Da Totòtruffa '62

Il Foglio weekend

Cancelleranno gli italiani. I pilastri del nostro cinema alla prova del pol. corr.

Andrea Minuz

Mettiamo il caso, non tanto remoto, che la cancel culture sbarchi qui e prenda di mira le commedie di Sordi o di Totò. Apriti cielo: scoprirebbe razzismo, sessismo, schiavismo. Insomma i vizi del Bel paese. Un libro fa l’elenco dei peccati

Alla metà degli anni Ottanta la commedia all’italiana sbarca in America. Nel novembre del 1985, la “Carnegie Hall” di New York organizza la prima retrospettiva americana su Alberto Sordi. Poco dopo tocca al “Museum of Modern Art” con una grande mostra intitolata, “Comedy Italian Style”. Il MoMa è addobbato di locandine, foto di scena, ingrandimenti di fotogrammi delle nostre commedie (in gran parte provenienti dalla collezione privata di Martin Scorsese). C’è anche una rassegna con sessanta film tra cui, com’è ovvio, molte pellicole con Sordi. Si inizia con “Polvere di stelle”. Ospiti d’onore: Alberto Sordi e Monica Vitti. Il New York Times la descrive come “un misto tra Carole Lombard e Judy Holliday fuse in un corpo meraviglioso” (anche gli americani scoprono finalmente un’altra Vitti, oltre la dolente icona dei film di Antonioni). New York è entusiasta. L’immagine del trionfo è tutta in uno scatto del fotografo italoamericano, Santi Visalli: Sordi e Andy Warhol immortalati al veglione di capodanno in un ristorante di Manhattan. Warhol soffia in una trombetta di carnevale, Sordi ridacchia e lo guarda come la mostarda in “Un americano a Roma”.  Entrambi si dichiarano fan sfegatati uno dell’altro.

 

Poi negli anni Novanta arriveranno altre retrospettive, omaggi, lodi sperticate di De Niro, Dustin Hoffman, Woody Allen, Jack Lemmon, con il sindaco di San Francisco, Willie Brown, che proclama l’“Alberto Sordi Day”, perché “quest’anima dell’Italia è stata troppo poco festeggiata negli Stati Uniti, al di fuori di Kansas City”. Tutto appare ora lontanissimo e incredibile. Se ancora nel 1997 gli studenti della University of California celebravano Sordi con la rassegna, “Welcome Alberto Sordi: Italy’s Everyman”, quelli del 2021 lo accoglierebbero probabilmente tra fischi e insulti. Sconcerto nel corpo docente, indignazione delle donne, dei neri, degli ispanici, imbarazzo degli italo-americani di fronte a quei film. L’elenco di cose di cui Sordi dovrebbe scusarsi sarebbe davvero interminabile. Irricevibili gli schiaffoni a Monica Vitti nel finale di “Amore mio aiutami”, inaudita la cameriera-robot che infila le pantofole a Sordi in “Io e Caterina”, disturbante e razzista l’Africa postcoloniale di “Finché c’è guerra c’è speranza”. Per non dire del trafficante di bambini nel “Giudizio universale” di De Sica. Di sicuro il critico del New York Times non parlerebbe del “corpo meraviglioso” di Monica Vitti, altrimenti dovrebbe scusarsi in pubblico, come Obama quando disse che Kamala Harris era “la più bella ministro della Giustizia del paese”. E poi naturalmente hashtag, incitamenti alla rivolta sui social, adunate di “woke” nei campus, alert, divieti, disclaimer. Sordi, “persona non grata”, come Lars Von Trier a Cannes dopo quei commenti su Hitler, senza neanche bisogno di un’inchiesta di FanPage.

Sarà anche vero che la cancel culture è un fenomeno che sin qui ci ha riguardato poco. Che dalle nostre parti ha lasciato perdere letteratura e cinema, prendendosela più che altro con la statua di Montanelli, la scritta “Dux” al foro Italico o la fermata “Amba Aradam” della Metro C a Roma, ovviamente ancora chiusa. Del resto, qui non abbiamo la cultura del campus, dell’Università non frega niente a nessuno e casomai ci si scalda per la “teoria gender” alle elementari, raccontata come l’ora di “gay pride” a scuola. Però prima o poi bisognerà porsi il problema. Mentre ci indigniamo per la censura de “La scuola cattolica”, che “censura” non è (la commissione è stata abolita dalla Legge Franceschini, c’è un sistema di classificazione che impedirà a chissà quanti sedicenni di vedere il film al cinema dopo aver letto le 1.294 pagine del romanzo di Albinati) dovremmo anche attrezzarci per capire come far vedere i nostri grandi film alle nuove generazioni. Che fine faranno Sordi, Totò e la cattivissima commedia all’italiana nell’èra del catcalling, del “lookism” e della “suscettibilità contemporanea” (copyright Guia Soncini) i cui militanti, com’è noto, “si prendono sul serissimo”? Che ne sarà di Fellini, Bertolucci e altri grandi “maschi bianchi privilegiati” nell’epoca del nuovo puritanesimo, delle crociate moraliste, della denuncia permanente?

