Il volto dell'italiano medio

Claudio Giunta

Odiarlo, e poi innamorarsene. Guardarlo attraverso le fotografie di Baldini e scoprire qualcosa in più di noi

Non è bello da dire, non getta una buona luce su di me, ma se mi guardo indietro, adesso che ho compiuto 48 anni e sembra incredibile, ho l’impressione che tutto quello che ho fatto nella vita sia stato cercare di allontanarmi il più possibile dalla gente ordinaria i cui volti affiorano dalle fotografie di Massimo Baldini. Gente ordinaria: un po’ meno che “gente normale”, un po’ più che “povera gente”: la gente ordinaria che avevo intorno a me a scuola, nei negozi in cui mia madre faceva la spesa, in vacanza con Estate Ragazzi. Per questo motivo, guardare e riguardare queste 83 fotografie è stato come sfogliare un album di famiglia felicemente dimenticato in un cassetto, perché quasi ogni pagina mi riportava col pensiero ai miei “wrong beginnings”, e allo sforzo che ho fatto – decenni di libri e film e lingue straniere e viaggi, e conversazioni con gente non ordinaria, e un sacco di aplomb simulato – per mettermeli alle spalle:

 

An only life can take so long to climb / Clear of its wrong beginnings, and may never.

 

(Philip Larkin, Aubade: “Una vita sola può metterci così tanto a liberarsi dei suoi inizi sbagliati, e può non riuscirci mai”).

 

E in realtà non sono tanto le facce, a essere familiari, quanto le situazioni. Il cibo, la macchina, la religione, i cellulari. Gli italiani di Baldini hanno soprattutto questo in mente, si dedicano soprattutto a queste occupazioni, a questi piaceri, e ciò dà al piccolo borghese che ha tradito la sua classe un brivido di riconoscimento, perché a parte i cellulari, che erano ancora da inventare, i miei nemici si dedicavano esattamente alle stesse cose (e per reazione mi è cresciuta dentro, e mi è rimasta, non solo una certa indifferenza ma una certa ostilità al cibo, alla macchina, alla religione: e ai loro devoti), salvo che in quelle anime semplici queste occupazioni, questi piaceri, prendevano i tratti della nevrosi e della dipendenza. Mangiare tanto, male, o meglio non male ma malsano, soprattutto fritti e dolci: torta e gelato la domenica, cinque o sei torte pannosissime per il compleanno. Due cucchiaini di zucchero nel caffè, come i bambini, anche a cinquant’anni. Parlare di cibo: la mattina parlare di quello che si mangerà a mezzogiorno, il pomeriggio parlare di quello che si mangerà la sera. Il giorno dopo, in visita ai parenti, parlare di quello che si è mangiato il giorno prima, anche con confidenze sulla digestione difficile, l’evacuazione, e un orgoglio particolare se si è mangiato tanto da stare male. Non per povertà – la povertà era già da tempo alle spalle – ma per incultura, mancanza di altri piaceri e interessi. Comprare la macchina, cambiare la macchina come orizzonte di vita; rinunciare ai viaggi, ai libri per la macchina e la benzina; usarla sempre, anche per andare a prendere il pane, ma soprattutto per imprese irrazionali come andare da una città all’altra per bere un caffè dopopranzo, e tornare subito, senza vedere niente se non l’autostrada. Non credere in Dio ma andare lo stesso a messa, appendere il crocifisso in soggiorno, segnarsi quando c’è il papa in tv, mandare i figli al catechismo, alla prima comunione, alla cresima, sposarsi in chiesa, e al pranzo di nozze mangiare tanto, male e malsano, e come dessert cinque o sei torte pannosissime. The circle of life.


Per una vita ho cercato di allontanarmi il più possibile dalla gente ordinaria i cui volti affiorano dalle fotografie di Baldini 


