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cambio di prospettiva

Rileggere Beppe Fenoglio attraverso i suoi due alter ego, Johnny e Milton

Matteo Marchesini

Gli studiosi lo mettono sotto l'etichetta dell'espressionismo. Ma lo scrittore peccò spesso di manierismo, un po' straccione e un po' sontuoso. La verità è che fu un autore più celebrato che compreso

In un volume einaudiano del 2015, in cui ricuciva intelligentemente i pezzi del “Partigiano Johnny”, Gabriele Pedullà ha individuato nell’incompiuto epos fenogliano un’eco dell’“Eneide”; e ha osservato che Enea è il mito scelto anche da un altro scrittore combattente, Giorgio Caproni. Sia il narratore sia il poeta, maestri nell’abbozzare paesaggi di nebbia e ghiaccio, sono stati prima sottovalutati e poi monumentalizzati, con conseguente rimozione delle esegesi non apologetiche (nel caso di Fenoglio, chi ricorda più le critiche di Montale, Pasolini o Fortini?). Caproni ha trionfato per le sue tarde epigrafi, subito spendibili come riassunti di un secolo abbandonato da Dio; la fortuna postuma dell’inventore di Johnny, morto giovane sessant’anni fa, è invece dipesa non poco dalla fine della Guerra Fredda (che ha gettato una nuova luce sui suoi eroi anticomunisti quasi quanto antifascisti) e dalla sua sostanziale estraneità alla società letteraria del secondo Novecento.

 

Ma hanno contato anche alcune ragioni più strettamente testuali. I filologi, ad esempio, trovano un piatto succulento sia nel suo italiano nerboruto, materico e scaleno, che s’impunta sulla parola “‘brutta’ ma vibrante” (ancora Pedullà) e tende al neologismo, sia nell’inglese idiosincratico delle sue prime stesure, non hemingwayano ma iperletterario, e saturo di epiteti che riecheggiano il greco omerico. In generale, dati questi caratteri, gli studiosi si sono compiaciuti di catalogare l’autore sotto l’equivoca etichetta dell’espressionismo. In realtà, a un magro scheletro descrittivo e dialogico, Fenoglio sovrappone spesso delle incongrue vesti manieriste, un po’ straccione e un po’ sontuose, approdando a bellurie che danno nel dannunzianesimo neppure troppo rimaneggiato.

 

A proposito di “Primavera di bellezza”, romanzo estratto dal brogliaccio del “Partigiano” per un’infelice edizione garzantiana, Montale notò in questo senso che l’abile tecnica narrativa era forse sbagliata in partenza. Ma c’è un motivo ancora più discutibile per cui oggi Fenoglio è più esaltato che compreso. La sua opera viene di solito divisa fra le storie sull’aspra vita contadina delle Langhe nell’Otto-Novecento (“La malora”, i “Racconti del parentado”) e l’epopea della guerra civile (“I ventitré giorni della città di Alba”, “Il partigiano Johnny”, “Una questione privata”). Ma sarebbe meglio distinguere tra la produzione, bellica e non, in cui Fenoglio mescola il comico al tragico con un neo-verismo tra l’asciutto e il macchiettistico, magari optando per un narratore ai margini o comunque lontano da sé (“I ventitré giorni”, “La malora”, “Un giorno di fuoco”) e la produzione in cui, sotto a un’apparente impersonalità, tende invece a fondersi con un alter ego: Johnny, Milton, e insomma il personaggio per il quale “partigiano”, “come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità”.

 

In particolare Johnny, per dirla con Noventa, ci propone una Resistenza come “virtù, morale politica” in atto, opposta al “virtuismo” dei vecchi antifascisti e al dottrinarismo dei nuovi comunisti. Partigiano è chi si consegna a un presente senza scampo, privo di un Anchise da portare sulle spalle e di un Ascanio da crescere, come testimoniano le pagine sui resistenti sbandati nell’autunno del ’44. A volte, anche qui, Fenoglio e Johnny oscillano fra l’intransigenza di chi vede nella lotta un bene supremo e il vagheggiamento di una bella morte dannunziana (quante cose nel “Partigiano” sono “stupendamente” atroci, quanta gioia dà la disfatta!). Ma il lettore si affida ugualmente al loro sguardo, anche perché a contrappunto non gli è mai risparmiata la descrizione delle morti più assurde, accidentali e ingloriose: un colpo di pistola partito dal barbiere, un’auto che va a sbattere per la guida dissennata… Tuttavia, un disagio rimane.

 

In “Johnny”, infatti, il virtuismo rialza la testa, perché il protagonista sembra spesso un eroe epico finito come per caso in un romanzo, cioè nella narrazione di una quotidianità meschina. Più grande del vero, inscalfibile nelle sconfitte, nobile nei difetti solo apparenti, Johnny trionfa così troppo facilmente sul mondo; e l’autore s’identifica troppo con lui per relativizzarne la prospettiva. Riservato ma gonfio di “altogridante orgoglio”, fremente di sdegno ma sempre lucido col suo cupo grin, questo “splendido Robin Hood” che oppone l’eleganza degli azzurri badogliani alla rozza toughness dei rossi è insieme un letterato incapace di rinunciare al fair play, un guerrigliero efficiente, e un ragazzo che non dimentica la voluttà d’immergersi nella natura. Se, a differenza del “Partigiano”, “Una questione privata” è un capolavoro, lo si deve anche al fatto che qui Fenoglio ha insistito sul romance abbandonando l’incerto tentativo di novel, e al tempo stesso ha relativizzato credibilmente l’Assoluto della Lotta.

 

Il dolorante Milton, che tra le urgenze belliche cerca solo di scoprire se la Fulvia che ama si è data all’amico Giorgio, e che con la sua ricerca causa l’uccisione di due ragazzini, introduce nella Resistenza un’ambiguità – una contraddizione feconda tra il pubblico e il privato, o tra il presente sanguinoso e un passato di spettri più veri della guerra. Niente poi, meglio di questo racconto, ci restituisce intatti i temi da cui dipende il fascino duraturo di Fenoglio: la seduzione come ferita che non si rimargina, e soprattutto la percezione della straziante, assurda contiguità tra i salotti in penombra dove gli studenti ascoltavano “Over the rainbow” e i muri sbrecciati delle fucilazioni. Con una specie di furia ipnotica, anziché con la gratuità di altri scritti, la “Questione” sbocca nell’immancabile morte: perché quando si è oltrepassata la soglia dell’hybris, cioè quando ci si è messi nella condizione di poter spegnere delle vite umane, crollare a propria volta è l’unico modo di salvare l’onore.

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