Ci ricorderemo di quell'eretico di Sciascia

Nadia Terranova

Non ha scritto solo della Sicilia ma del mondo intero. A trent’anni dalla morte la sua lezione continua a scontentare tutti. Le giuste eresie contro il pensiero unico. Un catalogo

La prima volta che sono stata alla Noce era un’uggiosa giornata di primavera, avevo trovato chiusa la Fondazione Sciascia, salutato la statua dello scrittore che camminava per Racalmuto con la sigaretta fra le dita e depositato un garofano rosso sulla tomba dove, sepolto accanto alla moglie Maria Andronico, aveva voluto far scrivere l’epica e sibillina frase “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. In quei giorni, ritrovandomi per fortuite coincidenze clandestinamente libera da impegni, avevo voluto usare il vuoto per improvvisare un breve viaggio nella Sicilia degli scrittori – e già qui era l’anomalia, perché non è detto che chi è nato sull’isola la conosca, anzi: noi siciliani siamo tutti di scoglio, tutti ottusamente attaccati al nostro pezzettino di sabbia (guai a confondere Jonio e Tirreno, Stretto e Canale di Sicilia) e al nostro pezzettino di montagna (chissà se siete pronti alla diatriba tra Nebrodi e Madonie), capaci di azzannare per una variazione minima di dialetto o di ricette, tutti convinti di essere i più autentici depositari della “sicilitudine”, e anche del superamento e del ripudio di quella stessa parola, di cui adesso urge sbarazzarsi; e poi siamo anche tutti di mare, tutti certi di esserci distaccati, di essere approdati talmente lontano da poter guardare l’isola da un’altezza che quegli altri intorno a noi invece non hanno.

 

Se Pirandello era nato in località Caos, Sciascia per vivere aveva scelto la contrada Noce. Il “buen retiro” in campagna

Comunque sia, a me piaceva girare l’isola, mi è sempre piaciuto, andarmi a cavare le cento Sicilie dagli angoli più lontani e notare un vezzo di qua e un’abitudine di là senza dover tirare le somme. Così, dopo tanto tempo che rimandavo per paura di incontrare cose troppo sognate, ero finita a casa di Leonardo Sciascia. Non quella delle zie al centro di Racalmuto, allora chiusa ma oggi salvata da Pippo Di Falco, riaperta e visitabile, bensì quella invisibile e persistente delle foto famose con Vincenzo Consolo e Gesualdo Bufalino, il “buen retiro” in campagna dal nome già suggestivo: se Pirandello era nato in località Caos, Sciascia per vivere aveva scelto la contrada Noce – c’è già, in tutto questo, una geografia sentimentale e mitologica, anche se l’idealizzazione del viaggio per me era morta e finita il giorno prima, sul balcone di casa Quasimodo a Modica, davanti a un serbatoio in eternit: trafitto da un raggio di sole, era subito illegalità. Del resto, anche a Racalmuto non c’era più un sindaco, l’amministrazione era stata sciolta per mafia e il paese era commissariato. Chissà cosa ne avrebbe scritto Sciascia – mi dicevo, ed era lì che il ritornello si gonfiava e si arenava: chissà cosa ne scriverebbe Sciascia, quanto ci manca Sciascia, ah se solo ci fosse Sciascia a raccontarlo. Lo pensiamo sempre, ci caschiamo tutti e ci casco pure io a ogni pezzo di teatro involontario, a ogni denuncia di corruzione, a ogni conversazione in cui la mafia non si dice e a quelle in cui la si dice a sproposito; lui, il “mafiologo”, detestava essere definito tale e la parola mafia nei suoi romanzi compare poco e niente: grande maestro del narrare in absentia – poi certo, non voleva neppure essere chiamato maestro, se non in quanto maestro elementare, ed è così che a me piace chiamarlo: maestro, come maestra elementare era mia nonna, l’altra persona al mondo che mi ha insegnato qualcosa. Cosa ne scriverebbe Sciascia? Una voce nitida mi risponde: che dovete smetterla di disturbarlo perché non siete capaci a scrivervelo da voi.

 

Ero dunque alla Noce, e piovigginava, quando un vecchio signore che camminava per la contrada invitò me e i miei compagni di viaggio a entrare in casa sua: era Nico Patito (nei nomi, il destino; anche in quelli propri), mezzadro e amico di Sciascia, contadino-filosofo, l’ultimo testimone di un universo che ritrovo oggi nell’incipit di Sciascia l’eretico (Solferino), di Felice Cavallaro, figlio di Emanuele, un altro abitante della Noce. Nenè, Nanà e Scimè, scrive Cavallaro, raccontando i tre amici del luogo, compreso quell’Aldo Scimè che trascinò la famiglia in Rai, a Palermo, e per colpa del quale lui dovette trasferirsi da bambino, prima di poter avere Sciascia come maestro di scuola, e infatti non lo ebbe. Anche allora Nico Patito era lì, era sempre stato lì, guardiano di tutto e custode di memoria. Delle nostre chiacchiere, siccome pioveva e io stavo seduta sulle spine con addosso la solita preoccupazione di non disturbare che mi guasta ogni visita, mi ricordo soprattutto una definizione che poi scoprii essere la sua più frequente: “Parlava poco, ma quando parlava faceva bersaglio”, disse di Sciascia. Il resto di quella mezz’ora sono dettagli: fogli vergati a penna con calligrafie incerte e foto impolverate, qualche molla da cambiare sui sedili dove ci eravamo accomodati, un’antica forma di cortesia e la mia paura di stare violando la fine di un mondo. Il contadino-filosofo non stava benissimo in salute, era attaccato a quell’appartamento, a quegli alberi, come si tiene a un polmone, al fegato, al pancreas: puoi lasciare andare tutto, tranne ciò che ti serve per vivere. La sua faccia aveva finito per coincidere con il suo nome e un lieve, insistente patimento gli si era sedimentato nello sguardo, denso e vuoto come sono gli sguardi di chi ha perso gli amici. Morendo, hanno trascinato nel buco nero la complessa rete di sentimenti e scontri che ci legava a loro.

