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Cambridge è il simbolo del pol. corr. che infetta le nostre università

Una grande istituzione si è trasformata in un luogo di censura, dove gli accademici non sono più liberi di esprimere le loro opinioni

1 Luglio 2019 alle 11:40

Cambridge è il simbolo del pol. corr. che infetta le nostre università

Un allenamento della squadra di canottaggio di Cambridge e, sullo sfondo, uno dei palazzi dell'Università (foto LaPresse)

"Viste dall’esterno, tutte le istituzioni sembrano monolitiche". Inizia così un pezzo di Douglas Murray sull’Università di Cambridge pubblicato sul Daily Telegraph: “Il Foreign office, le grandi multinazionali, le università – danno l’idea di qualcosa di lento e resistente al cambiamento. Tutte le istituzioni sono in una fase di evoluzione, oggi più che mai, dato che le fondamenta della nostra società e della nostra moralità sono più deboli. Negli ultimi anni l’ideologia nota come ‘wokeness’ (un sinonimo di ‘politicamente corretto’) ha fatto breccia nelle istituzioni pubbliche e private. I ministeri sono obbligati a perseguire la ‘diversità’ come obiettivo fine a se stesso, e questo comporta delle quote che danno precedenza alle caratteristiche di un individuo e non alle sue abilità. I capi delle grandi aziende sostengono che l’‘intersezionalità’ e altre creazioni dell’estrema sinistra ideologica possano arricchire le loro compagnie, anziché renderle più povere. Anche le istituzioni più riverite si sono dimostrate conniventi con questa ideologia disastrosamente mal concepita. Chiunque ha dei dubbi deve guardare oltre i cancelli dell’Università di Cambridge. Negli ultimi mesi una delle più importanti istituzioni accademiche ha preso una serie di decisioni che l’hanno fatta sembrare non solo ‘woke’ ma debole. A marzo l’università ha annunciato di avere ritirato l’invito di una fellowship presso la Facoltà di Teologia all’accademico canadese Jordan Peterson. Possiamo dire che la Facoltà di Teologia dell’Università di Cambridge non attrae una grande attenzione in giro per il mondo. Invece il professore Peterson non è solo un docente rispettato ma è un fenomeno accademico. Le sue lezioni online sulla Genesi non sono solo profonde e documentate, ma sono state anche visualizzate da milioni di persone. Peterson sperava di usare il suo incarico a Cambridge per svolgere ricerca e parlare del libro dell’Esodo. Molte persone ne avrebbero beneficiato. Ma soprattutto ne avrebbe giovato Cambridge, dimostrando che le università migliori e di élite stanno al di sopra delle beghe politiche mentre le università di basso rango restano imbrigliate in una matassa di lamentele.

 

Un gruppo di attivisti di sinistra a Cambridge – sia studenti che accademici – ha protestato contro la nomina di Peterson. E l’università si è piegata e ha annunciato con grande ignominia e inettitudine che l’invito era stato ritirato. E’ stata la prima di tre decisioni che dimostrano che Cambridge, così come molte altre istituzioni, non è più quella di un tempo. Lo scorso mese l’università è tornata al centro dell’attenzione per avere annunciato un’indagine sui modi in cui potrebbe avere contribuito al mercato degli schiavi, e addirittura averne lucrato. Se Cambridge ha davvero tratto giovamento dal mercato degli schiavi – così come hanno fatto molte persone, non ultimi i trafficanti africani – allora l’università cosa deve fare per scusarsi? Nelle ultime settimane ha rimosso una campana che è stata ‘probabilmente’ usata in una piantagione in cui lavoravano gli schiavi. Da dove viene la spinta per certi gesti così patetici e antistorici? Alcuni pensano che sia frutto dell’arrivo di un nuovo vice rettore, un canadese molto meno conosciuto del professor Peterson; è un avvocato chiamato Stephen Toope.

 

Il mese scorso il college St. Edmund di Cambridge ha licenziato un giovane ricercatore, il sociologo britannico Noah Carl, perché un gruppo di studenti e accademici di altre facoltà si è sentito offeso dalle sue ricerche. Dalle loro lamentele era chiaro che non avessero letto i suoi studi. I vertici del St. Edmund si sono scusati per aver nominato un accademico con delle idee diverse dalle loro. Ho incontrato Carl questa settimana a una conferenza organizzata dal professor Nigel Biggar dell’Università di Oxford: non è mai stata così netta la differenza tra un’università che si piega all’opinione dominante e un’altra che si mostra superiore. Due anni fa Biggar è stato vittima di una campagna di abusi e diffamazioni perché ha avuto il coraggio di fare due cose. Si è confrontato con un gruppo di politici sudafricani secondo i quali Oxford era un’istituzione razzista perché non aveva distrutto le statue e i cenni a Cecil Rhodes (un colonialista britannico, ndr). Biggar è finito sotto assedio per avere introdotto un corso all’università sull’etica dell’impero. In entrambi i casi l’Università di Oxford si è dimostrata forte. Quando il rettore dell’Oriel College è sembrato avallare le tesi iconoclaste dei sudafricani, gli ex studenti e donatori dell’istituto si sono ribellati. Il rettore di Oxford, Chris Patten, disse che gli studenti che rifiutano la libertà di pensiero ‘dovrebbero pensare di andare a studiare da un’altra parte’. Non si è verificata una leadership dello stesso livello nella Cambridge di Stephen Toope. Il fatto che l’Università di Oxford abbia consentito a Noah Carl di esprimersi mentre veniva diffamato a Cambridge la dice lunga sulla differenza tra le due università. Potrebbe a questo punto Oxford allungare il vantaggio offrendo una posizione nella facoltà di Teologia a un accademico canadese molto famoso? – si chiede infine il Daily Telegraph – Non si tratta di Stephen Toope, ovviamente.

(Traduzione di Gregorio Sorgi)

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