A confrontarsi con questa materia incandescente ci pensa ora Alessandro Chetta che ha appena pubblicato, “Cancel cinema. I film italiani alla prova della neocensura” (Aras edizioni, 204 pp.), agile saggio che ritorna sulla nostra filmografia “alla luce dei nuovi intendimenti morali”. Certo, qui si gioca d’anticipo. Nessuno si è ancora fatto vivo per mettere al bando i film che hanno fatto l’Italia e gli italiani. Ma la cancel culture, come tutte le cose importate (male) dall’America, ha i suoi tempi di elaborazione. Nessuno dei miei studenti fino a pochi anni fa avrebbe mai detto che “Il vedovo” è un “film che incita al femminicidio”, prendendo dunque molto alla lettera la storia di un tizio che desidera uccidere la moglie per i soldi (e “per il suo comportamento esasperante”), anche se poi pare sfuggirgli il dettaglio che alla fine sia lui a morire. Sarà bene, insomma, portarsi avanti per non farsi trovare impreparati. Qualche assaggio, del resto, l’abbiamo già avuto con “Ultimo tango a Parigi”. Trent’anni dopo la sentenza della Cassazione che intimava la distruzione del film e condannava a due mesi di carcere Marlon Brando, il film di Bertolucci tornava sul banco degli imputati ma da un’altra angolazione. Nel 2007, il problema non era più il “burro” ma “le lacrime di umiliazione” di Maria Schneider che vediamo nel film. In un’intervista al Daily Mail, l’attrice spiegava di essere stata raggirata, ingannata e alla fine costretta a girare la scena contro la sua volontà. “Ultimo tango” non era più uno sfrenato inno libertario, ma l’emblema di un patriarcato violento, stupratore e oppressivo: un film da bruciare per il vecchio moralismo censorio accecato dal “burro”, un film da cancellare negli anni del #MeToo.

Si potrebbe obiettare che oggi non c’è nessun processo, nessun rogo, nessuna richiesta di carcere. Ma le settimane di gogna che investirono Bertolucci dopo l’intervista di Maria Schneider non devono essere state piacevoli. Due anni dopo la morte dell’attrice, il regista disse che avrebbe voluto scusarsi. Si dichiarò anzi “colpevole”. Cosa dovremmo fare quindi? E’ lecito rivederlo? Lo cancelliamo? Inseriamo un disclaimer o una didascalia durante la scena del burro, “il regista si scusa per le immagini che state vedendo”? Come scrive Chetta parlando dei film italiani: “Se tanti esempi vi appariranno inverosimili, impossibili da censurare, pensate a come avreste reagito nel 1980 se qualcuno vi avesse detto, con serietà, quasi con sussiego, che il bacio del Principe Azzurro a Biancaneve è immorale perché non consensuale”. Ecco allora che, ritornando sui nostri film, ci si trova davanti a una parata di schiaffi alle donne, che non di rado li chiedono, li reclamano, li pretendono come segno di legame feroce. Da Anna Magnani in “Bellissima” (“damme ‘sti quattro schiaffi Spartaco”) alla fidanzata di Dudù in “Operazione San Gennaro” (“meglio un pacchero che l’indifferenza”). E poi, naturalmente, Mariangela Melato “bottana industriale” presa a pizze da Giancarlo Giannini, o Gassman che in “Tosca” spiega a Monica Vitti che “la violenza alle donne non dispiace”. “Sì”, risponde lei, “ma dipende da chi gliela fa”.

 