 

Cosa avrebbe scritto Sciascia? Non lo sapremo mai, ma piuttosto: cosa ha scritto davvero? Le citazioni false e quelle a sproposito

E’ passato qualche anno dalla mia prima visita alla Noce. Ci sono tornata pochi mesi fa, stavolta accompagnata da amici e con la fortuna di un osservatorio privilegiato sulla contrada. Nel frattempo, Nico Patito è morto e, anche se non ho saputo mettere a frutto nulla di quell’incontro, so che sono stata fortunata ad averlo conosciuto. Anche lui è entrato nella mia costellazione. Leonardo Sciascia invece è morto lo stesso anno di mio padre, il 1989, per la precisione otto mesi dopo di lui – non solo i nomi dei luoghi, non solo i nomi propri, anche le date sono importanti per chi costruisce un labirinto in cui chiami famiglia tutto ciò che ti sposta da dove stai (forse, l’unico modo per tollerare la chiusura di quella parola, famiglia, è allargarla il più possibile). Così, entro nel libro di Felice Cavallaro per la porta di servizio, la più familiare, la più accogliente: Contrada Noce, sei chilometri da Racalmuto, cioè Regalpetra, una Spoon River con la Sicilia intorno – la definizione è sua, cosa ne avrebbe scritto Sciascia?

 

Ero alla Noce, e piovigginava, quando un vecchio signore mi invitò a entrare in casa sua: era Nico Patito, contadino-filosofo

“Accanto all’eretico frate di Racalmuto, ecco aleggiare le altre vittime di vecchie e nuove inquisizioni. Da Aldo Moro a Enzo Tortora. Passando per il buco nero dei professionisti dell’antimafia. Un turbine. Una vita da raccontare, quella di Sciascia. Con le sue ossessioni. Con i suoi libri che sono una lotta contro ignoranza, superstizione, fanatismo religioso, avidità del potere, intolleranza politica”, dice Cavallaro, riaprendo la dimensione di autentica scomodità che si prova a ripercorrere le polemiche con cui ogni giorno Leonardo Sciascia aveva a che fare nel suo insistente scontentare tutti: i comunisti con Il contesto, i democristiani con Todo Modo, entrambi con L’affaire Moro. Tutti, cattolici, siciliani, giornalisti, mafiologi più o meno improvvisati, esperti e finti esperti di ogni settore contribuirono a lanciare sassi su uno scrittore impossibile da tirare da una parte o dall’altra, o meglio: da un’altra parte che non fosse quella della ragione, intesa non come vittoria sul torto ma come raziocinio – e quindi destinata, se non a perdere, a restare mal compresa. Così, Felice Cavallaro, dopo aver aperto la porta della Noce, ci porta nelle stanze di un uomo dai rapporti difficili con tutti, anche con gli amici, soprattutto con loro; racconta la fine dell’amicizia con Renato Guttuso e la dipartita dalla casa editrice Sellerio (che Elvira creò e Leonardo tenne in vita), le incomprensioni con Leoluca Orlando e il caso Dalla Chiesa, soprattutto racconta il bisogno quasi collettivo di ricucire prima che fosse troppo tardi (ma era già troppo tardi: è sempre troppo tardi, quando non è per tempo): “Mannino mi vuol far fare la pace con tutti, prima di morire?”, chiosa Sciascia sulla processione al suo capezzale. La storia di Leonardo Sciascia, una storia nata a Racalmuto (“il paese della ragione che spesso la ragione perde, travolto da pupi, mezzi pupari e pupari”, scrive Cavallaro) è in realtà la storia d’Italia, e noi non sempre ce ne siamo accorti, impegnati a travisare la sua Sicilia come un insieme di fatti legati a isolitudini e isolamenti, ignorando che, attraverso la lente che i natali gli avevano messo dentro la culla, Leonardo Sciascia non ha scritto della Sicilia ma della nazione, del mondo intero.

 

Cosa avrebbe scritto Sciascia? Non lo sapremo mai, ma piuttosto: cosa ha scritto davvero? Perché ancora oggi dobbiamo perdere tempo a spiegare che non ha mai vergato “né con lo Stato né con le BR” o invitare a non citare come una formuletta l’articolo sui “professionisti dell’antimafia”? Non sappiamo cosa avrebbe scritto, ma cosa ha lasciato è a disposizione di tutti, ad aver voglia di leggere, di studiare, di sfruttare il trentennale per andare oltre il santino deformato e un po’ slabbrato, correndo il rischio di incontrare tutta l’antipatia dell’eresia e non solo il lato naif della sgradevolezza. Si può oggi trovare un maestro – diciamolo piano – di scrittura, di stile, e insieme di coraggiosa intelligenza: e, se non voleva essere chiamato tale, i maestri sono fatti per essere scontentati. Tutti sono fatti per essere scontentati. Ce lo dice la sua vita: almeno questa lezione possiamo impararla.

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