Una torre di osservazione dell'ex confine tra la Repubblica federale e la Repubblica democratica tedesca (foto di Jens Schlueter/Getty Images) 

La bella censura. Un libro racconta la letteratura come arma nella Ddr

Ai “reazionari” neanche la carta per stampare

Giulio Meotti

Scrittori che si autocensurano per essere pubblicati, editor “sensibili” che sforbiciano i romanzi di parole e concetti ritenuti “offensivi”, una censura operata per il progresso dell’umanità, un ceto culturale che adula il potere per avere in cambio favori. Una storia che ci riguarda

Durante la Guerra fredda, dalla primavera del 1982 all’inverno 1989, una volta al mese, presso la Casa della Cultura all’interno dei locali del reggimento delle guardie Felix Dzerzhinsky (l’ala paramilitare della Stasi), nel quartiere Adlershof di Berlino, in una stanza adornata con i ritratti del leader della Germania orientale Erich Honecker e di Vladimir Ilyich Lenin, un gruppo di uomini della Ddr si riuniva non per pianificare scenari di guerra nucleare, ma per parlare di poesia e letteratura. Il gruppo, a cui le note interne si riferivano come il “Circolo di Lavoro degli Scrittori Chekisti” (un riferimento alla temibile polizia segreta bolscevica, la Cheka), ha prodotto numerose antologie in sette anni,  note sugli scrittori nemici del regime e su chi invece era da sostenere per fedeltà ideologica. La loro storia è ora raccontata per la prima volta in “The Stasi Poetry Circle” di Philip Oltermann, il corrispondente del Guardian da Berlino (Faber & Faber).

 

I “poeti della Stasi” si riunivano una volta al mese per studiare  pentametro giambico, rime incrociate e sonetti petrarcheschi

   
Il leader del circolo dei poeti, un uomo magro con occhiali spessi di nome Uwe Berger, scomparso nel 2014, disse che lo scopo era “suscitare emozione e fame di vittoria” nella lotta di classe attraverso la poesia. Sotto la guida di Berger, i “poeti della Stasi” hanno appreso di pentametro giambico, rime incrociate e sonetti petrarcheschi. Già negli anni Sessanta si svolgevano “serate liriche” presso la sede della Stasi a Berlino. Tuttavia, la decisione dell’agenzia di intelligence di professionalizzare la poesia all’inizio degli anni ‘80 coincise con un’escalation della guerra culturale all’interno dei confini della Germania orientale. La censura dei libri nella Ddr era stata rafforzata sulla scia delle proteste contro il trattamento riservato dallo stato al cantautore espatriato Wolf Biermann nel 1976. All’inizio degli anni Ottanta venne potenziato il “Linie XX/7”, il dipartimento di sicurezza dello Stato che si occupava di attività culturali, arrivando a 170 dipendenti a tempo pieno.

 
“Solo” il 35 per cento della popolazione adulta nella Ddr leggeva Goethe e Pushkin ed era ritenuto insufficiente: nella Germania dell’Est, quel numero sarebbe dovuto salire al 90 per cento e idealmente entro cinque anni. Un decreto prescrisse che le fabbriche più grandi della Germania dell’Est dovessero avere una biblioteca in loco con da cinquecento a mille libri. Tra il 1950 e il 1989, il numero di libri stampati ogni anno e la proporzione di quelli di narrativa sono più che triplicati. Uno studio sull’alfabetizzazione concepito prima della caduta del Muro ma condotto subito dopo ha rilevato che “la comprensione media della lettura degli studenti di terza media della Germania orientale era notevolmente superiore a quello dei loro contemporanei della Germania occidentale”.

  

Un giovane fa capolino a Berlino Est attraverso un buco nel muro, il 31 dicembre 1989. (Foto di Steve Eason/Hulton Archive/Getty Images) 
   
Nato nel 1928, Berger era stato uno dei 200 mila adolescenti arruolati nella Luftwaffe negli ultimi giorni del Terzo Reich. Il suo programma si basava su una frase coniata dal poeta, diventato diplomatico della Ddr, Friedrich Wolf (padre di Markus, la super spia della Germania orientale): “l’arte è un’arma”. “La materia della nostra epoca giace davanti a noi, dura come il ferro”, aveva scritto Wolf in una poesia del 1928. “I poeti stanno lavorando per trasformarlo in un’arma. L’operaio deve prendere quest’arma”. Nel febbraio 1982, la Stasi ricompensò Berger per il suo servizio consegnandogli la medaglia d’argento della Fratellanza in armi, il più alto onore militare che il ministero per la Sicurezza dello Stato concedeva solo occasionalmente a persone al di fuori delle Forze armate.

