Ridere è diventato un incubo pol. corr.

Giulio Meotti

La comicità è spacciata. E in Francia l’Alto consiglio per l’uguaglianza vuole rieducare l’“umorismo sessista”

Roma. “L’igienismo è diventato un progetto sociale”, dice Eric Dupond-Moretti, uno dei penalisti più famosi di Francia, sulla copertina del settimanale L’Obs. “La società è diventata ipermoralizzatrice, iperigienista, ipertrasparente… Viviamo in una controversia permanente”. E i primi a pagare sono i comici, che di controversie ci vivono e sono uno dei ferri del loro mestiere. Pochi giorni fa, al comico Konstantin Kisin era stato chiesto di esibirsi alla School of African and Oriental Studies di Londra. Ma lo show, spiega la Bbc, è saltato dopo che l’artista si è rifiutato di firmare il “modulo di accordo comportamentale”, dicendo che il titolo “mi ha quasi fatto vomitare”. “Le università sembra che siano diventate luoghi di indottrinamento piuttosto che di apprendimento”, ha affermato Kisin. L’elenco completo degli argomenti di cui il comico non poteva parlare comprendeva “razzismo, sessismo, classismo, età, disabilità, omofobia, bifobia, transfobia, xenofobia, islamofobia…”. Il Guardian di questa settimana dedica al tema uno speciale: “La comicità è spacciata?”, si domanda il quotidiano britannico, “fra censure, tweet problematici e #MeToo. Il panico dilaga”. Uno come Jerry Seinfeld ha annunciato che non avrebbe più fatto spettacoli nelle università. Invece di ridere, gli studenti urlano: “Sessismo! Razzismo!”. E in Germania, il comico Jan Böhmermann se l’è vista davvero brutta (scorta, processi, pause dal lavoro) per aver irriso sessualmente il presidente turco Erdogan. Adesso in Francia, come se non bastasse, arriva la scure dell’Alto consiglio per la parità tra donne e uomini (Hce), l’organo sotto la guida della socialista Danielle Bousquet. La rivoluzione dell’uguaglianza non è ancora completa e, come dice l’adagio, c’è ancora molta strada da fare. Per l’Hce, l’umorismo contribuisce a una vera e propria “primavera sessista”.

 

Dal rapporto dell’Alto consiglio per la parità tra donne e uomini francese si scopre che “un uomo su tre trova divertenti le battute sessiste”. Da far girare la testa: vivevamo all’inferno e non lo sapevamo. Il rapporto analizza 28 trasmissioni nelle principali radio del mattino, tra cui France Inter, Rtl e Europe 1. Risultato: 20 su 28 di queste sono “sessiste”. C’è anche un piano d’emergenza. Fra le istruzioni fornito dall’Alto consiglio, due in particolare: i canali radiotelevisivi dovrebbero riportare la percentuale di comici di ogni sesso e sono incoraggiati a “segnalare” (eufemismo per “denunciare”) qualsiasi contenuto “all’interno del pregiudizi di genere”.

 

Sul Figaro, l’intellettuale canadese Mathieu Bock-Côté scrive che “l’impero politicamente corretto non cesserà mai di estendersi. Il primo riflesso dei comuni mortali, davanti a un tale rapporto, sarebbe di ridere o sbadigliare. Sarebbe sbagliato, tuttavia, perché il terribile spirito di serietà che emerge non lascia dubbi. Sarà concessa una licenza di risata ai comici certificati da una nuova accademia dell’umorismo progressista? Le neofemministe si atteggiano a polizia della risata. Un femminismo dalla deriva paranoica sta per dichiarare guerra anche alla galanteria”.

 

I casi di comici cui è stato tolto il sorriso non si contano più. Gli amanti dei “Simpson” – la celebre sitcom americana creata da Matt Groening nel 1987 – non potranno più ridere assieme ad Apu, l’indiano gestore del Jet Market di Springfield, accusato di essere “una caricatura razzista” ed eliminato dalla Fox. A un aspirante comico di Montréal è stato appena impedito di partecipare a uno spettacolo all’università perché i suoi rasta rappresentano “una forma di appropriazione culturale”. Zach Poitras avrebbe la “colpa” di essere bianco, è “uno che proviene da una cultura dominante e si appropria di simboli, vestiti o pettinature di culture storicamente dominate”.

 

Le organizzazioni studentesche della Columbia University hanno cacciato dal palco il comico di origini indiane Nimesh Patel dopo trenta minuti perché “offensivo”. Patel aveva raccontato una battuta sul perché essere gay non può essere una scelta perché “nessuno si guarda allo specchio e pensa: ‘Questa cosa di essere neri è troppo facile; lasciatemene aggiungere un’altra’”. Non importa che la battuta non solo non fosse offensiva, me che fosse progressista. Per prendere in prestito le parole di André Laurendeau, “quando la stupidità raggiunge tali picchi, è inattaccabile”.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.