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assalto al cielo

Gli uccelli del '68. L'impresa felice di conquistare una Roma impossibile

Stefano Ciavatta

Improvvisatori di dissenso e creatività, situazionisti che guardavano all'avanguardia storica. Salirono sul campanile di Sant’Ivo alla Sapienza. Restarono lì per un giorno e mezzo

 

È morto Paolo Ramundo, insieme a Gianfranco Moltedo e Martino Branca, uno dei tre “Uccelli”, gli studenti situazionisti della Facoltà di Architettura di Valle Giulia che il 19 febbraio del 1968 salirono in cima alla lanterna spiraliforme della cupola di Sant’Ivo alla Sapienza e vi rimasero per 36 ore. Mentre fuori infuriavano le manifestazioni per il “Vietnam libero”, l’assalto al cielo di Roma divenne leggenda: fu un’impresa pacifica, perché accompagnati dal loro professore Paolo Portoghesi – ignaro dell’obiettivo finale – e rispettosa del bene culturale, perché effettuata attraverso scale, scalette, chiocciole e corridoi della struttura. I giornali invece parlarono di una “scalata alpinistica”, di “drammatica protesta” e persino di “minacce di buttarsi”.

 

Ma gli Uccelli, che il Resto del Carlino qualificò come “hippies”, erano solo in polemica con la facoltà occupata: “In un mondo di talpe vogliamo tornare a volare. Siamo contro la protesta universitaria che si limita a proporre riforme marginali e burocratiche, che si batte con i comunicati a ciclostile e si accontenta regolarmente di accordi inconcludenti. Basta con i comunicati”. I loro nomi non vennero fuori, i soprannomi nemmeno (Capinera, Naso e Branca), “sono stati in tre, potevamo essere in trenta, l’importante è che la città sappia” dissero dal Movimento. Un anonimato coltivato a lungo dagli stessi protagonisti, infatti la storia ha dovuto aspettare decenni per essere raccontata per esteso, a differenza del grande graffito stile Berkeley sulla facciata della Facoltà, mai rimosso e ancora visibile testimonianza dell’occupazione e dell’attività degli Uccelli.

 

Da un anno su Chili si può vedere il documentario “1968, gli Uccelli” (2018) di Silvio Montanaro e Gianni Ramacciotti che ha rimesso insieme i pezzi. Ci sono voluti cinquant’anni perché i tre ex studenti e Portoghesi (all’epoca 37enne) tornassero insieme nel cortile della Sapienza, per secoli vivace sede dell’università e della biblioteca Alessandrina, poi dal 1935 il palazzo ha ospitato gli uffici di Archivio di Stato e Senato. Quindi il posto giusto per il blitz sessantottino. A tutt’oggi la cupola resta bella e impossibile, ma è difficile anche visitare la chiesa borrominiana (nata come cappella dedicata a papa Urbano VIII), accessibile solo negli orari della messa domenicale. Sant’Ivo fa parte di un patrimonio di luoghi ostaggio dei tramonti e dei libri d’arte, raggiungibili dall’umano a condizioni burocratiche rigide, tortuose, straordinarie, o comunque lunghe anticamere come per l’isola di Montecristo. In questo senso la guida masochista di Roma l’ha scritta Costantino D’Orazio, “Le chiavi per aprire 99 luoghi segreti di Roma” (Palombi), paziente breviario per richieste, prenotazioni, suppliche e malleverie.

 

Chi erano gli Uccelli? Erano dei disturbatori della logorrea del dibattito assembleare e delle pose del Movimento. Degli improvvisatori di dissenso e creatività, sistematicamente cacciati dal servizio d’ordine dell’occupazione, dei situazionisti che guardavano all’avanguardia storica e al nuovo mondo beat. Performer di cose che avvenivano “quando un’ora di sonno sembrava uno spreco” e “pochi giorni sono sembrati una vita”. Si arrampicavano sugli alberi universitari, come raccontano le foto di Giancarlo Milelli, studente pure lui e reporter degli Uccelli (ma a Sant’Ivo accorsero anche i grandi fotoreporter come Marcello Geppetti). Provocatori ma non violenti, “erano tre fuorisede (Marche e Abruzzo) che bussavano alla porta di Moravia, Pasolini e Zavattini perché volevano il dialogo”, racconta Montanaro, “con uno spirito ancora molto leggero rispetto alle cose che succederanno dopo”. Negli Uccelli c’erano anche Roberto Federici (Diavolo) Paolo Liguori (Straccio), Gianni Feo (Apache).

