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Assecondare fino in fondo la corrente? No, la politica può ancora dare qualcosa

La crisi della politica si vede solo quando il ragionevole è sostituito dall'ardore eccitante della stupidità, quando fare i governi diventa una lotteria senza numeri vincenti

6 Maggio 2018 alle 06:03

Assecondare fino in fondo la corrente? No, la politica può ancora dare qualcosa

foto LaPresse

Scriverei, se non lo amassi, se non fossi un seguace umile della sua splendida lingua italiana, se non mi fossi sempre comportato da entusiasta delle sue virtù personali, del suo disinteresse, della sua preziosa ma incandescente personalità e sobrietà, dote eroica in Italia, scriverei: ma non si vergogna ora un poco Alfonso Berardinelli di aver votato per i grillozzi? Lo annunciò qui quel voto, dopo le elezioni, con un’armatura di argomenti tanto povera da risultare ricchissima, ai confini della profezia: voleva che si andasse fino in fondo, una buona volta. Il suo gesto mi è tornato alla mente leggendo la chiusa di un buon testo sulla Stampa di Giovanni Orsina: la “crisi della politica è così grave da far maturare a molti elettori la convinzione non del tutto irragionevole, ma di certo assai pericolosa, che l’unico modo per uscirne non sia resistere o tornare indietro, ma assecondare fino in fondo la corrente”.

 

Io sono invece “tendenza Cerasa”, e mi abbevero al suo manuale di resistenza allo sfascismo, ma questo alla fine conta poco, si può resistere anche mandando al diavolo le conseguenze dei propri atti, un’etica della convinzione che può portare al nullismo, alla caparbia volontà di affrontare il peggio, costi quel che costi. Ciò che oggi dovrebbe provocare rossore, la promozione di un grillozzo al rango di presidente del Consiglio virtuale, con gli effetti che si conoscono ormai anche troppo bene, è stato ieri un legittimo manuale di resa senza discrezione, una ritirata non strategica, la presa d’atto di una Caporetto delle istituzioni che non parlano più, hanno il mutismo come stile, e se parlano parlano troppo e male. Quindi il tema non è la responsabilità civile o la vergogna, il tema non è la canagliesca, inaudita intrattabilità della demenza demagogica, il tema vero è la crisi della politica, fin dove possa portare.

 

Edward Said, uno dei maggiori intellettuali del Novecento, diceva: “Non ho ancora capito che cosa voglia dire amare un paese”. Era la forma estrema del suo cosmopolitismo e della sua battaglia contro grandi fantasmi ideologici come il nazionalismo, nei quali comprendeva il sionismo, mettendosi sistematicamente dalla parte dei palestinesi cacciati dalla loro terra, costasse quel che costasse alla sua intelligenza brillante ma cinica delle cose. In effetti l’amore dell’Italia è oggi, trasportando altrove il significato di quanto Said ebbe a dire, un groviglio incomprensibile di sentimenti che si negano, di idee che non coagulano. Non è il trasformismo banale che mi preoccupa, ma la sua parodia. Non l’effetto spettacolo, ma il circo Grillo con le sue acrobazie intorno all’euro, moneta sonante e risonante. Non mi mette certo in ansia una sconfitta elettorale, ma la sua inutilità, la sua vanità, il suo effetto derisorio per chi ci ha creduto e per chi no.

 

Se ogni serietà è perduta nei meandri dei finti forni, dell’incapacità manovriera, dell’orgoglio di casta di una società di consulting e management, se siamo appesi a simili oratori politici, a retoriche così spiegazzate, a cifre insulse, a interessi non definiti, al brodo dei talk show, se siamo messi così, è perché molti italiani – e la demenza è un aspetto della profezia, notoriamente – hanno deciso di farsi visitare dal turbine di inintelligenza iniziatosi con un fatale vaffanculo. Ed è angoscioso pensare che questo sia stato il riflesso automatico nell’urna anche delle migliori fra le intelligenze, o alcune tra di esse.