 

Gert Neumann, accusato di “irrazionalismo religioso”, finì per lavorare come operaio teatrale e addetto alla pulizia delle caldaie  

  
Berger distrusse scrittori come Gert Neumann, il figlio di Margaret Neumann e una celebrità letteraria i cui romanzi erano acclamati a ovest del Muro ma che era persona non grata nel suo paese. “Non sono stati ufficialmente censurati”, scrive Oltermann. “I suoi manoscritti sono semplicemente rimasti bloccati nell’ufficio della censura statale perché anche le menti più intelligenti del ministero della Cultura non sono riuscite a capire cosa aveva effettivamente detto”. Berger aveva messo sette informatori a seguire i movimenti di Neumann e tre critici letterari furono assunti dal ministero per decodificare la sua scrittura. Berger, il poeta-spia-in-capo del circolo poetico della Stasi, in uno dei suoi rapporti ha descritto Gert Neumann come “uno psicopatico semi-istruito”, i cui “pensieri confusi” e “proverbi incomprensibili” rifiutavano la vita nella repubblica socialista e “propagandano un irrazionalismo religioso”. L’influente romanziere della Germania occidentale Martin Walser, uno dei più grandi sostenitori di Neumann, incontrò il ministro della Cultura della Germania orientale in un hotel di Lipsia e gli disse che Neumann aveva una forza tale da sconfiggerli tutti: “Se sei contro questo essere umano”, Walser disse, “allora hai già perso!”. Neumann avrebbe lavorato come operaio teatrale, addetto alle pulizie di caldaie e montatore in un grande magazzino di Lipsia.

   

Postfazioni positive, buone campagne pubblicitarie e recensioni ideologicamente corrette aiutavano gli scrittori zelanti

 
Iniziò così una nuova battaglia nella guerra culturale tra Est e Ovest. Se l’Occidente esaltava la libertà e l’individualismo nella sua arte, l’Est elevava l’unità e l’uguaglianza. Non usavano la parola “censura”, ma “pianificazione”. Per molti autori, la “prassi di approvazione” ha portato all’autocensura, nota anche come “forbici in testa”, con la quale si tagliava il proprio lavoro artistico in modo tale da avere una possibilità di pubblicazione. Christa Wolf accettó i tagli della censura in sessanta pagina della sua “Kassandra”, perché pensava che la letteratura avesse un ruolo nel socialismo reale. I peggiori vizi di un libro erano il “pessimismo”, il “solipsismo” e il “nichilismo”. La Ddr doveva diventare una “Leseland”, un paese di lettori. Sognavano “un mondo di relazioni personali libero dalle superficialitá del consumismo”. Berger annotava questo a margine di un testo: “Pessimismo e fatalismo. La persona in queste poesie è alienata, non socialmente attiva, non una persona con posizioni socialiste”. Oppure: “La scena di sesso con l’africana mi sembra disgustosa... Secondo me offende anche ‘fuori’, cioè a livello internazionale...”. E ancora: “La questione è sempre il guadagno per l’ideale di una visione socialista o almeno progressista”.

 
La poesia come processo operativo. Riga per riga, una persona viene ascoltata, osservata, spogliata. Cosa intendi con questo, cosa c’è dietro, perché lo scrivi così? Nel sistema di sorveglianza totale, la parola diventa nemica della parola, una guerra cospirativa di tutti contro tutto. La lettura di opere indesiderate era rigorosamente regolamentata e i libri all’indice non venivano venduti. A fini scientifici potevano essere lette, ma solo sotto supervisione e in apposite sale di lettura.

   

1948: una manifestazione del raduno giovanile comunista a Berlino Est (foto di Fox Photos/Getty Images) 
     
In Berlin-Lichterfelde c’è uno dei più grandi archivi letterari tedeschi. Per  tutti i libri pubblicati tra il 1951 e il 1989 nel cosiddetto “Stato operaio e contadino” – dal libro per bambini “Hubert l’ippopotamo” a un volume di Schiller – qui c’è un file, il manoscritto e almeno due recensioni. Ufficialmente, non c’era censura nella Ddr, ma si doveva parlare eufemisticamente di un “rafforzamento della responsabilità degli editori.” Kurt Hager, il membro del partito Sed responsabile per l’ideologia, disse che avrebbe “abolito la polizia se non ci fossero più criminali”.

