cerca

La grande cronaca dei nostri anni peggiori in un viaggio alle radici del populismo

Goffredo Buccini racconta i ghetti d’Italia e le ragioni di Salvini e Di Maio

Salvatore Merlo

Email:

merlo@ilfoglio.it

3 Marzo 2019 alle 06:16

La grande cronaca dei nostri anni peggiori in un viaggio alle radici del populismo

Manifestanti all'apertura del processo per l'omicidio di Pamela Mastropietro a Macerata all'arrivo al processo di Oseghale

Roma. Il grande cronista è probabilmente quello che vede e mentre osserva capisce, anzi racconta proprio in funzione di un’idea, e quindi osservando spiega, intrecciando così la trama d’una storia in cui giudizio e analisi affiorano da sole nella loro nuda e spesso sconcertante evidenza. Goffredo Buccini, inviato speciale del Corriere della Sera, maestro di scrittura e intelligenza visiva, sotto questo titolo per certi versi insufficiente, “Ghetti”, ci consegna invece il libro definitivo sul populismo italiano, sulle sue ragioni, anche quelle condivisibili – ebbene sì – e sulle sue conseguenze che sono, purtroppo, come un loop infernale: coincidenti le une con le altre. Il populismo si nutre di malumore, ma fatalmente produce altro malumore, come in un labirinto senza sfogo. Da un lato individua i problemi, dall’altro come un malevolo contrappasso ignora le soluzioni.

 

Ma Buccini non è un sociologo, non è un politologo, non è un economista, non è uno studioso di urbanistica né di demografia, che sono forse tutte le scienze utili a circoscrivere la crisi italiana che porta al populismo strapotente e vittorioso dei nostri giorni. Buccini è molto di più, e tiene tutte queste cose insieme. E’ un raccontatore colto e vivace, uno scrittore scrittore come lo erano Piovene e Barzini jr, ha girato l’Italia, conosce il nostro paese nelle sue pieghe più periferiche, ed è quindi in grado di condurre il lettore per mano lungo quegli interstizi dell’emarginazione che con drammatica prepotenza hanno fatto irruzione sulla scena pubblica degli ultimi dieci anni. Ecco allora l’Italia delle periferie non solo geografiche, ma economiche, sociali, umane. “Ghetti”, appunto. Ghetti ignorati dalla sinistra, ma non dall’orecchio finissimo del populismo.

 

Così quella che si ricompone, in questo racconto dal sottosuolo, è l’Italia di Pamela Mastropietro, assassinata e fatta a pezzi a Macerata da Innocent Osenghale, spacciatore e irregolare, e poi l’Italia di Luca Traini che per vendicarla si mise a sparare a caso contro delle persone di colore incontrate per strada. Ignorante, fragile, suggestionabile e infine mosso da una rabbia omicida, Traini è quasi l’eroe eponimo di tutto il libro, incarnazione bestiale di una marginalità che si scaglia contro altra marginalità. In una città, Macerata, in cui dopo i fatti di sangue la Lega passa dallo 0,6 al 21 per cento. E in un paese, l’Italia, in cui sembra che i più spaventati e impoveriti abbiano identificato semplicemente negli immigrati il nemico con cui scontrarsi, come a Tor Sapienza, la borgata dei primi tafferugli romani contro un centro per migranti, o come nella Genova di via Prè, dove la puzza di curry ha preso il posto del profumo del basilico, e dove un’immigrazione sregolata genera odio e conflitto. Dunque l’Italia degli strappi nel tessuto urbano che producono nuova emarginazione, come il palazzo di via dei Lucani 22 a Roma, lì dove è morta Desirée Mariottini, stordita, violentata e assassinata a sedici anni da migranti irregolari in uno di quei tanti buchi neri di abbandono e degrado, assenza d’integrazione e di visione politica e amministrativa, che costituiscono il paesaggio non soltanto della capitale.

 

Non è un libro indulgente con la sinistra, quello di Buccini, perché l’esplosione della marginalità ha cause remote, e non è certo un racconto che concede al serioso, volenteroso vaniloquio solidarista. E infatti a Luigi Di Maio e Matteo Salvini, protagonisti del populismo italiano, viene riconosciuto un merito storico, quello di aver “sdoganato due parole che, pur incise nel profondo dell’anima degli italiani negli anni più recenti, erano state bandite dal vocabolario dei governi a guida Pd, cioè povertà e paura”. Ma vinte le elezioni, i due giovani leader di Lega e Cinque stelle, racconta Buccini intrecciando cronaca e analisi, citazioni e orizzonti internazionali, pur essendo capaci di creare un legame persino sentimentale con i loro elettori, hanno dato sempre più l’impressione di non sapere come risolvere i problemi che avevano pur saputo riconoscere prima degli altri. Di Maio con il suo decreto dignità ha fatto impennare la disoccupazione e Salvini – “il protagonista degli anni che ci aspettano” – appare ben lungi dal trovare il bandolo della matassa dell’immigrazione con un decreto sicurezza che sembra solo una bandiera securitaria contro gli stranieri, uno sfoggio di muscoli cartonati senza visione e senza efficacia, forse persino dannoso.

 

E malgrado i dioscuri del populismo italiano siano solo sullo sfondo di questo intreccio narrativo con punte di eccezionale stile e scrittura, malgrado l’attore principale sia l’Italia con le sue vicende di cronaca, è tuttavia Salvini a stagliarsi come figura dotata di magica permanenza ben più di Di Maio (che è quasi un passeggero casuale sulle ali dello spirito del tempo). “L’uomo ha una capacità notevole di fiutare l’aria”, scrive a un certo punto Buccini a proposito del segretario della Lega e ministro dell’Interno. “Se gli italiani amassero il rugby anziché il calcio, Salvini diventerebbe ovale; se fossero tutti neri, lui diventerebbe Mandela. Ne serbo un solo, piccolo ricordo personale. Molti anni fa, più giovani entrambi, ci capitò di discutere aspramente in uno studio televisivo. Durante una pausa, a telecamere spente, gli dissi che quei toni non mi piacevano. Lui mi degnò appena d’una mezza occhiata sorniona e mi rispose: ‘Litighiamo, litighiamo, che facciamo audience’”. Quasi a riprova del fatto che il populismo non si pone mai l’obiettivo di risolvere i problemi (che per loro natura sono pratici, non retorici), ma soltanto di creare sempre nuovi pretesti al suo proprio interesse, al suo libero e spensierato gioco ai danni dell’azione e persino dell’efficienza.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi