La Banana di Bramieri

Camillo Langone

Lo sconfortante Cattelan, artista derivativo, e il suo giochetto vecchio e neppure bello da smontare

Vorrebbe essere il nuovo Duchamp ma non è nemmeno il nuovo Bramieri, Maurizio Cattelan. L’artista padovano non arriva al livello del comico milanese perché un barzellettiere si impegna sempre a fornire merce fresca (prima di cominciare chiede “la sai l’ultima?” siccome le barzellette vecchie non fanno ridere), mentre Cattelan spaccia abitualmente, consapevolmente, cinicamente merce datata e può far colpo solo su chi non segue l’arte contemporanea e non sa, o magari non ricorda, che il primo ready-made risale al 1917, oltre un secolo fa, e che la prima banana protagonista dell’arte è del 1967, oltre mezzo secolo fa.

   

Appiccicare qualcosa alla parete col nastro adesivo non è una novità nemmeno per lui che nel ’99 col nastro adesivo appiccicò al muro di una galleria d’arte il povero (finì all’ospedale) gallerista Massimo De Carlo. Anche per questo squallido sfruttamento dell’ignoranza e dell’Alzheimer la Banana di Cattelan mi mette tanta tristezza. Ma è innanzitutto la sua natura di trovatina, di spiritosaggine, di barzelletta nell’accezione 2 del Vocabolario Treccani (“di nessun valore, da non prendere sul serio”) a sconfortarmi. 

   

Cattelan ha il problema di non essere all’altezza di Bramieri e Bramieri aveva il problema di non essere all’altezza di Totò: la barzelletta, anche quella nuova e ben raccontata, è irrimediabilmente priva di durata e profondità. Pertanto è quasi il contrario dell’arte. Jean Clair ha scritto che senza “un senso profondo, un impegno umano, un dramma, l’opera non vale niente”. Nella Banana di Cattelan l’unico dramma potrebbe essere quello di David Datuna che alla fiera di Miami ha staccato la banana dalla parete dello stand e se l’è mangiata. L’avesse fatto un bambino affamato sarebbe stato sano e magnifico ma Datuna è un collega, un concorrente, e il gesto suona melanconico e parassitario (l’artista georgiano-americano con l’originalità ha grossi problemi visto che la sua prima opera famosa è un ritratto di Putin realizzato con miniature della Gioconda).

 

 

La banana tende sempre al doppio senso, a cominciare da quella suprema di Andy Warhol sulla copertina dei Velvet Underground, tuttavia quelli di Cattelan sono scherzi da oratorio, altro che Nico e Lou Reed, e poi comunque è arrivato Datuna che l’ha buttata definitivamente sull’ortofrutticolo. Peccato perché per gli artisti derivativi, di seconda fila, il pedale della volgarità è una grande risorsa. Ho appena sentito Geppo Show, barzellettiere del momento, raccontarne una sull’infilarsi in quel posto una bottiglia di Brunello di Montalcino onde portarla a temperatura ambiente. Sono fatti così, si divertono così.

 

Infine la Banana di Cattelan mi avvilisce perché è il solito caso di arte cattiva che scaccia quella buona, perché sto perdendo tempo a scrivere di una balordaggine quando dovrei raccontare l’impegno di Gasparro, di Guatta e di Samorì per reintrodurre il sacro nell’arte sacra, lo sforzo di Ortona per ridare orgoglio estetico alle periferie, il fervore di Lombardo, di Ottieri e di Reggio per restituire un senso ai luoghi più turistici, il talento di Mannelli, Robusti e Vezzani nell’immortalare volti e corpi, l’entusiasmo di Verlato per la riaffermazione della figura umana come fulcro della nostra civiltà… E invece sono scivolato anch’io sulla Banana.

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  • Camillo Langone
  • Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).