“I Pitagorici festeggiano l’alba” di Fedor Bronnikov (1869)

Gli idoli del virus

Mattia Ferraresi

La tirannia di un sapere che vuole “mettere in sicurezza” tutto. Appunti del filosofo Silvano Petrosino per allargare la ragione

Il filosofo Silvano Petrosino ha scritto un libriccino sulla pandemia che si discosta da buona parte della pubblicistica istantanea sul tema perché si sforza di ragionare, rifiutandosi di razionalizzare. La via del raziocinio è quella di chi ricorda che Bill Gates e altri, maneggiando efficacemente grandi quantità di dati, avevano previsto tutto, e se non ce ne siamo accorti è stato per un difetto della volontà; ma è anche quella di chi dice che l’emergenza si può capire e gestire affidandosi con rinnovata convinzione alle categorie su cui già facevamo affidamento, quelle della razionalità analitica e del problem-solving, facoltà adatte per l’elaborazione di dati e la previsione di scenari. L’algoritmo, strumento predittivo capace di adattamento, è il vertice di un tipo di razionalità che nei suoi momenti più ispirati può partorire al tutt’al più una metafisica del test sierologico. Petrosino si muove invece nei territori vasti della kantiana Vernunft, la ragione che supera e ricomprende gli opposti che l’intelletto non riesce a riconciliare. E cosa scorge l’occhio della ragione in questa pandemia? In una parola, “l’imprevedibile”. Il libro s’intitola appunto “Lo scandalo dell’imprevedibile” (sottotitolo: “Pensare l’epidemia”) ed è costruito nella forma di un’intervista, curata dall’editore Interlinea, piccola casa di Novara che offre con regolarità contributi saggistici preziosi e in passato ha pubblicato alcuni long seller del filosofo dell’Università Cattolica.

 

“Siamo stati ‘epidemizzati’ dall’imprevedibile”, scrive Petrosino nel libro-intervista “Lo scandalo dell’imprevedibile”

L’imprevedibile a cui fa riferimento Petrosino non è lo pneumatico che si fora mentre andiamo al lavoro né l’infarto che ci coglie senza preavviso: per quanto improvvisi, questi eventi sono inclusi nella contabilità ordinaria delle cose umane, sono degli “imprevisti pre-visti”, mentre il virus che ha sconvolto il mondo, e soprattutto il primo mondo, quello che gode di condizioni sanitarie impensabili anche soltanto mezzo secolo fa, è un evento che sfugge e deborda da ogni parte: “Come spesso è accaduto nella storia umana, mentre guardavamo in una direzione, la ‘cosa’ è arrivata e ci ha colpito dall’altra. In questo senso, più che essere colpiti da un’epidemia imprevedibile, siamo stati ‘epidemizzati’ dall’imprevedibile stesso”, scrive Petrosino, che spinge la logica dell’imprevedibile (o dell’impossibile, secondo la lezione di Derrida) fino a stabilire una fondamentale distinzione fra futuro e avvenire.

 

Il futuro è la dimensione del pre-vedibile, è il tempo in cui si realizzano i progetti (“che progetti hai per il futuro?”), in cui si organizzano gli eventi, è il luogo a cui ciascuno cerca di dare forma sulla base degli elementi presenti. Il futuro si pro-getta, cioè si getta “nel futuro qualcosa che proviene inevitabilmente dal presente”. L’avvenire è invece un venire inaspettato. Non si può programmare o suscitare nulla dell’avvenire, che è invece un accadere sorprendente di “cose” che non potevano essere prefigurate a partire dagli elementi presenti. Con una formula in cui si sente tutto il debito verso il pensiero francese, Petrosino definisce l’avvenire come “l’altro dal futuro”: l’altro è precisamente “ciò che non s’inventa, non s’immagina, non si prevede”. Il dramma dell’uomo contemporaneo travolto dall’imprevedibile, nella forma della pandemia, è che mette in crisi la sua disperata voglia di sovrapporre i due concetti. Scrive il filosofo: “L’uomo ha sempre cercato di ricondurre l’eccedenza dell’avvenire all’interno dei confini del futuro, ha sempre cercato di immaginare l’inimmaginabile al fine di progettare il proprio futuro e tentare così di ‘metterlo in sicurezza’, ma nella nostra società questa tendenza è diventata tecnologicamente così potente da arrivare a pensare che forse l’identificazione tra avvenire e futuro possa essere concretamente realizzata”.

