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Espérance, la donna dell'anno

Una bambina strappata al genocidio del Ruanda e cresciuta nel nostro paese, oggi è una donna che ci guarda e vede più cose, perché nera e italiana. I migranti, il razzismo, il futuro e un’imperfetta speranza: non sempre bastano le buone intenzioni. Ma questo non è un finale

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

11 Marzo 2019 alle 14:19

Espérance, la donna dell'anno

Foto LaPresse

Espérance è italiana, anche se non ha scelto di esserlo. E’ italiana e parla con accento bresciano e una volta un amico africano le ha detto: tu non sei africana, e lei ci è rimasta un po’ male. “Mangio lenta come un’africana, mia madre a tavola mi sgridava sempre e io non capivo”. Una donna africana con cui lavorava a Torino pretendeva di essere chiamata da lei mamma, come si usa in Congo. “Ma io non posso chiamarla mamma, anche per i motivi miei, non posso darle del Lei, non posso prepararle le cose come lei vorrebbe perché nel suo paese si usa così con le donne più grandi. Io sono italiana e sono diversa da chi è cresciuto in Africa”. Espérance è italiana, ha ventisette anni, ha uno zaino pieno di libri e le scarpe da ginnastica, ma alla fermata dell’autobus la fermano o la insultano, “mi scambiano per una prostituta nigeriana. Magari sono insieme ad amiche molto più belle di me, anche straniere, ma la violenza e la mancanza di pudore che suscita negli uomini il corpo nero non ha eguali. Da piccola sei carina, da grande vieni attaccata anche se non dici niente, se non fai niente, e quando telefono alle agenzie immobiliari per andare a vedere una casa e poi mi presento all’appuntamento, mi dicono: ma no, c’è un errore, abbiamo parlato al telefono con un’italiana. Sì, sono io, devo spiegare ogni volta. Cerco di riderci su, cerco di essere educata, ma sono anche molto stanca di sentirmi chiedere: da quale parte dell’Africa vieni? Posso toccarti i capelli? Hai una guerra da raccontare? e mi dispiace che le signore sul tram stringano più forte la borsa quando passo io, ma mi dispiace anche che mi facciano i complimenti per quanto sono brava, che oblitero il biglietto o che ho l’abbonamento. Mi sconforta, mi lascia frastornata e allibita. E non ho più intenzione di sentirmi grata, di dire: grazie”.

 

“Mi scambiano per una prostituta. La violenza e la mancanza di pudore che suscita negli uomini il corpo nero non ha eguali”

Ho cercato Espérance perché su Instagram leggo sempre le sue recensioni ai libri e mi entusiasma la sua passione, l’ho cercata perché ha un nome bellissimo e perché mi interessano le cose che dice, il modo in cui in piazza a Torino legge stralci di romanzi per spiegare che cos’è il razzismo.

 

L’ho cercata quando, nel Giorno della Memoria, Espérance ha raccontato dove è venuta al mondo e come è arrivata in Italia, (per lei la Memoria è anche più di quello che noi abbiamo deciso che sia), e io ho scoperto così che Espérance è nata in Ruanda nel 1992, e che a un anno suo padre l’ha portata in un orfanotrofio gestito da italiani. “Mia madre è morta di Aids quando avevo sei mesi, lui non poteva più occuparsi di me, ma in Ruanda l’orfanotrofio non è per sempre, se è rimasto un solo genitore i bambini si portano là, con la certezza che verranno ripresi appena si può. Sono cose che ho scoperto da poco, perché i miei genitori adottivi mi hanno sempre detto che mio padre e mia madre erano morti, che io non avevo nessuno. Nella mia ricerca di identità ho avuto un sacco di crisi, per i buchi e per i vuoti che mi porto addosso, sto cercando di capire, non è facile scoprire a ventidue anni che il tuo vero padre è quasi certamente vivo, con altri figli, e che poteva andare tutto diversamente”.

 

 

Pensavo di raccontare la storia di una ragazza che guarda il mondo dall’Italia, ma essendo partita dall’Africa, una ragazza “salvata dai libri”, come dice sempre di sé Espérance, e ho incontrato una storia molto più complessa, difficile, ho incontrato il mondo intero.

