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Pietro Citati e l'enigma su dove finisca il critico e inizi lo scrittore

“La critica letteraria è un’arte che vive e fiorisce nella misura in cui si nega, si cancella e sparisce in un’altra arte"

27 Gennaio 2019 alle 06:06

Pietro Citati e l'enigma su dove finisca il critico e inizi lo scrittore

Pietro Citati è imprendibile. In lui non si può mai dire dove finisca il critico e inizi lo scrittore: è di quella scuola che, più che vecchia, è poco seguita e a opinione della quale la separazione delle carriere tra critica e letteratura è una sciocchezza. Il tema è antico e caldo, sia perché è irrisolvibile (come tutto, sempre, quando c’è di mezzo la letteratura), sia perché, soprattutto adesso e in generale, la competenza è stata fatta a pezzi e si fatica a comprendere che uno dei modi per rimetterla in sesto è pensarla come un sistema olistico. Scriveva Alfonso Berardinelli su questo giornale, a proposito dello scrittore Ricardo Piglia, che nel rapporto tra le due la critica viene persino prima della letteratura.

Scrisse Citati nel 1997 sulla Repubblica: “La critica letteraria è un’arte che vive e fiorisce nella misura in cui si nega, si cancella e sparisce in un’altra arte. Aspira a diventare romanzo, racconto, ritratto psicologico, osservazione e meditazione morale, aforisma, allegoria, ricamo e costruzione simbolica, storia metaforica dell’universo”. L’altra arte è la letteratura, naturalmente. Tuttavia, la problematicità di questa compenetrazione a Citati è fin troppo chiara tanto che, nota Chiara Fera nel suo “Il Libro invisibile di Pietro Citati” appena uscito per Rubbettino, è lui stesso a considerare la critica un’arte di seconda mano “che deve tutto al tesoro irraggiungibile della letteratura” e, quindi, a ritenere il critico una figura invisibile, un’entità inesistente e arbitraria che, le rare volte che pensa a se stessa, “scopre il vuoto”. Senza ambizione letteraria (diciamolo in termini più tenui: senza anelito letterario), il critico non sarebbe quasi niente (diciamolo in termini più crudi: non capirebbe quasi niente). Allo stesso modo, senza capacità critica, lo scrittore perderebbe l’esattezza e, anche, quel dovere di guardarsi allo specchio trovandosi poi vuoto, “una camera pronta ad accogliere qualsiasi oggetto”. Che la letteratura sia “figlia della precisione”, Citati lo ha imparato da Pier Paolo Pasolini, uno degli autori di cui ha scritto più accoratamente – insieme a Bufalino, che ha amato perché “per leggere, rinunciò a vivere”; Manganelli, perché non distinse mai la sua vita dai suoi libri; Gadda, perché “trovò subito la nota che soltanto la profondità tragica dell’esperienza garantisce”. Che lo scrittore debba ammettere il suo vuoto di modo da sentire l’urgenza di riempirlo nel solo modo possibile e cioè trascendendo il proprio io e prendendo con sé “qualsiasi oggetto”, invece, Citati lo ha appreso da Apuleio.

 

Lo scrittore che più di tutti avrebbe voluto incontrare è proprio lui. “Mi avrebbe parlato di tutti gli dèi che conosceva, dei dèmoni, delle iniziazioni, delle ierogamie, e poi, come se fosse la stessa cosa (ma forse è la stessa cosa), avrebbe discorso di rose, di astri, dei capelli delle donne, di erbe, di pietre, di frutti di mare, di storie d’amore, di streghe, e degli infiniti pettegolezzi che rendono così piacevole abitare in provincia”, scrisse sul Corriere, quasi trent’anni fa. Chiara Fera capisce come questa scelta di Citati possa risultare non solo stramba, ma pure paradossale: proprio lui che ha dedicato la vita a studiare scrittori – Dostoevskij in testa – che “uscirono dall’uomo ed entrarono nei porci”, inchiodati al male dalla piccolezza della condizione umana, cos’avrebbe da dire e farsi dire da Apuleio? Questo: che la letteratura è un campo sterminato e, per farla, si deve avere “dimestichezza con il Tutto”. Che la letteratura non ha un oggetto: ha solo mezzi. In quel Tutto ci sono la critica, la magia, la fantasia, la distopia, persino i libri ombelicali. Quante polemiche, negli ultimi anni, si sono abbattute sugli scrittori italiani accusati di non saper guardare oltre il proprio pancino? Il mese scorso, Antonella Cilento sulla Repubblica s’augurava che nel 2019 i lettori possano accorgersi che la letteratura “non è il comodo cullarsi nelle nostre personali depressioni”. A questo fornisce una risposta, forse, un Citati del 1991: “Se uno possiede le parole come Nabokov, può ignorare ciò che accade nel mondo. Con sublime cinismo, doppiato da una nascosta aspirazione utopica, Nabokov ignora, sfida e deride la storia, la morte e il tempo”.

 

Si deve avere, per scrivere (libri e critica di libri), la sfacciataggine di ritenere fondamentale e universale anche il proprio ombelico. Si dev’essere arbitrari e “fingere d’aver capito quando non si ha ancora capito”. Questo lo scrittore lo impara se e solo se fa il critico e lo fa sui giornali perché “la cultura di un recensore è febbrile, improvvisata, lacunosa, minacciata dal tempo e della impazienza del redattore capo, che vuole l’articolo per un giorno preciso”. Il terreno perfetto per l’intuizione, che è il motore immobile della fantasia, è questo qui.

 

E così abbiamo anche un’altra risposta ai fessi che chiedono a cosa servono i giornali: ad allevare scrittori. E pure a ispirarli: ha ricordato assai spesso Citati che “Delitto e Castigo”, a Dostoevskij, venne in mente grazie a un articoletto di cronaca.

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