 

Sono stati dei situazionisti fino in fondo, una scelta che non divenne mai marketing personale, “forse perché non erano abituati a guardarsi indietro”, dice ancora Montanaro, eppure “quel blitz è stata la miccia che ha fatto uscire dall’università lo stesso Movimento”. Mentre vengono cacciati dall’ultimo piano in Facoltà e in attesa di trovare un luogo dove annidarsi, gli Uccelli frequentano le lezioni di un giovane professore su un architetto rivoluzionario del 600. E’ Portoghesi: già da due anni è l’autore del classico “Roma barocca” (1966), e poi degli altri classici: “Borromini” (1967), “Roma, un’altra città” (1968), “Roma nel Rinascimento” (1970). “Porto” è nato a via Monterone, poco distante da Sant’Ivo. Nelle memorie di “Roma/amoR” (Marsilio) confessa che a vent’anni ottenne “un difficile permesso” grazie al quale riuscì ad arrampicarsi in vetta: all’epoca guardava la spirale come il “regno delle rondini e della tramontana”, come “un paese fiabesco che avrei voluto abitare in piena solitudine”. Poi in seguito quel nido divenne per il professore “la rappresentazione fisica dell’architettura”.

 

A Roma ci sono stati altri assalti alle Mirabilia Urbis. Alcuni si sono fermati prima del cielo. Nel 1974 a Porta Pinciana la coppia di artisti Christo e Jeanne-Claude impacchettarono per 40 giorni con del nylon bianco il tratto delle bimillenarie Mura Aureliane, il monumento più grande, il segno più duraturo della città. L’artista Graziano Cecchini ha inondato due volte di vernice rossa – per fortuna innocua – Fontana di Trevi (2007-2017) poi nel 2008 ha lanciato 500 mila sfere di plastica giù da Trinità dei Monti (non senza conseguenze legali). Nel 2011 altra fontana, le Naiadi, altra vernice, stavolta tricolore, poi diventata rosa, “un colore falso come chi ci governa”. Lo scultore Luciano Fabro scelse involontariamente il giorno del rapimento Moro per gettare uno dei suoi globi all’interno della fontana del Tritone dopo averlo fatto rotolare per Via Veneto. Nel 2008 comparvero all’Eur i quattro busti in polistirolo del Dandi, Freddo, Libanese e Nero, guerrilla marketing legato alla serie Sky di “Romanzo Criminale”, azione durata una mattinata, tra mille polemiche. L’incursione più irresponsabile è quella del film “Poliziotto sprint” (1977), con le macchine lanciate all’alba per la scalinata di piazza di Spagna, dove oggi non ci si può più sedere, alla fine di un inseguimento, omaggio scellerato alla leggenda del poliziotto in Ferrari Armando Spatafora, incubo su strada dei malviventi romani anni Sessanta.

 

Ovviamente c’è chi ha salito edifici e monumenti per proteste legate al lavoro o minacce di suicidio, un classico di Colosseo e Gazometro. Qualcuno che prima della chiusura del primo ordine a metà anni Novanta è salito per gioco o per amore sull’anfiteatro Flavio lo trovi sempre, “scavalca il muro al foro e viemme accanto” cantano i Colle del Fomento. Poi ci sono gli exploit nella direzione che i murales e i graffiti non riescono a dare: la veduta dall’alto, il grande abbraccio con Roma, non più lo scontro nella suburra a colpi di vernice da aggiungere sul fondale. Tra il 1898 e il 1911 l’architetto Giacomo Boni, direttore del Foro romano, diede l’assalto al cielo antico dei Fori insieme al capitano Maurizio Mario Moris e agli allievi del Genio, volando sulle rovine con un aerostato (costruito con la seta da artigiani trasteverini), e documentando tutto fotograficamente per la prima volta in Europa. Fino al 1937, in occasione dei Santi Pietro e Paolo, squadre di centinaia di operai detti sampietrini si impegnavano acrobaticamente nella posa di 900 fiaccole e cinquemila lanternoni per illuminare a giorno la cupola di San Pietro e i colonnati, tradizione romana proveniente dalle feste barocche.