 

“Non è facile scoprire a ventidue anni che il tuo vero padre è quasi certamente vivo, e che poteva andare tutto diversamente”

Ma non è sempre così? Non è questo, un essere umano? Una persona con il mondo dietro, e dentro, di cui quasi mai sappiamo abbastanza. Di cui ignoriamo quasi tutto. Credevo che sarebbe stato semplice: volevo che fosse lei a raccontare a noi l’Italia di adesso, lei giovane, appassionata, che lavora in un ristorante per ripagare il debito che ha fatto per studiare, lei che vuole diventare una scrittrice e quando da bambina ha letto Matilda di Roald Dahl finalmente si è sentita compresa, si è sentita qualcuno. Anche Espérance, come Matilda, leggeva troppo, e a casa, in provincia di Brescia, non erano così contenti. Anche lei voleva cadere dentro i libri, per trovare gli altri mondi, gli altri posti, le altre persone, e sottolineava così forte che bucava le pagine. Anche adesso quando sottolinea buca le pagine, ma ha una consapevolezza amara, che riguarda lei e noi allo stesso tempo. Riguarda il mondo, e ciò che il mondo si aspetta da una giovane donna come Espérance. Che sia felice. Che sia grata. Che si senta salvata da noi. Che sia felice anche di rispondere alle domande idiote: di che etnia sei?

 

Ho incontrato Espérance a Torino, siamo state insieme molte ore, così tante ore che non riuscirò a scrivere tutto. Devo cominciare dalla sua infanzia, da come è arrivata in provincia di Brescia, dalle buone intenzioni di chi ha salvato lei e altri quaranta bambini di un orfanotrofio in Ruanda. Espérance racconta tutto quello che sa, che ha scoperto da poco, e quest’anno si celebrano i venticinque anni dalla fine del genocidio, e lei non dà la colpa a nessuno ma ha sete di sapere. “Tantissime buone intenzioni, tantissime”, dice sempre, e adesso aggiunge: l’avrei fatto anche io. Mentre lo dice le si aprono i buchi negli occhi, le si chiude il sorriso. 

 


I pregiudizi e l’ipocrisia degli altri, la nuova famiglia, la stanchezza di ringraziare E la scoperta della biblioteca, dove s’è tuffata per trovare altri mondi e pure sé stessa


 

“Eravamo quarantuno bambini, siamo stati adottati, siamo cresciuti e abbiamo finito le superiori in cinque, molti di noi hanno avuto problemi di dipendenza, droga, alcol, alcuni sono finiti in prigione, otto donne su undici sono ragazze madri, ci sono stati dei problemi, e io l’ho scoperto una volta che siamo cresciuti, perché i miei genitori adottivi si sono da subito rifiutati di stare insieme ai genitori adottivi degli altri bambini che ogni tanto si riunivano, loro dicevano: no ormai tu fai parte di questa famiglia, non c’entri con gli altri. Quindi io sono stata ancora di più tagliata fuori, però poi crescendo e rivedendoci negli anni, soprattutto nell’anniversario, nel ventennale, è stato veramente forte per me rendermi conto che non stavamo tutti bene, ed è una cosa su cui per forza porsi delle domande. Gli altri, i miei compagni di orfanotrofio, sono rimasti tutti più o meno in provincia di Brescia, loro mi dicono che io sono la scrittrice, quella che ce l’ha fatta – Espérance ride, ed è una risata piena di tristezza e di speranza – quella che è andata fuori, e sono andata solo fino a Torino, ma io ho avuto così tante crisi, così tanti vuoti. Non parlo per gli altri, anche perché molti di loro si rifiutano di parlare dell’Africa, ma parlo per me. Noi allora avevamo dai sei mesi ai sei anni, eravamo proprio piccoli: la vita mi ha messo questa cosa gigantesca in tasca, ed è pesante”.

 

"Eravamo quarantuno bambini, avevamo dai sei mesi ai sei anni, eravamo proprio piccoli: la vita mi ha messo questa cosa gigantesca in tasca, ed è pesante…"

Che cos’è successo, che cosa ti hanno raccontato che è successo? e guardo la scritta che ha Espérance sul braccio, credo fatta con la penna biro: andrà tutto bene.

