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A spasso per la Biennale d'arte di Venezia

Il Padiglione Italia curato da Milovan Farronato, le mostre di Palazzo Grimani e Ca' D'Oro. Qualche consiglio su cosa vedere

12 Maggio 2019 alle 06:00

Venezia. Viviamo un’èra difficile da rinchiudere in una storia lineare e il nostro è un delirio collettivo che, probabilmente, è impossibile costringere nella rete di un solo linguaggio. A migliorare e a migliorarci, ci può aiutare l’arte che è più di una mera documentazione del periodo storico in cui viene realizzata e che ci riesce a coinvolgere con il suo modo universale fatto di attrazione e repulsione, di sensazioni ed esperienze, di ricordi ed emozioni. Vivere questa complessità significa però non ridurre in schemi e formule ciò che per sua natura è molteplice, ciò che non è riconducibile a un unicum se non al prezzo di gravi rinunce. Lo ribadisce al Foglio Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia che ieri ha inaugurato la 58esima Esposizione Internazionale d’Arte visitabile fino al 24 novembre prossimo. “May You Live In Interesting Times” è il titolo scelto per questa Biennale dal curatore newyorchese Ralph Rugoff, direttore della Hayward Gallery di Londra, il suo “modo” speciale per raggruppare 79 artisti internazionali provenienti da tutto il mondo. Un titolo ispirato ad un saggio di Bruno Latour (“Why Has Critique Run out of Steam?”), una frase a lungo erroneamente attribuita a un’antica maledizione cinese nella quale, se da un lato è vero che l’espressione “interesting times” evoca l’idea di tempi sfidanti e persino minacciosi, dall’altro lato la stessa può essere un invito a vedere e a considerare il corso degli eventi umani nella loro complessità, “uno di quelli – come ci spiega Baratta – che ci appare particolarmente importante in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione, generato da conformismo o da paura”.

 

Due i punti da cui partire, pardon, le “proposte”: la Proposta A all’Arsenale e la Proposta B al Padiglione Centrale ai Giardini, due approcci differenti, un dialogo tra quei due posti simbolo nell’arte (e nell’architettura) che passa attraverso le opere degli artisti, molti dei quali nati tra il 1970 e il 1980 (piccolo segno di un’inversione dei tempi?) e che si pongono l’obbiettivo di svelare i meccanismi di una società “duale” tra realtà e falsificazione attraverso multiformi linguaggi espressivi. Sono due le artiste italiane invitate – Ludovica Carbotta e Lara Favaretto, accomunate da una poetica empatica e sofisticata – e tutte le opere esposte affrontano le tematiche contemporanee più preoccupanti, come ce le ha definite il curatore. Si va dall’accelerazione dei cambiamenti climatici alla rinascita dei programmi nazionalisti in tutto il mondo, dall’impatto pervasivo dei social media alla crescente diseguaglianza economica. Una grande mostra collettiva, non c’è dubbio, resa ancora più interessante perché mette in evidenza opere la cui forma attira l’attenzione su ciò che la forma stessa nasconde e sui molteplici scopi perseguiti dalle opere che possono diventare, a detta di Rugoff, “una sorta di guida per vivere e pensare in tempi interessanti”.

 

Da non perdere, proprio all’Arsenale, è sicuramente il Padiglione Italia, affidato quest’anno al curatore Milovan Farronato, un vero e proprio omaggio a Italo Calvino e ad un suo saggio pubblicato sulla rivista Menabò nel 1962, in cui strutturava un parallelo tra la figura del labirinto e le difficoltà dell’uomo nel districarsi nel complesso mondo contemporaneo. Il ragionamento dello scrittore passa, nella visione di Farronato, dalla parola all'arte, diventando così un display capace di armonizzare opere diverse come quelle di Liliana Moro (Milano, 1961), Chiara Fumai (Roma 1978-2017) ed Enrico David (Ancona, 1966), prendendo spesso una via inattesa. Il titolo - “Né altra né questa: la sfida al labirinto” - è sicuramente forte ed implica, come ha spiegato il curatore, “una scelta che è spesso rischiosa, un viaggio che potrebbe anche portare a un naufragio”. Ma è proprio grazie al labirinto da lui costruito, bianco e pieno di specchi, che il campo si allarga e si stringe, si allarga di nuovo fino a farci perdere (o arrivare?) in una piazza ben illuminata da luci bianche con sedie, tavolini e ombrelloni mentre sullo sfondo si sente la canzone “Bella Ciao” che vi farà perdere il senso del tempo. Per tutto il periodo della Biennale il padiglione accoglierà anche delle attività parallele come la realizzazione di un cortometraggio sperimentale diretto dall’artista Anna Franceschini, che documenterà la mostra e verrà proiettato a conclusione dell’evento, o EDUCATIONAL programma di danza creato dall’artista cipriota Christodoulos Panayoche, ispirato dalla “Danza della Gru”– racconto festante di un Teseo uscito illeso dal celebre labirinto di Cnosso– spinge ballerini di differente estrazione geografica e generazionale ad eseguirne una versione personale.