Tutto questo disagio psichico era naturalmente il rovescio, il lato scuro di un sogno realizzato. Negli stessi anni in cui Frank fotografava gli americani Guido Piovene viaggiava per l’Italia per incarico della Rai. Il suo Viaggio in Italia uscì nel 1957, e l’ultimo capitolo tracciava un bilancio dell’esperienza. Nell’insieme era un bilancio positivo. La sempre agognata unità tra Nord e Sud adesso sembrava a portata di mano: “L’attuale Dopoguerra – scriveva Piovene – ha iniziato, o sollecitato, alcuni processi fondamentali verso un’unità più profonda, e nel mio viaggio ho potuto coglierne i segni”. Ciò che colpiva, nell’Italia del miracolo economico, era soprattutto l’attivismo, la sete di cambiamento. Al Nord: “Un viaggio per l’Italia ci porta davanti alla società più mobile, più fluida e più distruttrice d’Europa”; ma anche nel Mezzogiorno: “Ognuno valuti, con i suoi criteri e i suoi gusti, questa liquidazione del Sud classico e umanistico. Ma essa è inevitabile. Chi è affezionato al Sud dei nostri ricordi si affretti ad andare a vederlo […]. Quel Sud che, dove nulla vi interviene di nuovo, può apparirci decrepito, appena è stimolato dà prova d’una vitalità impressionante”. Nello zelo dei provinciali inurbati, al Nord come al Sud, Piovene leggeva i segni di un progresso diffuso presso tutte le classi: “Io credo sinceramente che l’Italia si avvii, se non interverranno avvenimenti esterni, verso un periodo di benessere medio”. Presagiva insomma quella metastasi del ceto medio che si sarebbe verificata soprattutto negli anni Sessanta-Ottanta, il ceto medio che “si è ascritta tutta la ricchezza, l’agevolezza del vivere, la scolarizzazione, la casa di proprietà, la prima televisione, la seconda televisione, il settimo telefonino, tutto” (Giuseppe De Rita, in Carlo Antonelli e Fabio De Luca, Discoinferno. Storia del ballo in Italia 1946-2006, Isbn edizioni 2006).

 

Dalle fotografie di Baldini ci guardano i beneficiari di questo smisurato balzo economico in avanti. Non hanno l’aria felice. Non è solo perché Baldini li sorprende spesso in pose d’abbandono: mentre mangiano o mentre parlano al cellulare, o lo contemplano; o seminudi sulla spiaggia. E non è solo la sensazione che il “benessere medio” di cui diceva Piovene stia rapidamente evaporando. C’è, al fondo, un malumore più sottile, e più difficile da definire. Qualche tempo fa mi è capitato di vedere una mostra dell’agenzia Publifoto: fotografie soprattutto degli anni Quaranta e Cinquanta, con ancora i segni della guerra nelle strade, case di ringhiera con il bagno nel cortile, poche stoviglie e poco cibo sui tavoli, e una miseria ancora più nera che si rispecchiava nei corpi, in certi corpi così tozzi e sgraziati da apparire deformi. Ma ogni fotografia conteneva una moltitudine di bambini, immotivatamente felici come sono spesso i bambini, ed era questa presenza continua a far sì che il visitatore lasciasse la mostra con un senso di euforia, di qualcosa di buono che era lì lì per accadere. Gli italiani di Baldini sono invece soprattutto persone mature o anziane. La crisi di natalità che i demografi documentano coi numeri (da 1, 2 a 1, 4 figli per donna, ben al di sotto del tasso di sostituzione) qui la si percepisce con gli occhi. E’ questa la radice del malumore, il senso di angoscia che trasmette un’umanità invecchiata e amareggiata, specialmente in provincia e nelle città del Mezzogiorno? Ma guardiamo i non-vecchi: i ragazzini morti di noia sui sedili di dietro della macchina; gli adulti con la testa fra le mani, o appesi agli smartphone. Sarà perché Baldini trova i suoi soggetti quasi sempre in scenari urbani, ma l’impressione è che l’aria della città non li renda liberi; li impacciano i vestiti, l’etichetta, le buone maniere da osservare. Gli italiani tozzi e malnutriti della Publifoto sembravano più a loro agio col proprio corpo, e con la vita.


Chi ha mai scritto un elogio delle biblioteche di quartiere, del gabinetto in casa, dello spazzolino da denti di plastica, del bancomat?


 

Quando mi sono messo a cercare i testi da affiancare alle fotografie di Baldini mi sono detto che bisognava evitare sia il kitsch, cosa che spero di aver evitato, sia il moralismo, cosa che credo di aver evitato. Mi sono ricordato di tutti i saggi sull’Italia dal tono affranto con cui gli scrittori e i professori hanno intasato le loro bibliografie, soprattutto in quel trentennio Sessanta-Ottanta oggi infinitamente rimpianto e allora maledetto più o meno da tutti. Mi sono sentito nelle orecchie i piagnistei degli intellettuali sul malgoverno, la volgarità dei media, la crisi della cultura. Bisognava fare diversamente: abolire i piagnistei, mettere qualche testo euforico, solare, che spiegasse quanto dobbiamo essere grati per il miracolo di essere nati qui, adesso, anziché in Siberia, in Bangladesh, o cent’anni fa a Perdasdefogu.