 

“Avevo quasi un anno e sono rimasta in orfanotrofio per nove mesi, nel 1993. Il genocidio è scoppiato nell’aprile del 1994 ma già c’erano molti problemi, e allora ognuno dei bambini è stato riportato nelle famiglie. Quel che mi hanno detto è che mio padre non poteva tenermi perché si era rifatto una famiglia, e quindi sono tornata nuovamente nell’orfanotrofio. Ma il genocidio è arrivato fin dentro l’orfanotrofio, perché noi eravamo bambini di entrambe le etnie e dentro l’orfanotrofio c’erano operatori di entrambe le etnie, sono arrivati i militari hanno ucciso delle persone. Quando hanno capito che la situazione era troppo grave e hanno deciso di scappare, con noi quarantuno bambini piccoli, hanno preso questi camioncini e ci hanno portato nella capitale, Kigali, e c’era l’ultimo aereo che partiva con gli ultimi giornalisti, turisti, persone che facevano parte della politica ex coloniale francese e belga che scappavano, e per noi non c’era posto. L’unica cosa possibile, con gli operatori della provincia di Brescia che avevano creato questa missione in Ruanda, è stato metterci in braccio ai passeggeri: noi fra le braccia di questi sconosciuti attoniti e gli operatori che hanno viaggiato in stiva. E’ molto bello perché ci sono anche le riprese della stiva, questa cosa è documentata e mi piace guardarla. Poi siamo arrivati in Francia ma la Francia non ci ha accettato. Allora, poiché non potevamo tornare indietro, siamo andati a Brescia, forse in pullman: siamo arrivati a Castenedolo nel cuore della notte, anche qui ci sono tutti i video: quaranta bambini e non sapevano dove metterci. Nel giro di due giorni hanno smantellato uno dei due asili e ci hanno messi lì, hanno improvvisato un centro di accoglienza quando ancora non si aveva la più pallida idea di che cosa fosse un centro di accoglienza. Per un anno e mezzo c’è stata una mobilitazione di tutta la provincia bresciana, quasi tremila persone che hanno dato soldi, da mangiare, vestiti, pannolini, intrattenimento, tantissimi volontari che ogni giorno erano lì, aziende del bresciano che hanno messo a disposizione i loro prodotti e tante persone che ci hanno dato l’opportunità di andare al mare, in piscina, in gita, è stato molto bello. Io non ho ricordi ma ho recuperato dei video in cassetta dove ci siamo noi nei lettini o in gita, circondati da tutti questi volontari”. E ci sono le fotografie: Espérance minuscola in Ruanda nell’orfanotrofio, Espérance nell’asilo improvvisato, Espérance con i suoi genitori bianchi adottivi. Espérance in quelle foto ha uno sguardo interrogativo, sorride poco, già cerca di capire.

 

E’ una storia di salvezza: quarantuno bambini scampati al genocidio, lanciati sull’ultimo aereo possibile e portati in un posto sicuro. E tutti vorremmo che ci fosse un punto perfetto in cui la storia finisce, per sentirsi tranquilli, perfino migliori. Ma le storie continuano sempre. Continuano le storie dei migranti che scampano al mare, precipitano qui e a noi pensiamo che è un buon finale, che ce l’abbiamo fatta. Le loro storie invece continuano e costruiscono il nostro futuro. E nelle loro storie c’è quasi sempre soltanto il loro corpo, a fornire la prova di un’esistenza con un passato, con fatiche, con speranze, con una vitalità che li ha portati fino a qui. Arrivano, e sono fantasmi con un corpo. Arrivano, e la storia non finisce.

 

“E’ stato così assurdo crescere senza sentirmi mai a casa, mai al posto giusto, mai guardata per chi ero veramente. Ovviamente pensavo che fosse colpa mia”