 

Più soffice l’episodio legato al Pantheon di cui girano foto meravigliose. Una ventina di studenti dell’Intercollegiate Center for Classical Studies di Roma salirono di mattina presto, nell’autunno del 1974, sul tetto bullonato del mausoleo accompagnati da due professori e una guida disinvolta. L’ex studentessa Tracy Barrett, oggi scrittrice, raggiunta dal Foglio, parla di “15 minuti che valgono il ricordo di una vita”. Salirono non senza difficoltà perché in realtà “i gradini in cima sono delle ammaccature metalliche del tetto, scomodi, non abbastanza profondi da infilare tutto il piede, a quell’altezza sembravano precari”. Incredibilmente riuscirono a guardare attraverso l’oculus strisciando carponi fino al bordo. Il romano che ha osato di più è stato Michael Collins, l’astronauta, nato a via Tevere nel quartiere Pinciano, che arrivò sulla luna senza mai toccarne il suolo. L’assalto al cielo degli Uccelli resta però il più iconico. Perché a Roma, sulla linea del cielo con la più alta densità di chiese al mondo, la cupola non è un semplice piedistallo “sono punti elevati, riferimento, orientamento, triangolazione, skyline, materializzazione dello spirito della città”, scrive Ludovico Quaroni in “Immagine di Roma” (Laterza) ma “anche soltanto la logica e regolare conclusione di uno spazio formale: più o meno grosse, più o meno grasse, articolate e tormentate, rappresentano l’essenza della popolazione”. In quale parte dell’archetipo Roma siamo? A Corso Rinascimento n° 40, “di un così pomposo nome non si è mai riusciti a capire il motivo”, ammonisce Pietro Romano nello “Stradario romano” (1947).

 

La facciata della Sapienza è severa ma non è mai stata essenziale, l’orologio è fermo da chissà quanto alla sei e venticinque, il portone è spesso chiuso. Immancabile però il colore del piano basso, quell’impasto tra l’ocra soffuso di arancione e il rosso bruno, una delle declinazioni dei colori capitolini, “forti, pesanti, densi” (Larbaud), ovviamente grattato dal tempo, con i contorni dei drappi, un tempo appesi, impressi sul muro. Dalle finestre alte si intravede la freschezza della cupola. Georgina Masson nella insuperata “Guida di Roma” (Mondadori) spiega così: “La Sapienza è un esempio di quelle sorprese architettoniche che riserva Roma. Non è facile immaginare che l’austera facciata tardo rinascimentale di Giacomo Della Porta celi la vitalità dinamica del capolavoro del Borromini. Varcando la soglia del portone, penetrando nella penombra del porticato che circonda il cortile, vediamo la chiesa incorniciata dall’arco centrale di questo, e la singolare cupola, sormontata da un’aurea spirale che si alza, drammatica, nel cielo azzurro”. Due mesi dopo gli Uccelli e nel pieno del maelstrom sessantottino la rivista Capitolium pubblica “La Roma del Borromini” a cura di Paolo Marconi: “Nel panorama della città, costituito da forme architettoniche sostanzialmente classicheggianti, emergono come guizzi irrequieti i capricci borrominiani. il timpano mistilineo dei Filippini parafrasa il frontone compassato della Vallicella, ironizzandolo; la loggia dei Falconieri fa il verso al triforio dei Farnese dandone una versione borghese; la cuspide della Sapienza si avvita nel cielo, unicum goticizzante. Santa Agnese media la tematica romanesca del cupolone, proponendolo però coi campanili affiancati, un tipo del tutto inedito in Roma”. La grammatica borrominiana nella promenade romana è visibile dal Campidoglio, dalla sommità di Trinità dei Monti, punto più baricentrico della Roma seicentesca, dal Gianicolo, posizione privilegiata di Giovan Battista Falda per la mappa e le incisioni del Nuovo Teatro delle Fabbriche di Roma, e dagli altri belvederi. Il tutto inondato di luce, l’unica cosa inesportabile di Roma. Più che un’occupazione fu un’impresa felice, senza danni né ripercussioni.

 

Dice Portoghesi: “Avevano fatto un tentativo con Manfredo Tafuri ma senza successo, li accontentai perché avevo guidato più volte operazioni di rilievo. Quindi persuasi il custode con la scusa di prendere altre misure”. Arrivati uno per volta sotto al buco della cima salirono a spinta uno con l’altro. Nessuno spinse Portoghesi: “Mangiai la foglia, e poi dissi ‘dai forza, scendete’ ma loro risposero ‘no, noi rimaniamo qui’”. Fece “un freddo cane” quella notte, nonostante l’eskimo. Si nutrirono con frutta secca, cioccolata, roba piccola e calorica, portata apposta. L’indomani gli Uccelli convinsero la Questura a “lasciarci andare via, senza prendere i nomi”. Così fu, complice anche la pacifica confusione creata dagli studenti accorsi solidali. Fuori dal portone, sulla strada, trovarono il boato dei compagni. Coerentemente con il suo il background Ramundo, già dirigente di Lc, s’inventò nel 1977 la cooperativa Braccianti agricoli organizzati (Cobragor) strappando al deserto e all’incuria le terre confinanti con l’allora manicomio di Santa Maria della pietà. “L’immaginazione dal potere al podere” gli disse Abo, ma questa è un’altra grande storia.

 

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