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L’arte è business

La lunga strada di Miart per raggiungere Art Basel e le altre. Ma la via è giusta: mercato e stranieri

2 Febbraio 2019 alle 06:24

L’arte è business

Foto LaPresse

I calendari, sì sa, sono croce e delizia del sistema fieristico, si tratti di calzature oppure di arredamento. E le guerre tra sistemi si combattono anche, certo non soltanto, sui calendari. L’arte, intesa come merceologia, non fa differenza. Così, è il turno del debutto per Arte Fiera Bologna, dall’1 al 4 febbraio con la neo direzione di Simone Menegoi, gran rivale del Miart milanese, che da anni punta a una centralità che faccia premio anche sul sistema “globalizzato” della metropoli lombarda. Strategie. Così, qualche giorno fa, Miart ha presentato il palinsesto del suo appuntamento, che invece sarà ad aprile (dal 1 a 7, una intera settimana), perché aprile è ormai da anni il “mese splendido” delle manifestazioni milanesi.

 

La formula ricalca il format meneghino per eccellenza, il “fuori salone”, con mostre e performance che si estenderanno per l’intera città, coinvolgendo istituzioni, fondazioni, soggetti pubblici e privati. In bocca al lupo a Bologna (la concorrenza fa sempre bene). Nel frattempo, mentre si preparano gli eventi, la fiera dell’arte moderna e contemporanea rispecchia il profilo di ottima salute e vitalità della scena culturale milanese. “Negli ultimi quattro anni – spiega Michele Bonuomo, direttore della rivista Arte – Miart è diventata importante per due motivi: Milano è città sempre più attrattiva. Nove anni fa aprì Wilson, una delle gallerie londinesi più famose al mondo, scommettendo sul fatto che Milano stava diventando centrale non solo in Italia ma in Europa, e  si sentiva anche prima di Expo. Poi c’è stata la svolta grazie a Vincenzo De Bellis, direttore associato dei programmi del Walker Art Center di Minneapolis, che ha rilanciato una fiera di Milano che era morta, scomparsa dal panorama dell’arte. Alessandro Rabottini, direttore artistico di Miart, ha saputo portare avanti il nuovo percorso fino a riprendere quota e a diventate la fiera più importante d’Italia”. E’ risultato vincente puntare sulla qualità ed attrarre gli stranieri che erano completamente scomparsi.

 

Lo conferma anche Matteo Lorenzelli, terza generazione della Galleria Lorenzelli. “Fino a qualche anno fa la fiera principale era considerata Bologna, un appuntamento abituale, come Parigi. Miart, molto più giovane e all’inizio considerata perdente, si è imposta perché a differenza di Bologna e di Torino che avevano connotazioni precise (Torino molto più puntata su installazioni e fotografie, musica, molto contemporanea) Milano ha saputo seguire i cambiamenti di un collezionismo orientato verso altri lidi. Mentre Bologna dormiva un po’ sugli allori”. La profonda differenza l’ha fatta la finanza, prepotentemente entrata nel mondo dell’arte. “Oggi l’arte è una forma di speculazione e le fiere si muovono per quello – continua Lorenzelli – Bisogna chiedersi perché negli ultimi dieci anni sono nate fiere nei posti meno ‘attrattivi’ del mondo. Maastricht, per esempio, è passata in vent’anni da fiera normale a una delle più importanti. Offriva a un ipotetico cliente il meglio nei tappeti, nei gioielli, nell’arte. Ci andavano col jet privato, e compravano il meglio che era a disposizione nel mondo in quel momento invece di farsi dieci fiere. Era la risposta perfetta per un movimento finanziario e soprattutto per una nuova forma di collezionismo, che non è collezionare ma è mostrare la ricchezza. Prezzi dieci volte quelli di mercato. Questo avviene anche a Milano. L’arte non è più per collezionisti ma per banche e gente che vuole speculare”. E i veri collezionisti? “Ci sono ma si rivolgono a un mercato di nicchia. Se si vanno alle grandi aste di Sotheby’s o Christie’s ci sono artisti di 30-40 anni le cui opere valgono anche otto milioni di dollari e sono sconosciuti. Mere speculazioni finanziarie. E’ come cavalcare una tigre impazzita. Ma Milano, con Miart, è entrata in un circuito di fiere europee dove viene considerata una piazza molto interessante”.

 

In effetti Milano ne deve fare di strada anche se è su quella buona. “Non è Art Basel, non è Frieze London ma sta rimontando per poter giocare la Champions”, dice Michele Bonuomo. Calcisticamente parlando, la vede peggio il gallerista: “C’è molto da fare, siamo in C1 e non in B ma in Italia è fuori discussione la più rappresentativa”. Milano deve essere ancora più internazionale che significa posizionarsi tra le prime cinque fiere al mondo coinvolgendo gallerie di prim’ordine. “ Se guardiamo Basilea – prosegue Lorenzelli – vent’anni fa stava fallendo. Con soldi e con artisti si sono imposti lasciando a casa gallerie che contavano nulla e che venivano usate per riempire i buchi. Basilea aveva dietro Ubs e quando hanno capito che non si doveva pensare in piccolo, guardando alla Svizzera o al Cantone, sono riusciti a creare un sistema: Art Basel, Art Basel Miami, Art Basel Hong Kong”. Conclude il direttore di Art: “Unica critica è la paura di presentarla come una fiera. E’ il momento finale di una filiera: l’artista fa il quadro che viene visto da un gallerista il quale lo propone a un collezionista, poi c’è un critico d’arte che scrive, un museo che fa la mostra. Alla fine la fiera è il luogo dove i quadri si vanno a vendere e l’aspetto mercantile, da noi, viene visto sempre come una cosa un po’ sporca. La fiera non deve dare il polso dello stato dell’arte ma quello del mercato dell’arte. Per capire dove va l’arte c’è la Biennale, in fiera si fa il mercato ed è giusto dichiararlo”. 

Paola Bulbarelli

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