesa di più giuste e mutate sensibilità, ci si arroga il diritto non di ampliare lo spettro delle narrazioni possibili, ma di modificare quelle già esistenti.

 

Entrambe queste posizioni si basano sul medesimo disprezzo della libertà, individuale e collettiva, della capacità di farsi sfidare da quanto ci precede, dalla sua “esistenza separata e autosufficiente” (Calasso), ed elaborare così una nostra postura nel mondo. Come ammoniva Christopher Hitchens “Sii ancor più sospettoso di quanto ti ho detto nei confronti di chi usa i termini noi o ci senza il tuo permesso. Si tratta di un’altra forma di coscrizione surrettizia. I populisti autoritari cercano di fartela accettare; molto spesso è un tentativo di contrabbandare il tribalismo”.

 

Una pressione amplificata dalle nuove frontiere del mercato globale, che corteggia con la forza sconfinata del suo consenso, come ha sottolineato Loredana Lipperini: “Nel momento in cui, volenti, nolenti o indifferenti, deleghiamo la difesa dei diritti e delle minoranze di qualsiasi tipo a un potere economico, al marketing, alla nostra trasformazione in brand – si tratti dei genitori che acquistano Roald Dahl pulitino per i figli o dell’influencer attivista su Instagram – noi non siamo più liberi e inclusivi, ma più sottomessi”. Niente di nuovo sotto il sole, ancora una volta. “Ci sono tre tipi di despoti. C’è il despota che tiranneggia il corpo. C’è il despota che tiranneggia l’anima. C’è il despota che tiranneggia anima e corpo. Il primo si chiama principe. Il secondo si chiama papa. Il terzo si chiama popolo”. Parole di Oscar Wilde, che di processi e moralismi vecchi e nuovi se ne intendeva.

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