Nello zelo dei provinciali inurbati, al nord come al sud, Guido Piovene leggeva i segni di un progresso diffuso presso tutte le classi

 

Alla fine non sono sicuro di aver raggiunto l’obiettivo. C’è qualche pagina affettuosamente ironica (Cederna, Brancati); c’è qualche pagina solare (Raffaello Baldini, lo Sgargabonzi). Per il resto, sono tutti testi belli, ma quasi tutti un po’ costernanti. Colpa dell’Italia, che è costernante in molte delle sue manifestazioni, e risveglia spesso pensieri funesti; ma colpa anche dei letterati – i romanzieri poeti saggisti a cui ho rubato le parole – che scrivono per biasimare più che per lodare. Chi ha mai scritto un elogio delle biblioteche di quartiere, del gabinetto in casa, dello spazzolino da denti di plastica, del bancomat, della macchina della tac, dei treni ad alta velocità? Ma bisognerebbe. Colpa mia, infine, e del fatto che nella scelta dei testi sono stato condizionato, ed era inevitabile, dal mio rapporto con l’Italia, anzi non con l’Italia, che adoro (Dante Alighieri, gli Uffizi, le Cinque Terre), ma con gli italiani. E torniamo quindi all’autobiografia.

 

A commento di una delle fotografie di Baldini avrei voluto mettere l’inizio di uno dei più bei racconti del Novecento, Il gelo di Bilenchi, ma nessuna mi è sembrata veramente adatta, così lo cito qui: “Il gelo del sospetto e dell’incomprensione si levò fra me e gli uomini quando avevo sedici anni, al tempo della licenza ginnasiale”. È una cosa che capita agli spiriti introspettivi, a un certo punto dell’adolescenza: vedere e capire che tra loro e il mondo c’è e ci sarà sempre un velo di diffidenza, e che non c’è e non ci sarà mai modo di intendersi veramente. Nel mio caso, ma sarà il caso di molti, a questa tara da intellettuale se n’è aggiunta un’altra negli anni. Quando, è difficile dire. Ma certo devono aver contato, oltre ai libri, l’esperienza diretta di altre lingue e di altri paesi, negli anni dell’università, e la possibilità di fare confronti. Così è calato un altro gelo, stavolta non, indiscriminatamente, “tra me e gli uomini”, ma tra me e buona parte dei miei compatrioti, senza distinguere troppo tra i ceti e le generazioni; e sempre più ho sentito prossimi e cari non tanto gli italiani di oggi, gli italiani le cui facce spuntano da queste fotografie, quanto quelli di ieri che hanno scritto le pagine che le commentano.


Gli italiani di Baldini sono invece soprattutto persone mature o anziane. La crisi di natalità e la provincia che invecchia 


E tra quelli di ieri alcuni, una decina, sono quelli che mi sono particolarmente cari, e i cui nomi e i cui libri suoneranno forse un po’ meno familiari al lettore non specialista dei soliti Leopardi, Manzoni, Montale, Pasolini, Fortini, che in Gli italiani sono comunque ben rappresentati. Esiste nel nostro Novecento una famiglia di scrittori nemici delle ideologie e della retorica, poco inclini a fare gruppo, e perciò quasi stranieri in patria, dal momento che la patria venerava e venera invece gli autori impegnati, i difensori di una Causa, non importa quanto utopica e sanguinosa. Mi pare che le pagine più belle sull’Italia, o riferibili all’Italia, le abbiano scritte loro, uomini come Salvemini, Savinio, Brancati, Flaiano, La Capria. E Parri, le cinque terribili parole che pronuncia in risposta alla domanda di Corrado Stajano su che cosa, nella vita, l’aveva più deluso: “Mah, il popolo italiano, ecco”. 

 


Sessant’anni fa esatti il Saggiatore pubblicava la traduzione di un libro fotografico che avrebbe fatto epoca: “The Americans” di Robert Frank (1924-2019). Origini svizzere, apprendistato come fotografo di moda a Parigi, Frank si era trasferito negli Stati Uniti all’inizio degli anni Cinquanta, e tra 1955 e 1956 aveva girato il paese in lungo e in largo facendo fotografie alla gente comune: idea banale, ma che non era mai stata messa in pratica in quel modo (il repertorio delle idee ha confini stretti, è l’esecuzione che conta). Per i casi del destino, il libro uscì prima in Francia (1958), e solo in un secondo tempo negli Stati Uniti, con una prefazione di Jack Kerouac (1959). Contemporanea all’edizione americana fu quella italiana, curata da Raffaele Crovi.

 

Sessant’anni dopo, il fotografo Massimo Baldini ha fatto un esercizio simile a quello che aveva fatto Frank. Il libro “Gli italiani” (Il Mulino, 200 pp., 26 euro) contiene una selezione di 83 delle migliaia di fotografie che Baldini ha scattato durante i suoi viaggi in Italia, 83 fotografie che in vario modo dialogano con quelle di Frank. Lo storico della fotografia Claudio Marra ha scritto un’introduzione che situa “The Americans” – e “Gli italiani” – nella storia della fotografia. Claudio Giunta ha scelto 83 testi di scrittori italiani da affiancare alle foto e ha scritto questa premessa piuttosto personale.

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