Faccendiere per l'arte

Marina Valensise

Splendori e miserie del marchese Giampietro Campana, che a metà Ottocento aveva messo insieme una collezione unica al mondo ma finì travolto da uno scandalo finanziario. Il Louvre l’ha ricordato

Giampietro Campana ha l’aria di un dandy. Alto, slanciato, capelli neri, barba da gentiluomo romantico, nel ritratto di Auguste Raffet ti fissa dall’alto in basso con quell’aria un po’ assente di uno che cerca qualcosa che non esiste o esiste solo nei suoi pensieri. All’epoca, siamo nel 1849-50, il direttore romano del Monte dei Pegni non aveva nemmeno quarant’anni ed era all’apice della carriera, come testimoniano la fascia azzurra e le tante decorazioni che ostenta sul petto. Il pittore francese era al seguito delle truppe di Oudinot venute a Roma per assediare la Repubblica che aveva spodestato il Papa. Lo aveva incontrato grazie a Pietro Ercole Visconti e aveva anche visitato il museo Campana, nel palazzetto in via del Babuino 196. Era una delle collezioni private più importanti dell’epoca e oggi l’abbiamo potuta ammirare di nuovo in una grande e spettacolare mostra al Louvre, sponsorizzata da Ds Automobiles e organizzata in collaborazione con l’Ermitage di San Pietroburgo e col Victoria & Albert Museum di Londra. La mostra, attesa anche a Roma, ha permesso per la prima volta una visione d’insieme di quella raccolta di antichità e opere d’arte unica al mondo per dimensione, ambizione e portata. Riunita a Roma tra fine Settecento e primo Ottocento, la collezione Campana era formata da circa 15 mila pezzi suddivisi in 12 classi: vasi, bronzi, gioielli e monete, terrecotte, vetri, dipinti, sculture, oggetti di curiosità, pittura italiana prima e dopo il Cinquecento, maioliche e sculture, che vennero poi dispersi tra i musei di Londra, San Pietroburgo e quelli francesi.

     


Nel 1850 il direttore romano del Monte dei Pegni non aveva nemmeno quarant’anni ed era all’apice della carriera


     

Raffet ritrasse il marchese Campana nel febbraio 1850, quando lo rivide a Castel Sant’Angelo, per un incontro con i membri del consiglio comunale instaurato dopo la caduta della Repubblica. E gli chiese di firmare il suo ritratto per approvazione. Così, in calce a quel disegno a matita e acquarello conservato oggi alla Bibliothèque nationale, Campana vergò il suo nome, con una grafia stretta e minuta, lasciandoci un indizio di un temperamento nervoso, segnato da maniacalità, precisione, ansia di riserbo. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che, sette anni dopo, il direttore del Monte, l’imprenditore e filantropo erede di una famiglia di notabili, amico di tante teste coronate, il mecenate, cultore di antichità, finanziatore di grandi campagne di scavo e collezionista compulsivo sarebbe finito in galera.

   

Il suo fu un arresto spettacolare, ricorda Gianpaolo Nadalini nel catalogo della mostra (Un rêve d’Italie, Editions Lienart). Avvenne il 1° dicembre 1857, tre giorni dopo il controllo sulle riserve di cassa dell’istituto che il marchese dirigeva da venticinque anni. Bloccati dai gendarmi i vari accessi al palazzo del Monte, il procuratore, il giudice d’istruzione, il notaio e il contabile della Camera apostolica entrarono nel palazzo rinascimentale alla Trinità dei Pellegrini, e scoprirono quello che da tempo negli ambienti governativi era cosa nota: le casse erano vuote. Al posto degli 860 mila scudi iscritti sui registri contabili, ne trovarono solo 22 mila e una serie di brevetti, mandati e buoni di deposito, che attestavano i prelievi che avevano prosciugato nel tempo le riserve. Il direttore Campana venne subito arrestato, trattenuto per qualche tempo a Montecitorio, sede dei tribunali pontifici, e infine rinchiuso a San Michele a Ripa, il carcere sul Tevere. Visto il suo rango, ricevette un trattamento di favore: “Una grande stanza al terzo piano, a suo uso libero ed esclusivo, dove disponeva di un letto personale, delle sue lenzuola, di due tavoli per riporre le sue cose e per scrivere, dell’uso di carta, penna e calamaio, di letture per distrarsi, di pasti provenienti dalla sua propria cucina familiare, con la possibilità di ricevere regolarmente per i suoi interessi privati – previe le abituali precauzioni – sua moglie, due o tre volte alla settimana (…), col suo avvocato (…) e con altre persone”.  