La storia di Espérance è diversa, ma tutte le storie sono diverse, e adesso lei ha ventisette anni e non se la sente più di dire: grazie. “E’ stato un gesto bellissimo, ma ha fatto precipitare molte cose. I volontari sono diventati in fretta i nostri genitori affidatari, e forse non erano pronti. Di certo non tutti. Di certo non i miei genitori. Posso comprendere delle persone che di fronte a quaranta bambini inermi, senza nessuno, che rischiano di tornare nel proprio paese dove c’è la guerra, si faccia di tutto per salvarli, prendendo anche delle decisioni avventate, come dire: ok, questo bambino me lo prendo in casa io. Ma dal Ruanda ci hanno cercato, una volta finita la guerra, ci sono genitori che hanno cercato i loro figli ed era troppo tardi. La mia non è stata la prima famiglia in cui sono entrata, me l’hanno raccontato proprio i miei genitori: noi siamo passati di casa in casa perché ci sono stati genitori che dicevano ‘ok, io voglio quel bambino lì’, oppure ‘no, mi piace questo bambino qui’, oppure prendevano con sé un bambino e poi si rendevano conto che aveva delle difficoltà e lo restituivano. Alcuni di noi avevano magari delle lievi disabilità, alcuni invece avevano dei veri e propri traumi, per quello che avevamo vissuto. Per me era la lentezza nel mangiare, che è una cosa che mi ha perseguitato nella vita e per sempre. Una mia amica, Margherita, che adesso è come me una ragazza, una donna, in Ruanda è stata nascosta nella cesta del cibo per due giorni ed è stata ritrovata poi da uno degli operatori ed è stata portata in orfanotrofio. Era denutrita, è ovvio che una cosa del genere porta a qualcosa, è inevitabile che ci siano delle conseguenze. E se tu scegli di prendere un bambino in casa tua, e io non sono per niente esperta di queste cose, anzi mi piacerebbe tantissimo studiarle per capire qualcosa della mia vita, non puoi pensare soltanto che stai facendo del bene e che sei bravo: potresti rischiare di peggiorare le cose e io non mi stupisco se ci sono alcuni di questi ragazzi che sono stati denunciati per furti, violenze, o ragazzi che sono scappati o ragazzi che purtroppo sono caduti in depressione e hanno tentato il suicidio: non sono cose che passano perché vieni adottato e ti trovi immediatamente in una famiglia che ti accoglie. Forse è mancato qualcosa, una consapevolezza, la consapevolezza di avere davanti esseri umani traumatizzati, portati via da casa, e comunque diversi, complessi, come siamo tutti. E invece i miei genitori mi ripetevano sempre una cosa, e in buona fede: beh, con tutto quello che abbiamo fatto per te, non ci ringrazi?”.

 

Espérance si è stancata di ringraziare, o di avere davanti persone che si aspettavano che ringraziasse e che si tenesse dentro la mano chiusa il finale della sua storia. “Quella vita non era la mia, io ci stavo malissimo, mi sentivo in colpa, scrivevo tantissime lettere che nessuno leggeva, oppure i miei genitori dicevano che non le capivano. Da piccola, fino agli otto anni, ho creduto di essere bianca, come i miei genitori e mia sorella, cresciuta in un paesino di tremila abitanti dove ero l’unica bambina nera, la mia infanzia è stata un po’ come “La gabbianella e il gatto”, e quando andavamo a fare la spesa in una zona di Brescia, e c’erano delle ragazze africane che chiedevano l’elemosina, mia madre mi diceva: non parlarci, sono neri. Per fortuna c’erano i miei compagni di classe a ricordarmi che io ero diversa, la mia pelle era diversa, ma insomma è stato così assurdo crescere senza sentirmi mai a casa, mai al posto giusto, mai guardata per chi ero veramente. Ovviamente pensavo che fosse colpa mia. Volevano che io fossi quello che desideravano, che immaginavano: una bambina nera adottata e grata.

Le persone mi dicevano: certo che bravi i tuoi genitori. Io esistevo come prova di una generosità, e vedo che succede anche adesso e impazzisco: quando persone piene di buone intenzioni fanno l’elogio dei migranti, non come esseri umani ma come massa, e lo fanno per gonfiare il proprio narcisismo di buoni. Io mi spavento perché so che cosa significa, poi, sentirmi urlare addosso frasi indecenti per strada perché qualcuno ha bisogno di sfogare il proprio sgomento davanti al mio corpo, e ho capito che il mio corpo, come sono fatta, il colore della mia pelle suscita anche un istinto violento”. Espérance è italiana ed è molto diversa da chi è cresciuto in Africa (“ci sono differenze abissali”) e per la costruzione della sua identità di ragazza italiana ha pagato un prezzo alto, ma ha guadagnato un contatto diretto con la vita, con l’infinità complessità di ciò che abbiamo davanti agli occhi. Come in tutte le storie che non finiscono quando arrivano i buoni. Quando le navi entrano in porto, i confini dell’essere sono messi alla prova.