 

Il futuro è dunque il regno della ragione scientifica, così come è intesa (o fraintesa) in questo tempo: “L’immaginazione di oggi – scrive Petrosino – con l’aiuto dell’algoritmo e del calcolo computazionale, arriva a ‘immaginare’, ingannandosi, di poter ridurre la distanza che separa il futuro dall’avvenire, e di poterla ridurre a tal punto da riuscire, prima o poi, addirittura ad annullarla. Se ci si impegna, lo si continua a ripetere, con l’aiuto della scienza e delle tecnologie informatiche si riuscirà a ridurre l’ignoto solo a ciò che non è ancora noto, così come si riuscirà a trasformare l’imprevisto solo in ciò che momentaneamente non è ancora previsto”. La massima implicita della scienza che oggi ispira o guida i governi in scelte cruciali per il mondo intero è: oggi non sappiamo, ma domani sapremo. Petrosino opera qui un’altra distinzione, quella fra la scienza e l’immagine della scienza: “La scienza autentica è abitata da dubbi, incertezze, perplessità, correzioni, ecc., ma tutto questo travaglio è assente dall’immagine della scienza che alimenta il comune sentire”, scrive, e sembra di rileggere una volta ancora il ministro Vincenzo Boccia che invoca le “certezze inconfutabili” della scienza, mentre quello che rimane dei salotti televisivi trabocca di scienziati seri dai quali però il pubblico chiede indicazioni univoche e incontrovertibili. Karl Popper lo chiamava “l’idolo della conoscenza certa o infallibile”, richiamando la dimensione dell’idolo e dell’idolatria che è assai cara a Petrosino.

 

Il dialogo con il professore parte da una premessa che è inevitabile nell’ambito del raziocinio e della sua logica binaria: chi critica la scienza finisce normalmente nel calderone dell’oscurantismo, non c’è una terza via. Invece, per Petrosino, “non si può essere contro la scienza, che è una meraviglia che ha aiutato e aiuterà immensamente l’umanità, ma allo stesso tempo è assurdo squalificare dal dibattito chi si permette di mettere in discussione lo statuto e i limiti della scienza”. Si può profondamente ammirare e amare la scienza anche senza essere costretti a dire che è in grado di produrre affermazioni inconfutabili su qualsiasi ambito della vita.

 

Il futuro è la dimensione del progetto, mentre l’avvenire resiste alle previsioni. L’uomo da sempre tenta di sovrapporre i due concetti

Come si è imposta l’immagine della scienza, con la sua aspettativa altissima? “L’immagine della scienza – dice Petrosino – si è affermata in base ai successi della scienza. La scienza si è dimostrata estremamente potente nel risolvere molte questioni, ma occorre chiedersi: quali problemi è in grado di risolvere? Quelli di un aspetto della vita. Questa limitazione, che è ovvia per uno scienziato serio, la ritroviamo nel padre della scienza moderna, Galileo Galilei, quando operava la distinzione fra qualità primarie e secondarie di un corpo. Le primarie sono l’estensione, il peso e così via; le secondarie il colore, l’armonia delle forme, l’odore. Galileo limitava l’ambito della certezza alle qualità primarie, sulle quali si concentra la scienza esatta. Non voglio banalizzare il problema, ma se io ti chiedo: quanto pesi? La risposta è certa. Ma se ti chiedo: tu mi ami? Il numero non basta più, ci vogliono le parole. Il numero è fondamentale per risolvere un aspetto della vita, ma la vita umana è numero e parole. Il tentativo idolatrico che è all’origine dell’immagine della scienza è quello di voler ridurre la parola a numero. Di pensare, attraverso il numero, di controllare tutta la realtà. Il successo della scienza nell’ambito del numero è talmente forte da tendere a far dimenticare la parola. Questa è la tentazione: trasformare un ambito in un tutto. Lacan però avvertiva: niente è tutto. Neanche la scienza è tutto. Molti scienziati sono ottusi proprio perché sono paghi dei loro innegabili successi nell’ambito delle qualità primarie dei corpi. Ma la vita è un mistero, e mistero significa che è densa, stratificata, sfumata, non soltanto complessa”. C’è una ragione anche più profonda per cui la scienza gode, presso il sentire comune, di una considerazione e un’autorevolezza di tipo quasi dogmatico che nemmeno la scienza stessa osa attribuirsi: “L’uomo è un essere finito e mortale”. Spiega Petrosino: “Non solo sa che morirà, ma non sa quando morirà, e dunque è sempre in uno stato di incertezza. Quindi si getta sul numero perché questo dà certezze ed è più comodo. Il mondo del numero è bellissimo, e a un livello di ricerca molto alto è chiaro che il numero pone domande filosofiche vertiginose. Ma tolti questi vertici, è tutto un adeguarsi, un ricercare il numero per appigliarsi a qualche certezza”.