  

“Ong, attivisti, fondazioni, media. Le persone oggi si comportano in modo conformista perché li comanda lo Zeitgeist”

  
Berger ha lasciato un’opera in sei volumi con un totale di 2,255 pagine negli archivi della Ddr. Di Günter Kunert, che fuggirà a occidente, Berger scrisse: “Atteggiamento nichilista, cinico, ambiguo, indubbiamente una qualità controrivoluzionaria”. Berger veniva retribuito  bene per le sue recensioni: da 200 a 400 marchi per ciascuna delle sue segnalazioni, ma era anche un ideologo. Dal 1980 Berger scrisse per la Stasi anche rapporti su opere già pubblicate, spesso illegalmente, in Occidente. Berger si vedeva come un guardiano estetico contro le influenze letterarie “reazionarie” che vedeva come “soggettive”, “decadenti” o “nichiliste”. In una recensione di Wolfgang Hilbig, “Unterm Neumond” (Sotto la luna nuova), Berger lo accusa di “tradizione tardo-borghese” caratterizzata da un “sensazione generale di sventura e tristezza”, “una visione fondamentalmente nichilista della vita”.

 
“Nelle società socialiste la pubblicazione e la diffusione della stampa è regolata dal principio della democrazia centralizzata ed è piena responsabilità di tutti i soggetti coinvolti (autori, case editrici, comitati editoriali, ecc.). Sono severamente vietate le pubblicazioni che mettono in pericolo la pace, il rapporto armonioso che esiste tra le persone ovunque, la dignità degli esseri umani e il progresso sociale”. La principale amministrazione per l’editoria e il commercio di libri del Ministero della Cultura deteneva il monopolio delle ottanta case editrici nella Ddr. Alzava o abbassava il pollice quando si trattava di approvare o rifiutare una pubblicazione. Determinava il numero di copie, assegnava carta e capacità di stampa così che a un autore benvoluto fosse concessa una tiratura di 30 mila copie, a uno scrittore critico solo 10 mila copie. Una postfazione positiva, una buona campagna pubblicitaria o  recensioni ideologicamente corrette aiutavano gli scrittori zelanti. Una storia che ci riguarda… “I campus e le redazioni  di oggi non sono la Ddr, ma i ‘team di risposta ai pregiudizi’, l’autocensura, i ‘trigger warning’, la segnalazione di virtù, la cancel culture e l’aspettativa di uniformità di opinione hanno paralleli allarmanti nei loro effetto sulle libertà individuali e su come vengono utilizzate per plasmare la società, il linguaggio e il pensiero”, ha scritto sulla National Review Martha Miller, già assistente di George Bush che vive a Berlino.

 
Il filosofo Alexander Grau, uno dei più originali e apprezzati intellettuali tedeschi, autore di numerosi volumi come “Hypermoral”, “Politischer kitsch” e “Kulturpessimismus”, pensa che il paragone con la Ddr sia forzato, ma che contenga delle verità. “La Ddr era uno stato di ingiustizia e questo non è vero per Germania, Italia, Stati Uniti o qualsiasi altro stato occidentale”, ci dice Grau. “Ma è vero, però, che nel mondo occidentale si sta diffondendo sempre più un clima di non libertà. Le persone non hanno più il coraggio di esprimere la loro opinione o sono minacciate da auto-da-fé mediatici. C’è un’enorme pressione per muoversi all’interno di un corridoio di opinione fissato. Il fatto che la ‘cultura del risveglio’, a differenza del comunismo nella Ddr, non sia una dottrina formulata con fermezza non dovrebbe oscurare il fatto che ha tratti totalitari simili. E anch’essa giustifica la soppressione dell’opinione in nome del progresso, la democrazia e l’umanesimo. Nella Ddr, il conformismo era imposto da un partito-stato totalitario e dalle sue organizzazioni. Oggi è applicato da quella che viene chiamata ‘Zivilgesellschaft’: ong, attivisti, fondazioni, media. Le persone oggi si comportano in modo conformista perché lo comanda lo Zeitgeist, perché è moderno, perché vogliono appartenere e perché così si vuole essere considerati progressisti”.

 
Scrittori che si autocensurano per essere pubblicati, editor “sensibili” che sforbiciano i romanzi di parole e concetti ritenuti “offensivi”, una censura operata per il progresso dell’umanità, un ceto culturale che adula il potere per avere in cambio favori… Le vite degli altri e le nostre. 

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.