Farronato è in splendida forma e qui il suo genio ha dato il suo meglio, non c’è che dire.

 

Perdersi può essere piacevole, soprattutto se accade al Padiglione Centrale ai Giardini. In quella location esclusiva, visitate il padiglione russo con le opere dal tocco onirico del regista cult Aleksandr Sokurov, ma non mancate quello tedesco (la Germania è neo vincitrice del Leone d’Oro con Anne Imhof) con Natascha Süder Happelmann, un’artista focalizzata sulla nozione di identità, e quello francese con Laure Prouvost, già del prestigioso Turner Prize nel 2013. La Gran Bretagna è presente in laguna con l’artista Cathy Wilkes, vincitrice del Maria Lassnig Prize 2017, e con una serie di nuove installazioni scultoree a cura di Zoe Whitley; degno di nota è poi il padiglione quello della Spagna - con Itziar Okariz e Sergio Pregoa – e quello israeliano con l’artista Aya Ben Ron e il suo “Field Hospital X (FHX)”, un ambiente ospedaliero in cui le voci silenziose possono essere udite e le ingiustizie sociali rese visibili.

 

Fondazione Prada - Jannis Kounellis

Jannis Kounellis (Pireo, 1936 – Roma, 2017) non c’è più, ma ciò che ha fatto con le sue opere è rimasto impresso nella memoria collettiva di molti. La Fondazione Prada, sotto la cura di Germano Celant, gli dedica la più ampia retrospettiva mai realizzata dopo la sua scomparsa e nelle storiche stanze di Cà Corner troverete oltre sessanta lavori, dal 1959 al 2015, a rendergli omaggio, dalle prime tele bianche ritraenti segni, frecce e lettere dell’alfabeto alla radicalità di installazioni create con lana, carbone, terra e cotone fino all’uso di superficie metalliche come supporti per binari e putrelle, vere e proprie manifestazioni di una tragica relazione con la storia. Un viaggio intimo nella sua opera dagli esordi fino a quando ha sentì la necessità di “uscire fuori dalla tela, per avere la libertà di stabilire un rapporto dialettico con lo spazio”.

 

Palazzo Grassi e Punta della Dogana 

A Palazzo Grassi è stata inaugurata il 24 marzo scorso la personale di Luc Tuymans, dal titolo “La Pelle”, grande omaggio al capolavoro letterario di Curzio Malaparte. Sono ottanta i lavori pittorici che ripercorrono la carriera di uno dei più grandi esponenti della pittura internazionale definito dalla curatrice Caroline Bourgeois come un’opera silente. “I suoi quadri sono spesso monocromi, hanno tonalità sorde, a volte più calde, a volte più fredde e con una prospettiva appiattita. Non intende prendere per mano il visitatore, ma gli chiede uno sforzo di riavvicinamento, una riflessione e una fisicità”. A conclusione del percorso espositivo un grande mosaico, realizzato in situ, riveste la superficie dell’atrio di Palazzo Grassi, ricordando nel titolo e nella elaborazione Schwarzheide un campo di concentramento e un disegno di un suo prigioniero. Il ricordo del gigante di Damien Hirst è ancora ben presente nella memoria, ma della bellezza di questo mosaico non si discute. A Punta della Dogana, invece, troverete 36 artisti riuniti sotto il titolo “Luogo e Segni”, che è poi il nome di un opera dell’artista torinese Carol Rama. È ideata da Mouna Mekouar, curatrice indipendente, e da Martin Bethenod, direttore di Palazzo Grassi.

 

Gallerie dell’Accademia - Georg Baselitz

L’esposizione, sostenuta da Gagosian, curata da Kosme de Barañano e concepita specificamente per le Gallerie, ripercorre tutti i periodi e gli snodi cruciali dei sessant’anni di straordinaria carriera dell’artista tedesco Georg Baselitz (Deutschbaselitz, 1938) attraverso dipinti, disegni e sculture. Organizzata attorno a tre nuclei tematici - la ritrattistica, il ritratto di famiglia e il nudo di uomini e donne a testa in giù - vi sorprenderà.