 


Il colore della pelle secondo Espérance: bisogna ammettere che esiste una differenza e dire: va bene così. Il razzismo è non guardare l’altro, farlo scomparire e umiliarlo sotto una montagna di pensieri già costruiti, negativi o positivi. L’uguaglianza fondata sulla diversità 


  

“Colui che dice ciò che è racconta sempre una storia, e in questa storia i fatti particolari perdono la loro contingenza e acquistano un significato umanamente comprensibile”, ha scritto Hannah Arendt. I fatti particolari della vita di Espérance, e i fatti particolari di tutti al cospetto dello sguardo dell’altro, vanno sempre messi insieme al nostro tentativo accidentato di dargli un significato umanamente comprensibile. “Facciamo spesso l’errore di mettere da una parte il buono, dall’altra il cattivo, perdendo l’identità del singolo – dice Espérance, che cerca nelle persone e sui libri le risposte che la vita e le persone le hanno tenute nascoste –, ma non si può avvolgere tutti quanti nella stessa massa e quando persone perdono l’integrità della propria identità si fanno un sacco di passi indietro. Io sono italiana e non vorrei dover sempre specificare alle persone perché sono in Italia, perché parlo così bene l’italiano, e me lo chiedono credendo di farmi un complimento, con un carico imbarazzante di buone intenzioni, con il desiderio che io sia una brava ragazza intelligente e nera. Lo accetto quando questa ignoranza diventa voglia di conoscersi rispettandosi. Non quando c’è un compassionevole senso di superiorità, una lontananza assoluta: come l’autista di autobus che ha scattato un selfie con i passeggeri neri dell’autobus, dicendo che sono più educati di tanti italiani. Mi sono sentita così ferita. Ed è una questione di colore: perché non si può scappare dal corpo, dalla pelle. Non bisogna nemmeno fingere che il colore della pelle sia uguale per tutti perché non è vero, bisogna ammettere che esiste una differenza e dire: va bene così. Perché se mi dici: io non vedo nessun colore, stai mentendo a me e a te stesso. Abbiamo tutte queste buone intenzioni, ma non i mezzi, perché non siamo abituati. Ci vuole tempo. Ma tutte le volte che vado ai convegni sulle discriminazioni, ai festival benintenzionati e interessanti delle immigrazioni, mi faccio sempre la stessa domanda: perché a parlare sono sempre persone bianche, che senso ha? Sarebbe bello che a parlare di queste cose ci fossero i protagonisti. La buona intenzione c’è, ma poi ci si ferma, ci si dimentica che le persone hanno un’identità. Io ora ho capito che, trovandomi in entrambe le condizioni, nera e italiana, vedo molte più cose, e forse ho anche più speranza, come il nome che i miei genitori adottivi per fortuna non hanno cambiato. Però quando fanno le scommesse, senza chiederlo direttamente a me, sulle mie origini africane (da quale parte dell’Africa arriva?), penso che il mio nome mi definisce ma che è tutto molto faticoso”.

 

"Quando persone piene di buone intenzioni fanno l’elogio dei migranti, non come esseri umani ma come massa, e lo fanno per gonfiare il proprio narcisismo di buoni"

Guardarci con gli occhi di Espérance è un esercizio semplice, anche umiliante, necessario.

 

“Dove sono cresciuta, dire negher è una cosa normale e finché sono i vecchi del paese, poverini, che possono farci. Però quando a farlo sono i miei coetanei, dicendo che nei video di Mtv fanno così, o quando ci sono persone che pensano di ribellarsi al politicamente corretto, sulla mia pelle, io non posso ogni volta riderci sopra. E’ la leggerezza con cui si pronuncia una parola pensando che non ci sia un peso dietro che mi dispiace: sarà che per me le parole sono importanti. Puoi provare anche solo a spiegare il percorso storico di questa parola e la gente non ti ascolta più ovviamente: che palle questa che parte con tutta la storia. Allora ti dico: se non vuoi ascoltare tutta la storia, ascolta me: non usarla, non farlo. Mi offende. Posso decidere io che cosa mi offende? Posso essere sicura, e assicurarti che se dici negra mi offendi? Perché mi devo arrabbiare? Io faccio molta fatica ad arrabbiarmi. I miei genitori mi hanno insegnato ad essere educata, la cosa più importante era essere educata. Vorrei dire quindi che non sono debole, sono educata, e non trovo un motivo valido per spiegarti le cose insultandoti, se già non le capisci normalmente. I miei amici mi dicono: tu sei migliore di loro, ma io non voglio essere migliore di loro, però la cosa forte di questo periodo è proprio questa: è inevitabile scontrarsi con tutto quello che sta succedendo, vorrei restare tranquilla a leggere ma non posso fare finta di niente, qualcosa dentro di me mi dice: parlane, vai in piazza, scrivi, cerca progetti, cambiare si può”.

 

Gli amici di Espérance le dicono anche, ridendo, che è già un grande risultato che non sia diventata una serial killer, glielo dicono quando lei scende nel pozzo nero della malinconia, quando le tornano addosso cose del passato, e gli strappi e i vuoti della sua infanzia e adolescenza, e macigni di tristezza. Espérance ha lottato a lungo contro l’idea che le buone intenzioni non bastino, ma poi si è arresa, e ha deciso di ricominciare da un’altra parte, e da sola. “I miei genitori forse non si aspettavano che io crescessi, che avessi delle pretese, dei desideri miei, cose da fare per me: sono stati destabilizzati e mia madre ha reagito non benissimo. E’ proprio, secondo me, scappata dalle risposte, perché non sapeva darle, e io le facevo domande in continuazione, scrivevo troppe lettere sterminate. Io avevo bisogno di capire, lei non voleva, non poteva più capire. Il nostro conflitto era così complesso che proprio non si trovava un filo per unirci. Ero così infelice. Ma un momento bellissimo nella mia vita è stato quando ho capito che i miei genitori erano persone, e quindi pieni di tutto, parti buone parti meno buone, hanno avuto un percorso ancora prima di decidere di diventare i miei genitori, di prendermi dal centro di accoglienza senza essere preparati a farlo: sono degli esseri umani a cui non tutte le cose della vita sono andate come volevano, come credevano. La vita li ha sorpresi, forse li ha sopraffatti. Ho imparato ad essere empatica con loro, ma ho anche imparato a guardarli oggettivamente, e ora posso dire: non è stata colpa mia”. Espérance non smette mai di cercare, approfondire, domandare, studiare: da quando ha scoperto la biblioteca, in seconda elementare, e ci si è tuffata per trovare altri mondi, per trovare anche qualcuno, nei libri, che le assomigliasse un po’: essere bianchi, nei libri, non era più l’unico modo di essere.

 

“Dove sono cresciuta, dire negher è una cosa normale. Però quando a farlo sono i miei coetanei, o quando ci sono persone che pensano di ribellarsi al politicamente corretto, sulla mia pelle, io non posso ogni volta riderci sopra”

“Da piccola portavo sempre questa maglietta con raffigurato l’angioletto biondo con gli occhi azzurri e il diavoletto nero: era la mia maglietta preferita, mi piaceva perché c’era finalmente qualcuno che mi assomigliava, però poi crescendo mi sono resa conto che tutto quello con cui potevo riconoscermi era un diavoletto, ed è la stessa cosa che succede adesso, e che non accetto, nello sguardo e nelle aspettative degli altri. A volte mi fanno i complimenti perché ho fatto l’università, ma con una certa pietà: tutti possiamo studiare ed io ambisco a qualcosa di più, e in nome della mia ambizione devo resistere fino a quando avrò ripagato tutto il mio debito. I miei genitori non hanno voluto che facessi il liceo classico, pensavano che non ne sarei stata capace, e che non fosse utile, ho fatto una scuola per segretarie d’aziende dove per fortuna c’era molta letteratura. Una delle frustrazioni più grandi per me in questo momento è dover fare la cameriera, lavoro che rispetto, nonostante il percorso di studi che ho fatto, ma non sopporto di trovarmi ad avere a che fare con clienti che scommettono sul mio paese d’origine e con una capa che crede io sia una poverina, e vuole prendere me e i miei colleghi, la maggior parte richiedenti asilo, sotto la sua ala. La ringrazio profondamente per ciò che fa, ma questo non significa che saremo costretti a fare questo tutta la vita, non significa che questo sarà il massimo per noi. Non si può vivere in una condizione in cui non aspiri ad altro, perché chi ti circonda è convinto che tu non possa, non sia in grado di fare altro: da bambino sei un diavoletto simpatico, da grande sei un poveraccio. Gli esseri umani non sono questo, essere neri non è questo”.