       


Tesori della collezione andarono a Londra e San Pietroburgo. La Venere capitolina, il Sarcofago etrusco degli sposi e altri a Parigi


      

L’istruttoria iniziò rapidamente. Per cinque mesi, furono passati al setaccio venticinque anni di carriera con interrogatori, testimonianze, indagini a tappeto. Giampietro Campana era subentrato giovanissimo al padre Prospero (1761-1815), che aveva assunto l’incarico di intendente del Monte di Pietà per diritto di successione alla morte del nonno Gian Pietro (1727-1793), fondatore della dinastia e della collezione di beni archeologici. Come ricompensa dei buoni uffici di amministratore pontificio Gian Pietro aveva ricevuto in enfiteusi perpetua dal Papa Braschi, Pio VI, i campi, l’albergo e l’orto di Castel Sant’Angelo, il diritto di passaggio sul ponte Mollo e le terre che ne dipendevano, la concessione di varie terre demaniali a Frascati. Appassionato di archeologia, aveva diretto gli scavi in Laterano, sulla Cassia, alla tomba di Nerone, nel Sancta Sanctorum, riesumando magnifici pezzi destinati al Museo Clementino come il Centauro, nonché frammenti di colonne, blocchi di pietra, iscrizioni, lastre di travertino che adornavano con una messa in scena teatrale il giardino di Villa Campana, vicino alla basilica di San Giovanni in Laterano. Suo nipote Giampietro Campana (1809-1880), orfano sin da piccolo dei genitori, era cresciuto sotto l’ala protettiva del suo padrino Bartolomeo Pacca, il cardinale camerlengo famoso per aver introdotto con l’omonimo editto un rigido controllo sugli scavi archeologici e sul commercio di antichità e opere d’arte. A 23 anni, Campana jr diventa il direttore del Monte di Pietà, l’istituto fondato nel Cinquecento per combattere l’usura, dal quale dipendono la Banca dei depositi, la Cassa generale della Camera apostolica, la moneta e le casse dei depositi romani. Il Monte alimenta fra l’altro le riserve auree di Castel Sant’Angelo, fonte perenne alla quale attingere per il Papa re, e finanzia tutte le classi sociali oltreché l’industria e il commercio romani. Nei primi dieci anni, Campana si rivela un buon amministratore, ripiana i debiti pregressi, per 800 mila scudi, annulla i contratti con gli appaltatori francesi, reinveste i proventi del patrimonio inalienabile moltiplicandone il rendimento, remunera i depositi al tasso del 4,5 per cento l’anno, sino a produrre benefici straordinari, tanto che nel 1845 il Monte presta all’erario più di 400 mila scudi. Campana gode di un’ottima reputazione, sia come direttore, sia come archeologo, collezionista e filantropo. Nel 1849, quando viene proclamata la Repubblica romana, guarda con favore all’assedio dei francesi, mandati a Roma da Luigi Napoleone Bonaparte, per restaurare il Papa re. Nel 1851 sposa Emily Rowles, una letterata inglese esperta d’arte, figlia di un costruttore e magistrato suicida, che si era convertita al cattolicesimo e di lì a poco avrebbe finanziato col marito italiano il colpo di stato di Napoleone III. Con lei, lascia l’appartamento del Monte in via dei Giubbonari, dove restano alcuni pezzi della sua collezione, ristruttura a tempo di record la villa al Laterano e si trasferisce nel palazzetto di via del Babuino per farne un museo. Passano solo tre anni e nel 1854 ne chiede una valutazione. Campana ormai versa in cattive acque. L’inchiesta rivelerà che i suoi attivi sono ipotecati dal 1848, scatenando un’altra ondata di ipoteche per una somma che supera i 900 mila scudi. L’ipoteca a favore del Monte dei Pegni nel 1857 è di 572 mila scudi (quasi 44 milioni di euro), e nel corso dell’istruttoria viene rivalutata fino a salire a un totale di 938 mila scudi, che l’amministrazione pontificia reclamerà accusandolo di appropriazione indebita e abuso di potere.

      


Un arresto spettacolare il suo, tre giorni dopo il controllo sulle riserve dell’istituto che dirigeva da 25 anni: le casse erano vuote


     