Negli anni Settanta, Monica Vitti è praticamente un “punching ball”. Le prende più o meno da tutti, in un’escalation di botte che culmina nella coltellata finale di “Dramma delle gelosia” di Scola: in punto di morte, mentre spira tra le braccia dello sposo, Ciafrocchi Adelaide sussurra a Mastroianni, l’ex che le ha appena sferrato la pugnalata fatale, “a te te amo de più”. Se poi facciamo uno stress test sul “catcalling” non si salva quasi niente. L’inizio di “Poveri ma belli” è un concerto di fischi e ovazioni al passaggio di Marisa Allasio per le strade di Roma. Coi parametri attuali, siamo a un passo dallo stupro.  Sulla misoginia del cinema italiano, del resto, si sono interrogati in molti. Nel mondo anglosassone le nostre commedie si studiano per lo più nel solco del “gender gap”, come espressione di un paese sottosviluppato che aveva il delitto d’onore. Certo, quei film erano scritti da maschi, salvo che per il contributo cosmico di Suso Cecchi D’Amico, “cervello di Visconti” e stampella di tre quarti del cinema italiano di quegli anni (solo che le nostre femministe, non si sa perché, non se la filano). Rodolfo Sonego, principe degli sceneggiatori, a chi gli domandava se la commedia all’italiana fosse un po’ misogina rispondeva, “più o meno come noi che la facciamo”. Quello che però pare sfuggire è che tutto il racconto cinematografico dell’Italia del boom è anche fondato sull’inadeguatezza e incapacità del maschio italiano di prendere le misure di fronte all’ascesa inarrestabile della donna. Dal gallismo già traballante di Brancati si arriverà agli omuncoli costretti a guardare donne bellissime dal buco della serratura, con assai poche possibilità di sfiorarle. Per l’abolizione del delitto d’onore, poi, forse ha fatto di più “Divorzio all’italiana” che molte battaglie civili. A difesa della commedia all’italiana si dirà che non era scorretta con le “minoranze”, quanto con la maggioranza degli italiani, con la sua galleria di servette venete, papponi e fannulloni romani, cumenda milanesi, truffatori napoletani, gelosissimi siciliani.

Ma se il sesso e la rappresentazione “subalterna” della donna sono i nostri temi portanti in fatto di cancel culture, non possiamo dimenticare la “black face” di Totò, “il ciondolante nero di ‘Miracolo a Milano’ che come desiderio chiede di potere diventare bianco” o le battute sui “negri e gli ebrei” nel “Sorpasso”. Il problema dei film, d’altronde, è che non sono fatti per i posteri. Raramente hanno accesso alla “perennità” della grande arte. I film si fanno per il pubblico che c’è in quel momento. Quelli italiani, poi, hanno sempre avuto un rapporto diretto, immediato, trasparente con la realtà sociale.

Nel Dopoguerra e negli anni del Boom, gli italiani sembravano più il committente che il destinatario dei film, tanto era forte il reciproco riconoscimento di situazioni, personaggi, tic. Se nei melò strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, come “Catene” o “I figli di nessuno”, la donna ha un ruolo a dir poco sacrificale o remissivo, è anche vero, come ricorda Chetta, che “Matarazzo la racconta com’era nella realtà del tempo, per questo il pubblico si immedesimava”. Non a caso erano tutti campioni d’incasso. Ma i film invecchiano con la stessa rapidità con cui si trasforma il costume o la nostra sensibilità. All’adagio di Flaiano per cui “ogni film tragico è destinato col tempo a diventare comico”, dovremmo aggiungere una postilla: ogni film comico è destinato a indignare. Qui sta il primo problema della cancel culture. In alcuni o anche in molti casi può essere condivisibile nelle intenzioni, ma allo stesso tempo appare incapace di vedere la cornice che sta intorno ai film, ai libri, alle opere d’arte contro cui si scaglia. La cancel culture, di cui Chetta riscostruisce genesi, presupposti e radici culturali, non è solo figlia delle rivendicazioni degli anni Sessanta e delle loro distorsioni, o dell’invasione nei campus americani della French Theory (Foucault, Derrida & Co.), ma anche di internet e del “presentismo” che ne consegue. Tutto è qui e ora. Tutto andrà visto, letto come parte integrante di un’attualità permanente. Il simbolico è bandito. Si torna al “contenuto”. Si torna al “messaggio”. A ciò che fanno e dicono, a che sesso o a che colore della pelle hanno i personaggi di un film. Addio “stratificazione del senso”, metafore, allegorie, ironia. Al culmine dell’istruzione di massa dell’occidente, con gli “woke” dotati di Phd in “textual analysis”, si riprende a leggere i testi come Madame Bovary e Don Chisciotte, intrappolati nell’incapacità di mettere ordine tra vita e finzione. Tutto è vero, tremendo, minaccioso, denunciabile e da prendere “alla lettera”.

Nel frattempo, l’elenco delle vittime e degli offesi si allunga. Al termine di una lezione su “Apocalypse Now”, dopo aver analizzato la lunga scena iniziale con gli elicotteri, la giungla, i Doors, Martin Sheen a testa in giù che svanisce tra il napalm e le pale del ventilatore nella sua stanza a Saigon, ho chiesto se c’erano domande. Alza la mano una ragazza che sembrava molto turbata: “Ma quegli alberi che hanno bruciato erano veri?”. Subito le facevano eco altri studenti: “Ma è assurdo! Bruciare una foresta per fare un film!”. Lo confesso. Ero impreparato. “Apocalypse now” non era più un film sul Vietnam, la follia della guerra, l’America della controcultura. Era roba da Greta Thunberg. Forse non è un caso che anche Coppola, fiutata l’aria che tira, ha smesso col cinema e s’è buttato sul vino biologico.