   

Ca’ D’Oro – Dysfunctional 

  

La mostra presenta lavori di artisti affermati ed emergenti che intendono rompere i sottili confini tra arte, architettura e design. Le opere site specific fondono una tecnica straordinaria ed una vivissima espressione artistico-emotiva. Sono 21 gli artisti della Carpenters Workshop Gallery sono stati invitati a creare un dialogo tra la stupefacente architettura di Ca’ d’ Oro, la prestigiosa collezione di maestri dell’arte italiana e fiamminga del Rinascimento e il meglio del design contemporaneo. Per citarne alcuni, Vincenzo De Cotiis, Atelier Van Lieshout, Studio Drift, Maarten Baas, Nacho Carbonell, Vincent Dubourg, Verhoeven Twins e Virgil Abloh.

 

Fondazione Giorgio Cini – Isola di san Giorgio – Aberto Burri

“Burri la pittura, irriducibile presenza” è la prima vera retrospettiva che Venezia dedica ad Alberto Burri (1915-1995), l'artista che ha riscritto la storia dell'arte anticipando soluzioni d'avanguardia grazie al ricorso ai materiali più diversi e insoliti con i quali componeva i suoi quadri. Sono 50 le opere provenienti da musei italiani e stranieri, dalla Fondazione Burri e da collezioni private, che insieme vanno a ricostruire nella sua interezza la parabola storica dell'artista.

 

Letizia Battaglia - Casa dei Tre Oci 

Curata da Francesca Alfano Miglietti, ospitata nella magica cornice dei Tre Oci a Giudecca, è dedicata ad una delle più grandi fotografe italiane che attraverso i suoi scatti ha catturato i momenti più grevi ed intensi di una Sicilia oppressa dalla Mafia. Ve ne abbiamo parlato in un ampio articolo il mese scorso. Imperdibile.

 

Ca’ Pesaro - Arshile Gorky 

È la prima personale italiana di uno dei personaggi più emblematici dell’espressionismo americano dello scorso secolo, Arshile Gorky (Lago Van, Anatolia, 1904 – Sherman, 1948), un artista dalla creatività talmente travolgente da segnare la scena pittorica successiva e creativi come Willemde Kooning. 80 tele dal fascino particolare, un viaggio che attraversa ogni fase della sua poetica, dai primi anni venti con le sue composizioni influenzate da Cézanne (nella Natura morta del 1928) fino a Picasso e Mirò in Dipinto del 1942. Particolari e poetici, i lavori di combinazione gestuale e cromatica, come “Da un luogo in alto “ e “Il fegato è la cresta del gallo”.

 

Ca’ Rezzonico - Flavio Favelli 

In quella cornice settecentesca che è Ca’ Rezzonico, l’artista fiorentino Flavio Favelli presenta “Il bello inverso”, ripercorrendo così la sua infanzia e il suo rapporto con la città lagunare con una serie di sculture inedite e site-specific costruite utilizzando materiale di scarto, quasi sempre recuperato dalle impalcature da poco utilizzate per il restauro del ponte dell’Accademia. Quindici opere opere che vi faranno percorrere la storia del costume italiano, della comunicazione commerciale e di tanti oggetti comuni.

   

“Mauri/Muntadas” - Galleria Michela Rizzo alla Giudecca

Elegante e minimale, sempre piena di gente giusta e interessata al bello e al sapere, questa galleria/gioiello nell’ex birrificio nel cuore della Giudecca è assolutamente da non perdere, anche perché, per la prima volta in assoluto, mette a confronto due artisti fondamentali del secondo Novecento e dei primi anni del XXI secolo con la mostra “Mauri/Muntadas” aperta da un grande schermo storico, un monocromo che rappresenta il cinema e la televisione, disponibile ad accogliere ogni proiezione, emanazione di personali mondi interiori.

L’approccio artistico è diverso, ma se c’è una cosa che unisce l’opera dell’italiano Fabio Mauri (1926-2009) e quella dello spagnolo Antoni Muntadas (1942) è la loro capacità di interpretare, e molto spesso di anticipare, le grandi tematiche contemporanee.

   

Fondazione Querini Stampalia

Milano (negli spazi della galleria Building) e Venezia (alla Fondazione Querini Stampalia) omaggiano l’artista Roman Opałka con Dire il tempo, un progetto diviso in due luoghi a cura di Chiara Bertola. In laguna il fulcro centrale si concentra sulla produzione “OPALKA 1965 / 1-∞”, un’opera a cui l’artista ha dedicato gran parte della sua vita nel tentativo di rappresentare lo scorrere del tempo e di circoscrivere l’infinito entro forme visibili e misurabili. Sono poi esposti per la prima volta insieme l’Alfa e l'Omega, il primo e l’ultimo Détail, oltre una serie di autoritratti fotografici e il suono registrato della voce dell'artista.

