La storia di Maïti, quarant'anni nell'attesa di perdonare il suo aguzzino

Emmanuele Michela

“Resistenza e perdono”. Un libro per il giorno della memoria

Primavera 1984, squilla il telefono di Maïti Girtanner. “Sono a Parigi, vorrei incontrarla”. La donna ha un sussulto: sono passati quarant’anni dalla Seconda guerra mondiale, ma quella voce è per lei inconfondibile. E’ quella di Léo, il medico tedesco che per mesi era stato suo aguzzino, in una villa requisita dai nazisti dove era stata reclusa per il suo ruolo nella resistenza francese. Ventunenne, aveva patito in quelle settimane dure persecuzioni, in continui esperimenti per valutare nuovi trattamenti per far confessare i prigionieri della Gestapo. Ne era uscita in fin di vita, portando per sempre sul corpo i segni di quella sofferenza, che l’avrebbero forzata anche a due terribili rinunce, suonare il piano e avere figli. A guidare i macabri test era stato proprio quel medico, che all’improvviso sarebbe tornato nella vita di Maïti quattro decenni dopo.

    
Lei, però, gli diede appuntamento, i due si incontrarono, e oggi possiamo leggere nel suo libro – Maïti, resistenza e perdono (edito da Itaca) – cosa mosse e cosa sprigionò quell’inatteso gesto di grazia, vissuto da una donna che ha affrontato le prove che il Novecento le ha messo davanti nella certezza e nella verifica della sua fede cristiana. Léo la cercava perché era malato, e il timore di morire senza poter rivedere quella donna lo aveva buttato in macchina dalla Germania alla Francia per fare i conti con il suo passato: “Non ho mai dimenticato ciò che lei disse ai miei altri prigionieri riguardo la morte. Sono sempre rimasto stupito per il clima di speranza che lei aveva instaurato, anche se le vostre prospettive non erano per niente incoraggianti. Adesso ho paura della morte. Desidero capire meglio”.

   
Maïti lo incalzò: “Si rende conto di ciò che ha fatto?”, lui si difendeva con ragioni storiche, ma il suo pentimento era sincero. “Lei parla del paradiso promesso da Dio. Sono di origine cristiana. Crede ci sia un posto per persone come me in paradiso?”, chiese lui. La risposta di lei, oltre che nelle parole, sta nel bacio sulla fronte che gli diede per perdonarlo, liberandolo dal peso di una vita – tanto da raccontare alla famiglia, al ritorno a casa, quel male terribile che mai aveva voluto rivelargli.

     
Nel libro, tutta la vita di Maïti prende colore nel suo rapporto con Dio e con ciò che la vita le chiedeva. Specie durante la guerra: viveva a Bonnes dove correva il confine tra i territori sottomessi ai tedeschi e la Francia libera. Alle prime attività di sostegno ai suoi compaesani, ben presto si sommarono vere azioni di resistenza. Aiutava nella fuga famiglie, ebrei, soldati francesi scampati alla cattura, attraversando, anche a nuoto, il fiume Vienne: “Dall’infanzia avevo capito che una vita si costruisce rispondendo alle chiamate ricevute – scrive nel ricordare il momento dell’arresto, avvenuto a Parigi dove ad un certo punto si trasferì –; ciò che conta non è prevedere ciò che arriverà, quanto essere all’altezza delle circostanze che si presentano in ogni istante”. 

   
In Italia arriva così una storia che in Francia è nota da tempo, almeno da quando, negli anni Novanta, Maïti finì in tv: “Se ho accettato dopo tanti anni di raccontare ciò che ho vissuto, non è per ricevere un qualche brevetto di resistenza o qualche attestato di bravura, ma unicamente per aiutare coloro che attraversavano il tunnel del dubbio a percepire la fiamma della speranza, per mostrare a coloro che hanno conosciuto l’umiliazione che il perdono è possibile”.

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