Black Earth Rising e la confusione fra le vittime e i carnefici

Adriano Sofri

Le critiche contro la serie prodotta da Netflix e dalla Bbc, ideata e diretta da Hugo Blick, su una ragazza sopravvissuta a una strage in Ruanda

L’anniversario di lunedì, un quarto di secolo, ha fatto rievocare il genocidio dei tutsi ruandesi e burundesi, per mano delle bande hutu, nell’inerzia dell’Onu specialmente, o nella complicità internazionale, della Francia specialmente. Qui, nemmeno un mese fa, Annalena Benini ne aveva trattato in modo indiretto e toccante, dialogando con la giovane italiana Espérance, la sua “donna dell’anno”. Avrei voluto girare ad Annalena o alla stessa Espérance una questione che mi ha sottoposto un’altra giovane donna ruandese e italiana, alla quale non sono preparato a rispondere.

 

C’è una serie prodotta da Netflix e dalla Bbc in 8 episodi, ideata e diretta da Hugo Blick, intitolata Black Earth Rising: e non l’ho vista, riferisco. Ha una giovane protagonista, Kate Ashby, scampata allo sterminio e adottata da una madre inglese, che dopo una rocambolesca vicissitudine scopre che la strage cui è sopravvissuta era opera del Fronte patriottico ruandese, dunque della forza armata che mise fine al genocidio costato molte centinaia di migliaia di morti. La mia giovane amica e molti altri con lei sentono una forte ingiustizia nella scelta dell’autore, che fa delle vittime i carnefici in un colpo di scena, un’agnizione, giustificata dall’intento di mostrare la complessità del contesto. E il capovolgimento, almeno per l’episodio cruciale del suo racconto, della verità storicamente consacrata oltre che sanzionata dal lungo lavoro di una Corte penale internazionale ad hoc come quella di Arusha (che ha escluso la pena di morte) e il perdono e la riconciliazione perseguita nei tribunali di villaggio. La spettatrice, lo spettatore, guarda alla trama della serie come a una qualunque finzione narrativa e ne viene preso senza alcun legame con le cose come sono effettivamente avvenute. Oppure, se sia sensibile a questo legame, è indotto a persuadersi che le cose non siano effettivamente andate come si dice e perlomeno entrambe le parti abbiano avuto un’indistinta dose di colpa e di responsabilità (percentuale di utenti cui questa serie è piaciuta, dice Wikipedia, 96 per cento).

 

Ma un film o un’opera letteraria, è la controbiezione, non rende conto alla verità storica e cerca, fosse pure in un dettaglio secondario, una verità umanamente più profonda e turbante. E’ un problema riproposto ogni volta che si racconti una tragedia che ha i suoi cattivi senza omettere il capitolo in cui i buoni fanno del male. Penso che la condizione decisiva sia di rinunziare alla identificazione e alla confusione fra le vittime e i buoni. L’identificazione può esserci, ma non è il punto. Le vittime del lungamente premeditato e poi scatenato genocidio ruandese furono le persone della minoranza tutsi e gli hutu democratici e non travolti dal fanatismo sanguinario. Il Ruanda del tutsi Kagame ha oggi la sua ingente parte di responsabilità nelle violenze e nel sacco del Congo, e la cattiva coscienza dell’occidente sul 1994 induce a una reticenza opposta, un’autoindulgenza postuma a spese d’altri. Stare per le vittime non vuol dire, non sempre, stare coi buoni o anche solo coi meno cattivi. Un film o un romanzo si apprezzano per la loro qualità artistica, che non ha un regolamento. Ma un film sulla Shoah che rinunciando a ogni contesto mostri una malvagità o una viltà di personaggi ebrei – ce ne furono, certo – non può non turbare. O, vicino a noi, un film sulla Bosnia che sconfessi la verità intera smascherando un episodio parziale di violenza fanatica e feroce di musulmani – ce ne furono, infatti – è il genere di film cui il negazionismo serbista affida le sue carte. L’ho detto, non ho visto la serie, perciò vorrei delegare ad altri. Non me la sentirei nemmeno di concludere sulla libertà artistica e sull’unico criterio del valore artistico di ogni singola opera: conclusione giusta ma con una piccola coda pilatesca. Mi fa ricordare Kusturica, il direttore del Festival di Belgrado durante l’assedio di Sarajevo.

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