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Umiltà e coraggio dell’amico filosofo che ammetteva di non capire Heidegger

Romano Guardini, un diverso e più concreto esistenzialismo

22 Settembre 2019 alle 06:11

Umiltà e coraggio dell’amico filosofo che ammetteva di non capire Heidegger

Romano Guardini (foto Facebook)

Si finirà mai di ragionare su Heidegger? Ha conquistato, colonizzato, ipnotizzato almeno la metà dei filosofi (solo gli inglesi e gli americani onorevolmente resistono, potendo contare, come antidoti preventivi, su Bertrand Russell e John Dewey, poco inclini alla metafisica). In Germania Heidegger è stato efficacemente demolito soprattutto da Karl Löwith (che era stato suo allievo), da Theodor Adorno (che ha preso di mira il suo gergo ontologico) e da Günther Anders (marito di Hannah Arendt, altra allieva pentita di Heidegger). Il bello e il brutto di Heidegger è che (piuttosto furbescamente che “profondamente”) non si fa capire. E chi non si fa capire, in filosofia ha successo, attrae, affascina. Essere chiari e dare spiegazioni è troppo “democratico”, giustificarsi non è signorile, usare una lingua comune non è “esclusivo”, non distingue, non eleva…

 

Ora, bisogna dire che Heidegger nell’arte del farsi capire poco pur ripetendo all’infinito un lessico filosofico di quattro o cinque parole, è risultato unico dal Novecento al Duemila. Se perfino io, che non sono un filosofo, torno qui ogni tanto a parlarne, su un giornale cioè più destinato a tutti che ai soli studiosi, è perché Heidegger è oggetto di culto idolatrico soprattutto fra chi non lo capisce, in particolare i letterati. Per i poeti, poi, è un intoccabile, per la buona ragione che Heidegger protegge con una nuvola di formule propiziatorie “la poesia comunque sia”, la poesia in sé: aprendo un utile ombrello sulla testa di cattivi poeti o non-poeti che amano mettersi al sicuro all’ombra di una solenne autorità sia accademica che in apparenza “spirituale”. La cosa sorprendente, se non scandalosa, è che nella trappola-Heidegger sono finite anche parecchie eccellenti persone della cultura. Se c’è una cosa che salva i narratori è che nessuno di loro può avere un debole per Heidegger: chiunque voglia raccontare qualcosa e maneggi una lingua adatta ai suoi scopi, l’Essere di Heidegger non è altro che la realtà come la vediamo e la viviamo, e l’ente di Heidegger, il suo esserci o Da-sein, non è un concetto vuoto, sono innumerevoli individui uno diverso dall’altro.

 

Comunque un buon pretesto attualizzante ce l’ho per tornare su Heidegger (ovvero il nazista che non ha mai saputo di esserlo). L’ultimo numero della rivista Vita e pensiero (n. 4, 2019) pubblica in apertura un saggio su Heidegger e Romano Guardini di Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, recentemente Medaglia d’oro per la cultura cattolica assegnata a Bassano. Guardini e Heidegger, quasi coetanei, ebbero buoni rapporti personali, sinceri e schietti, dovuti anche, immagino, al buon carattere e alla grande onestà di Guardini. Ma la loro mentalità filosofica, le loro motivazioni, erano diverse se non opposte e, alla fine, inconciliabili. Questo si nota nel fatto che Guardini dichiarò più di una volta, in lettere e pagine di diario, che non era chiaro quello che Heidegger diceva, che lui non lo capiva. Infine, cosa molto interessante, dopo aver ricevuto una visita di Heidegger, la prima cosa che a Guardini venne in mente fu questa: “Ieri sera mi sono accorto di non essere un filosofo”. Parole che si possono interpretare in vari modi: il filosofare di Heidegger è tutto suo, io preferisco pensare in un altro modo cose diverse e infine, forse, c’è in una filosofia così coerentemente “essenziale” e allo stato puro qualcosa che non mi interessa e da cui mi allontano.

 

C’è una straordinaria umiltà, ma anche un preciso coraggio dell’onestà, in quella frase di Guardini: il quale senza dubbio aveva assolutamente a cuore la riflessione sull’esistenza umana, sul suo valore, la sua realtà e verità, non meno di Heidegger, magari di più, o comunque in modo del tutto diverso. Guardini stima molto Heidegger come filosofo al punto di pensare che il suo pensiero “è” la filosofia e chi pensa diversamente non è un vero filosofo. Di fatto, tuttavia, nessuno, credo, può pensare che Heidegger sia stato il migliore e maggiore filosofo del Novecento né, tantomeno, l’unico. Forse i suoi troppi e piuttosto miopi o interessati seguaci imitano Heidegger perché sono vittime di una superstizione: che solo facendo come lui si entra dalla porta principale nel paradiso o club esclusivo della vera, essenziale filosofia.

 

Ma Guardini, invece di dire Essere, dice Dio, e invece di dire ente, nel suo Da-sein, parla di esperienza, uomo, corpo umano, conversione, cambiare vita, esistenza di Cristo. Invece di respingerlo o capitolare davanti ad Heidegger, come è avvenuto anche a molti cristiani, Guardini formula un diverso e più concreto esistenzialismo: quello dell’“unificazione del vivente”, del “soggetto vivente”. Senza una maggiore umiltà di linguaggio la realtà dell’esistenza sfugge. Ad Heidegger è linguisticamente e moralmente sfuggita.

Alfonso Berardinelli

Roma 1943. Critico letterario e saggista, si è dimesso dall’insegnamento universitario nel 1995, lavora oggi fra editoria e giornalismo, dirige la Scheiwiller Prosa e Poesia. Fra i suoi libri: “L’esteta e il politico: sulla nuova e piccola borghesia” (1986), “L’eroe che pensa: disavventure dell’impegno” (1997), “Autoritratto italiano” (1998), “Stili dell’estremismo” (2001), “La forma del saggio” (2002), “Che noia la poesia” (2006, con H. M. Enzensberger), “Casi critici: dal postmoderno alla mutazione” (2007), “Poesia non poesia” (2008).

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