 

Essere neri è una casualità, essere persone, ridiventare persone, non lo è affatto. Secondo Espérance il razzismo è: non guardare l’altro, farlo scomparire e umiliarlo sotto una montagna di pensieri già costruiti, negativi o positivi. Buoni a ogni costo, cattivi a ogni costo, poveracci, poverini, che simpatici, che puttane. “Io non faccio nulla, non dico nulla, tiro fuori un libro dal mio zaino alla fermata dell’autobus, e ho intorno molte persone sconosciute che hanno un’idea precisa di chi sono o di chi dovrei essere, perché non sono bianca. Hanno un’idea precisa e però non hanno un vero interesse: non vogliono sapere chi sono davvero, faccio parte della massa indistinta”. Ma l’unica bambina nera di un paesino di tremila abitanti, con la maglietta da diavoletto e con “Matilda” di Roald Dahl in mano (“all’inizio mia madre mi regalava i libri, ma poi si è infastidita che leggevo troppo, che sognavo troppo, che chiedevo troppo”) ha lottato per scrollarsi di dosso quella nebbia grigia. “Potevo usare Internet un’ora alla settimana, e lo usavo per andare su questo forum dei Negramaro, il gruppo rock che amavo tantissimo, e lì ho conosciuto persone da tutta Italia, e ho scoperto che un altro mondo non esisteva soltanto nei libri, ma anche fra le persone, che era possibile fare tante cose, che adesso la vita potevo davvero sceglierla io. E così, dopo tanta sofferenza, ho capito che sono italiana, anche se sono capitata venticinque anni fa in una parte di mondo che non era la mia e che non è stata in grado di comprendere le mie esigenze. Da bambina mi cadevano le unghie delle mani e nessuno sapeva perché, era perché non stavo abbastanza al sole e invece ero nata al sole. Avevo questi capelli che mia madre non capiva e allora me li tagliava cortissimi. E tante altre cose che mi facevano sentire sbagliata. Nessuno sceglie la famiglia in cui nasce, e io cerco di ricordare quel momento bello che era la domenica mattina, quando mio padre comprava più di un giornale per farmi capire che il mondo era tante cose diverse, tanti sguardi diversi. Di questo lo ringrazierò sempre. Io in quelle domeniche mattina ho deciso che volevo diventare una scrittrice, l’ho scelto, e tutte le volte che ho provato ad abbandonarlo, per scoramento, la scrittura è venuta a riprendermi”. Espérance ringrazia suo padre anche di averle spedito a Torino, un giorno, una scatola con tutti gli articoli di giornale usciti sulla sua storia, con i documenti, le fotografie, le polemiche sulle adozioni. Li aveva conservati tutti, e anche se non sono riusciti a capirsi le ha restituito la sua memoria. Espérance ancora non sa, mentre parla con me per troppe ore, e io non potrò scrivere tutto anche perché ci sono cose che devono restare tra le persone, che smetterà prestissimo di fare la cameriera, per sua decisione, e che tornerà in provincia di Brescia per pochi giorni senza mai avvicinarsi alla casa dei suoi genitori. Espérance si concentra sempre su quel che succederà dopo, nella sua vita e nella vita di tutti, nelle storie che non finiscono. “Uno dei grandi problemi della letteratura e del giornalismo è che ci si ferma sempre alla questione: in Gambia non c’è da mangiare, parto, finisco in carcere, mi picchiano, se riesco prendo una barca e vado al centro d’accoglienza, se non muoio in mare arrivo. Io voglio sapere che cosa succederà alle persone dopo, che cosa faranno dopo, chi diventeranno dopo”. Espérance vuole togliere al mondo la patina grigia che cancella le differenze, oppure le rigetta in mare, oppure finge di non vederle: non si può fondare l’uguaglianza altro che sulla diversità. Lei che ha ventisette anni l’ha sempre saputo, l’ha sempre chiesto, le hanno sempre risposto che era una pretesa troppo grande. Ma la sua storia è appena iniziata, ed è la nostra.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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