 

Museo di Palazzo Grimani

 

Daniele Ferrara, direttore del Polo museale del Veneto e Toto Bergamo Rossi, direttore di Venetian Heritage, sono i curatori di DOMUS GRIMANI 1594 – 2019, l’eccezionale mostra che celebra, dopo oltre quattro secoli, il ritorno a Palazzo Grimani della collezione di statue classiche appartenuta al Patriarca di Aquileia Giovanni Grimani. Conservata nel palazzo di famiglia in Santa Maria Formosa fino alla fine del 1500, fu poi donata alla Serenissima Repubblica di Venezia proprio per volontà di Giovanni dopo la sua morte, avvenuta nel 1594 e da allora esposta alla Biblioteca Marciana per poi essere reinstallata all’interno della Tribuna, il camerino delle antichità ancora pressoché intatto nella sua struttura architettonica. Il percorso espositivo ricrea anche le sale immediatamente precedenti attraverso un allestimento da “casa museo” che vi farà entrare in una dimora nobiliare del Rinascimento veneziano, mentre opere d’arte e arredi originali contribuiranno a creare l’atmosfera della casa di un collezionista colto e raffinato come Giovanni Grimani anche grazie a prestiti dai Musei Civici Veneziani e dalla Galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro. Prezioso il catalogo di Marsilio che oltre approfondisce la storia della collezione Grimani rivelandone tutta la bellezza. Una curiosità: le audioguide hanno le voci di Jude Law e Isabella Rossellini, una ragione in più per non perderla.

 

Magazzini del Sale – Peter Halley, “Heterotopia I”

Otto stanze interconnesse costituite da murales a stampa digitale, palette di luci artificiali e oggetti tridimensionali sono state usate da Peter Halley per codificare un’eterotopia, cioè – per citare Michel Foucault, padre di quel termine, “quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano”. Aiutato da quattro artisti - Lauren Clay e Andrew Kuo (che hanno creato un murales ciascuno per le otto sale), R.M. Fischer (autore di una scultura totemica su larga scala) e la scrittrice Elena Sorokina (per i testi originali sui murales), è una di quelle mostre (è curata da Gea Politi) che mette di buon umore chi la visita. Provare per credere.

 

Consider yourself as a guest (Cornucopia)

 


Protagonista sul Canal Grande fino ad oggi e poi all’Università Ca’ Foscari è Consider yourself as a guest (Cornucopia), l'opera di oltre 4 metri realizzata con rifiuti plastici dall'artista statunitense Christian Holstad, un’'installazione site specific, un invito originale per riflettere sull'urgenza di affrontare il tema dell'inquinamento dai rifiuti dei mari e degli oceani di tutto il mondo,  “portando a galla”, è il caso di dirlo, un problema di assoluta attualità per non lasciandolo nascosto nei fondali del mare. Il progetto, promosso da FPT Industrial, leader nel settore dei motori industriali e main sponsor del Padiglione Italia alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, rivela non solo l’attenzione del brand al mondo dell’arte, ma anche l’impegno concreto rivolto alla sostenibilità e alla tutela ambientale, soprattutto dei mari, proprio per la rilevanza che la produzione di motori marini ha per l’azienda. Dal mese scorso, infatti, FPT Industrial è partner del progetto europeo Clean Sea Life, che promuove attività di sensibilizzazione volte alla tutela dei mari dall’inquinamento dei rifiuti.

 

Da perdere. C’è sempre qualcosa, però l’installazione Building Bridges all'Arsenale Nord di Lorenzo Quinn - delle enormi mani bianche volte a simboleggiare i ponti per superare le divisioni – non l’abbiamo proprio capita. A voi i commenti.

Giuseppe Fantasia

È nato a L’Aquila, ma vive a Roma, ha una laurea in Legge, ma ha scelto di fare il giornalista. Scrive per l'HuffPost Italia, Marie Claire ed Elle Decor. Su Il Foglio si occupa delle pagine culturali, scrive di libri, arte e spettacolo e ogni giovedì c'è "Odo Romani far Festa", la sua rubrica da cui viene fuori tutto il meglio (e il peggio) delle feste della Capitale e non solo. GiFantasia su Twitter, @gifantasia, su Instagram

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