Il fatto è che durante la sua direzione, il Monte si era dotato di una terza cassa contabile, destinata ai prestiti su pegno, specifici per i preziosi. Affrancandosi dalla tutela delle Finanze, Campana aveva incoraggiato pratiche altrimenti vietate per un ente religioso, come la speculazione sui tassi, i prestiti senza valutazione indipendente. All’inizio i risultati erano stati incoraggianti, poi però il sistema aveva mostrato i suoi limiti, con la previsione di un deficit per l’inizio del 1848, anno di grandi rivolgimenti. Dopo il ritorno del Papa, il Monte si trovò a gestire una svalutazione del 25 per cento. Il nuovo ministro cercò di ristrutturare i conti, e approvò il bilancio di Campana, senza tener conto delle irregolarità. Il marchese, come egli stesso riconobbe nel processo, aveva concesso prestiti per somme superiori al suo potere di firma, reinvestito i depositi di cassa e costituito una specie di cassa generale per la liquidità, tenendosi la chiave e informando lui stesso cassiere e contabili delle variazioni di cassa dopo averne ritirato danaro a suo piacimento. Nel 1854, la situazione era così deteriorata che Campana si concesse un nuovo prestito senza informare il ministro delle Finanze, verso il quale aveva un debito pregresso, e senza segnalare i debiti legati alla dote della moglie. In compenso, dichiarò di aver depositato al Monte due casse di beni archeologici del valore di 150 mila scudi, proponendo di lasciare come pegno per la somma presa in prestiti i gioielli antichi e l’intera sua collezione, pari a mezzo milione di scudi, come garanzia. Alla fine dell’anno, i problemi di liquidità si fecero pressanti. Il ministero autorizzò un prestito di 20 mila scudi, ma Campana ne chiese un altro e quando il nuovo ministro, Giuseppe Ferrari, si insediò alle Finanze, la somma era levitata a quasi 500 mila scudi. In cambio di due casse di antichità contenenti decorazioni, medaglie, gemme, pietre, cammei, Campana ebbe una ricevuta corrispondete a prelievi effettuati per un totale di 498 mila scudi, e continuò nella sua allegra gestione. Con la complicità del cassiere Francesco Canestrelli, ottenne altri 86 mila scudi dando in pegno 218 dipinti e presentando una lista di falsi nomi dei proprietari, ma si tenne in casa i quadri. L’appropriazione indebita era continua. Quando la banca dovette lanciare dei prestiti perché incapace di onorare gli impegni assunti con altri stati, Campana, col pretesto di consistenti ritiri sui depositi e attività di beneficenza, si fece autorizzare una ricerca di fondi sul mercato delle obbligazioni, che gli permise di raccogliere 600 mila scudi, in forma di prelievi dissimulati. Ricorreva al prestito persino per ripagare i debiti personali contratti con gli antiquari romani. Alla fine, la somma sottratta alle casse del Monte dei Pegni ammontava a quasi un milione di scudi.

    


Fu condannato a vent’anni di carcere, poi il Papa commutò la pena in esilio perpetuo, a prezzo di cedere l’intero patrimonio 


   

Difficile difenderlo in tribunale. L’avvocato Raffaele Marchetti tentò l’impossibile, contestò in punta di diritto l’accusa di appropriazione indebita, parlando semmai di un prestito su pegno arbitrario. Ricordò le qualità professionali di Campana, il rilancio del Monte nei primi anni, i miglioramenti, l’approvazione di ben due papi, Gregorio XVI e Pio IX. Poi giocò la carta del sociale. I soldi del Monte erano serviti a uno scopo pubblico, creare un museo di valore universale, restaurare una villa, trasformare un’intera regione, dare lavoro al proletariato romano con la manifattura di marmi falsi. Pazienza se nessuno poteva valutare quanto fosse costata una simile impresa, realizzata violando fra l’altro le leggi dello Stato pontificio. “Il marchese Campana, innamorato delle belle arti e della patria, non poteva sopportare che la corona artistica del Bel Paese e della nostra Roma, invece di crescere, venisse assottigliata da avidi stranieri. (…) Si sentiva chiamato da una forza irresistibile a sostenere questa grande sfida”, insistette l’avvocato Marchetti, tacendo sul fatto che intanto il suo cliente cercava da anni un acquirente straniero. Campana rinunciò a comparire e l’8 agosto 1858 venne condannato a vent’anni di reclusione per furto e appropriazione indebita. L’anno dopo, Papa Braschi commutò la pena in esilio perpetuo, previa la cessione dell’intero patrimonio (con contratto firmato in carcere e dunque nullo secondo lo stesso Campana che cercherà invano di impugnarlo in tribunale) per estinguere il debito di 900 mila scudi. Le trattative con gli inglesi e con gli emissari dello zar russo erano già iniziate e si conclusero di lì a breve. Fra le proteste della stampa romana, una parte della collezione Campana finì al South Kensington Museum di Londra (oggi Victoria & Albert), che nel dicembre 1860 acquistò 84 maioliche e sculture del Rinascimento. Lo zar di Russia acquistò per 125 mila scudi circa 800 pezzi della collezione scegliendo fior da fiore fra i pezzi migliori, fra cui marmi monumentali, bronzi antichi, centinaia di vasi greci, che vennero imballati in gran segreto, caricati alla chetichella su due navi da un commerciante di marmo per arrivare via mare fino alle rive del palazzo dell’Ermitage. Infine, dopo una lunga trattativa, Napoleone III, tenendo inizialmente fuori il Louvre, si decise a comprare per il suo museo, al prezzo di 812 mila scudi, tutto il resto della collezione romana, in tutto 11.835 pezzi fra i quali le grandi perle del Louvre come il Sarcofago etrusco degli sposi, la Venere capitolina trovata ad Anzio, la più grande collezione di vasi greci che esista al mondo e 646 capolavori dell’arte italiana medievale e rinascimentale, come il Crocifisso di Giotto, la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, la Vergine col bambino di Botticelli, le sculture di Luca della Robbia, un bassorilievo di Donatello, e centinaia di gioielli e oggetti di curiosità che ancora oggi continuano a nutrire per il mondo intero il Rêve d’Italie.

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