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Cent’anni dopo, la lezione di Max Weber sul falso plebiscitarismo della rete e il mostro giustizialista

La cura che il grande sociologo può ancora somministrare alla democrazia malata è la coscienza del limite

17 Febbraio 2019 alle 06:11

Vocazione politica

Max Weber, foto via Wikimedia

Cent’anni dopo, la lezione di Max Weber indica, nel suo stridente contrasto con la realtà, che è saltata in occidente quella meravigliosa imperfezione su cui si reggono le democrazie. La maestà della politica è declinata nel falso plebiscitarismo della rete perché è venuto meno l’equilibrio tra il carisma del capo, il collante della tradizione e la razionalità della legge, tra la passione che deve animare il leader e la giusta distanza che egli deve tenere tra gli uomini e le cose. Perché l’etica dei principi ha schiacciato l’etica della responsabilità, smarrendo la coscienza degli effetti e del rapporto tra i mezzi e i fini dell’agire. Così il giusto fine di moralizzare la vita pubblica può armare il peggior mezzo di un giustizialismo feroce. Allo stesso modo il giusto fine di fermare il traffico di schiavi nel Mediterraneo può giustificare, nell’acclamazione della piazza, il peggior mezzo di negare il soccorso in mare.

    

Se è stata la malattia della politica a contagiare la società, ora è certamente quest’ultima che può infliggere alla prima il colpo di grazia. Oggi come ieri, quando il grande sociologo parlava agli studenti in una Monaco scossa da agitazioni rivoluzionarie, la storia è tornata a correre sul fronte occidentale. E’ in atto una crisi della mondializzazione che presenta analogie, ma anche differenze con quella che scatenò il primo conflitto mondiale e aprì la strada ai totalitarismi. Oggi come allora si rompe, per dirla con un’efficace immagine di Biagio de Giovanni, il rapporto tra storia e vita. La seconda deborda dal corso fino a ieri lineare della prima, il potere comincia a orientarsi direttamente sulle masse. Un secolo fa l’esperienza fallita della Repubblica di Weimar, che precedette l’avvento di Hitler in Germania, fu l’estremo tentativo di ritagliare una qualche forma istituzionale e politica capace di contenere il magma vitale di società in ebollizione. Ma – e sta qui la differenza sostanziale – il populismo che dilagò nelle piazze e s’impose nelle urne di Italia e Germania era, per usare un’efficace definizione di Marco Revelli, una “malattia infantile della democrazia” all’inizio del suo ciclo, “quando ancora la ristrettezza del suffragio e le barriere classiche tenevano fuori dal gioco una parte della cittadinanza (il populismo tardo-ottocentesco e primonovecentesco era, in ampia misura, una rivolta degli esclusi)”. Oggi il populismo è una “malattia senile della democrazia”, frutto cioè dell’“estenuazione dei processi democratici”, è una rivolta degli inclusi, illusi da una cultura dei diritti che ha trasformato le loro aspettative in pretese. La sovranità torna così a debordare dal recinto della democrazia, non perché questa è troppo acerba per trattenerla, ma perché è consunta dalla stessa cultura dei diritti, che in Europa ha indebolito la statualità in nome di un’incompiuta universalistica (lo stato federale europeo) e ha azzerato la delega, in nome di un’abiura dell’autorità. In questo senso il nuovo “diciannovismo” contemporaneo è in parte diverso da quello originale del primo Dopoguerra: il punto di frattura delle società occidentali non è infatti la delusione e la rabbia per ciò che si è perduto, ma la velocità con cui aumenta ciò che si aspira a possedere.

     

Sennonché la malattia dei diritti non si cura con un redivivo conservatorismo civile che si proponga di farli regredire, riavvolgendo il nastro della storia all’incontrario. Né tantomeno, sul terreno politico, con il populismo nazionalista, che sembra riaffiorare in Europa come reazione alla crisi. Ma che, invece, è un rimedio peggiore del male. La sua contraddizione è intrinseca, oltre che storicamente provata, poiché si propone di curare l’anarchia cosmopolita con l’egoismo identitario, fingendo di ignorare che l’egoismo identitario è il più potente fattore di conflitto tra le società.

     

La cura che Weber può ancora somministrare alla democrazia malata è la coscienza del limite, la sua costante ricerca di un punto relativo che ci metta al riparo dalla tentazione dell’assolutismo, senza rifugiarsi nel relativismo. Questo punto è quello che potrebbe definirsi una coordinata dinamica. Si esprime in una tensione dialettica tra sapere e potere, tra tecnica e politica, tra partiti e stato. Non a caso l’eroismo del leader coincide con questa coscienza: il suo politico ideale riconosce l’essenzialità del lavoro scientifico e in uno conserva l’autonomia delle proprie decisioni, accetta la possibilità che i propri progetti s’infrangano o si ridimensionino sullo scoglio della macchina burocratica e, nello stesso tempo, vede in questa il mezzo indispensabile per la realizzazione di quei progetti.

       

Non sappiamo se un siffatto politico, introvabile nel campionario offerto dalla realtà, sia sufficiente per ricostruire la delega su cui sola può rigenerarsi la democrazia rappresentativa. Se sia in grado di far prevalere la pedagogia della complessità sul tentativo di ridurre la democrazia tutta intera alla sovranità popolare, smascherando un’altra volta di più la menzogna del plebiscitarismo. O se piuttosto non ci resta che aspettare, acquattati in qualche nicchia della postmodernità, che le contraddizioni dei nuovi assolutismi esplodano. Ma di certo, quando ciò dovesse accadere, da quell’antica e attuale lezione dovremmo ripartire.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    17 Febbraio 2019 - 17:05

    Rileggere Weber significa confermare quanto sarebbe importante recuperare, nell'agire politico, almeno una parvenza di etica della responsabilità. Che oggi possiamo facilmente identificare nell'esatto opposto di scelte assurde e dannose, mirate soltanto a solleticare i fanatismi di qualche irragionevole ed irresponsabile constituency elettorale (Tav docet).

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