 

All’inizio della pandemia, gli scienziati hanno naturalmente stravinto la gara, per dir così, della comunicazione pubblica. Si è però scoperto in fretta che anche gli esperti si contraddicono, sbagliano le previsioni, si alterano, litigano e s’azzuffano sui social. Come ne esce la percezione pubblica della scienza? “Ne esce male, perché la gente si rende conto che tutti hanno detto tutto. Ma questa è un’occasione notevole per capire lo statuto della scienza. Il rischio che vedo è quello di un contraccolpo, che si ritorni cioè a forme di superstizione. La critica alla scienza, invece, va fatta in nome di una razionalità più ampia e sofisticata, più umana, non per incoraggiare assurde posizioni antiscientifiche. Lo dico con una provocazione che ripeto spesso: i soldi vanno dati ai medici, agli scienziati, ma la parola va data ai filosofi. In altre parole: non possiamo dire basta alla scienza, che anzi va finanziata e incoraggiata, ma non dobbiamo chiedere alla scienza ciò che la scienza non può dare”.

 

Se ti chiedo: quanto pesi? La risposta è certa, è un numero. Ma se ti chiedo: mi ami? Il numero non basta più, ci vogliono le parole

D’accordo, una certa concezione neopositivista è la koiné del nostro tempo, ma non è presente anche un elemento romantico che va nella direzione opposta? I social traboccano di tramonti, di sfide ardite, di massime sul lasciarsi trasportare dai sentimenti senza fare calcoli. Non siamo forse circondati da inni all’emotività, alle virtù dell’irrazionale, alle decisioni prese di getto, agli innamoramenti che travolgono tutto? “E’ vero che nel nostro tempo è in atto questo discorso, ma non vi si presta davvero fede. Nell’innamoramento, nell’amore, bisogna crederci, mentre noi contemporanei facciamo quello che la scuola di Francoforte aveva già ampiamente osservato: dividiamo il tempo diurno da quello notturno, cioè il tempo della razionalità e della scienza da quello dell’emotività e dell’arte, semplificando molto. Ma il tempo che consideriamo ‘vero’ è quello diurno, mentre a quello notturno non si dà credito fino in fondo. Va bene, appunto, per la nostra autorappresentazione sui social. Ma nel momento in cui non credo nell’innamoramento, sto già riconvertendo il mistero della vita nell’ignoto della scienza. La scienza parla di ignoto perché ciò che non sa spiegare è solo ciò che non è ancora noto. Dunque è come se nell’animo di oggi si agitasse qualcosa di strano, ma si tratta di un ignoto. In questo scontro fra il razionale e l’a-razionale occorre invece cercare un altro tipo di razionalità, definita da qualcosa che non è solo l’intelligenza, cioè non è soltanto riducibile ai rapporti di causa-effetto. Il rapporto umano è piuttosto appello-risposta, dove la risposta non si può programmare né prevedere”.

 

Ora che ci stiamo affacciando, molto timidamente, a una fase di riapertura delle attività e di convivenza con il virus si parla naturalmente di sicurezza, di gestione del rischio. In un passaggio del libro Petrosino mette in guardia dall’idea della “messa in sicurezza”, e nel dialogo spiega il timore che nutre al riguardo: “Quello che temo è che ci consegniamo a un’idea della vita come sicura, garantita e certa. Puoi mettere in sicurezza un ponte, e lo devi fare, ma non puoi pensare di poter mettere in sicurezza la vita umana. La pretesa di ‘mettere in sicurezza’ è una delle caratteristiche dei totalitarismi. Quando leggi un romanzo, sei certo che ne valga le pena? Lo scopri dopo, quando l’hai letto, ma intanto hai corso un rischio. Chi ha figli sa bene che mettere tutto in sicurezza è un’illusione. L’idea della app che controlla i movimenti è terribile, perché promuove la logica del sospetto e della sfiducia in nome di un falso ideale di sicurezza. Ma questo processo lo vedevamo già in atto prima del covid, penso alla proliferazione delle telecamere nelle città, ma anche al fatto che non si può portare una torta a scuola per il compleanno di un bambino, per esempio. Tutto è tracciato e tracciabile, sicuro. Siamo passati dall’idolatria dell’eccellenza all’idolatria della sicurezza. Sento dire dagli esperti che i nonni non dovrebbero stare insieme ai nipoti, ma è assurdo. Un nonno che non vede il nipote magari è più ‘al sicuro’, ma non sta davvero bene”.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.