 

E mi domando. E’ davvero una crisi della politica, con i suoi indici monodimensionali in risalita, con la sua proposta di autoriforma del sistema istituzionale dopo trent’anni di chiacchiere, dopo tutto e il contrario di tutto, è veramente questa la causa del trambusto di derelizione in cui ci troviamo? La mia risposta, se Orsina e Berardinelli me lo consentono, è un bel “no”. L’ha dato, quel poco che poteva dare la politica dopo la fine dei partiti, l’ha dato. Berlusconi fu una trovata mica male. Perfino l’Ulivo e D’Alema, questa duale maledizione della sinistra italiana delle élite, hanno avuto un senso. Renzi ha applicato uno schema interessante e nuovo, prefigurando quel che in Francia è in corso ma in un contenitore che era evidentemente inservibile allo scopo, e che l’ha tradito. Certo, le responsabilità del disastro sono diffuse, nessuno di noi, anche gli scribacchini o i televisionisti o i chattatori, ne è escluso per definizione. Ma la crisi della politica, come la Nottola di Minerva, è un volatile che si alza sul far della sera, la si vede solo quando il ragionevole è sostituito dall’ardore eccitante della stupidità, quando l’uomo e la donna diventano masse manipolabili, quando fare i governi diventa una lotteria senza numeri vincenti, la famosa fessa in mano ai guaglioni. Vogliamo ripensarci?

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    06 Maggio 2018 - 20:08

    La politica può dare ancora qualcosa? In teoria la politica ha sempre qualcosa da dare. Non so, chiedo lumi, se la fine della attuale coalizione di Cdx, possa esser un dare accettabile. Nel breve potrebbe apparire un “dare” suicida. O se fosse un opportuno passo tattico? Post fata resurgo. Una cosa sembra in prospettiva inevitabile: quell'area maggioritaria nel paese deve darsi le gambe per camminare anche in assenza del suo Fondatore.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    06 Maggio 2018 - 17:05

    Last new or fake new? Di Maio sembra scansarsi, ma il nodo autentico, dirimente non è quello. Tutto ruota ancora attorno a Berlusconi. Delizia e croce degli ultimi vent'anni politici. Mediaticamente avrà grande peso: Salvini ha fatto un passo indietro, Di Maio pure, o perlomeno così viene enfaticamente detto. Berlusconi s’è ritrovato il cerino in mano. Deve dare una risposta politicamente convincente. Mica facile, per sé e per i suoi. Farsi concavo sarà sufficiente? Ore di tormenti. Ma colpi del suo genio non possono essere esclusi: in nessun senso.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    06 Maggio 2018 - 16:04

    Caro Ferrara, dopo averla letta e riletta, la risposta la trovo in Protagora: "L'uomo è la misura di tutte le cose, quelle che sono e quelle che non sono ... " Ogni epoca ha avuto i suoi uomini. Quelli che hanno costruito il nostro passato. A noi è toccato una mandata assai prevalentemente scadente. Il suo finale: "Vogliamo ripensarci?", messo per esteso suona: "Vogliamo ripensare altri modi e metodi e "misure" per ricercare e ottenere consenso?" Può sfuggire nell'ardore della battaglia, ma il nodo gordiano è lì. Solo chi cade può risorgere. Ma a cadere non ci sta nessuno. Per piccineria d’animo o per ignavia o per miopi calcoli, abbiamo fatto nascere ed espandere masse “avvezzate male”, stravolgendo la gerarchia naturale dei doveri e dei diritti, sostituendola con quella dei “desideri come diritti”. “Vogliamo ripensarci?”, è compito immane. Facciamoci gli auguri.

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  • giantrombetta

    06 Maggio 2018 - 12:12

    Caro Giuliano, scusa ma ho trovato molto interessante, a proposito della crisi della politica, l’analisi pubblicata la scorsa settimana sul Corriere da Panebianco, il quale sosteneva in sostanza che in assenza dei partiti già cancellati dalla rivoluzione manettara che aveva promesso di portarci in paradiso, per formare il governo Mattarella avrebbe fatto meglio a consultare la magistratura e le élite della burocrazia, veri artefici del nostro presente e futuro. Lascio a te giudicare se si sia trattato solo di una provocazione. Per parte mia noto da lungo tempo che i rappresentanti dei residui di partito, in genere parlamentari investiti di responsabilità legislative, di fronte ad ogni problema che impone soluzioni politiche, cioè scelte legislative o amministrative, puntualmente risponde: non possiamo che attendere ciò che deciderà la magistratura. E anche per la formazione del governo concludono: non possiamo che affidarci a ciò che decidera’ Mattarellla. Insomma tutti in fuga.

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